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Di cosa parlano le (pubbliche) ferite del caso Berdini
Tomaso Montanari
Il manifesto, 11 febbraio 2017, p. 1 e 7

Grandi opere. Tra qualche anno chi mai ricorder le infelicissime frasi con cui un assessore disse a un giornalista che non lo stava intervistando ci che dicevano financo i gatti del Colosseo? Chi rammenter che, s, Berdini Paolo fu un po coglione, e sleale verso Raggi Virginia? Nessuno: mentre la ferita alla citt, alla natura, alla legalit di Roma sarebbe l, madornale, per centinaia di anni

Ma davvero il cuore della vicenda Berdini la monumentale ingenuit la coglioneria, come dice lui stesso del protagonista suo malgrado? Io non lo credo.
Questo triste passaggio illumina altre nostre ferite.

La prima. Davvero centra qualcosa il giornalismo con questa storia? Cera una notizia? Quale? Immaginiamo per un attimo un Paese in cui i giornalisti registrino e trascrivano ogni loro informale conversazione con uomini pubblici: ci rendiamo conto del grottesco inferno cui andremmo incontro? Tutti citano il dettaglio del precariato dellintervistatore per dimostrare che Berdini fosse cosciente di parlare con un giornalista. Ma quel dettaglio non ci dice forse qualcosa di unItalia in cui lassenza delletica professionale spesso in rapporto diretto con lassenza della dignit del lavoro? Quale precario (nel giornalismo come nelluniversit e altrove) pu dire preferirei di no al capo da cui letteralmente dipende la sua stessa vita?

La seconda. Quanto profondo limbarbarimento civile e morale innescato dallelezione diretta dei sindaci? Nonostante che il 4 dicembre abbiamo rigettato il tentativo di costruire un arrogante e strapaesano sindaco dItalia (o dItalicum), diamo per scontato, senza neanche il velo di un dubbio, che Berdini abbia violato un sacro vincolo di lealt tra il sindaco e i suoi assessori, quasi fosse quello che univa il signore feudale e i vassalli da lui investiti. Diamoci un pizzicotto, svegliamoci: la fonte della sovranit non il sindaco, nonostante la sua consacrazione plebiscitaristica. Lunica lealt di cui dovremmo tener conto quella verso il popolo sovrano e linteresse pubblico, e semmai verso il programma e i valori del partito che ha vinto le elezioni: un programma e dei valori che, per lambiente (che una delle famose cinque stelle), Berdini rappresenta fedelissimamente, pur non facendo parte del partito. Gi, il partito: davvero paradossale che la scalabilit del Movimento 5 stelle e la sua plateale carenza di democrazia interna abbiano finito per consacrare ancor di pi il personalismo dei sindaci. Paradossale in particolare a Roma: dove avrebbe vinto davvero chiunque il Movimento avesse candidato.

La terza, che la pi grave. In gioco non c il rapporto tra Berdini e la Raggi. In gioco c quella che il maggiore urbanista italiano ha ieri definito su queste pagine forse la pi grossa speculazione fondiaria tentata a Roma dopo lUnit dItalia. Un milione di metri cubi a Tor di Valle, in una fragile ansa del Tevere. Un enorme colata di cemento della quale lo Stadio e gli impianti sportivi sarebbero meno del venti per cento. Una colata che sommergerebbe, insieme con il Piano Regolatore, ogni speranza di vivere in una citt regolata dalla legge e dal bene comune, e non dal potere eterno dei signori del cemento.

Ebbene, tra cinquantanni o anche solo tra dieci chi mai ricorder le infelicissime frasi con cui un assessore disse a un giornalista che non lo stava intervistando ci che dicevano financo i gatti del Colosseo? Chi rammenter che, s, Berdini Paolo fu un po coglione, e sleale verso Raggi Virginia? Nessuno: mentre la ferita alla citt, alla natura, alla legalit di Roma sarebbe l, madornale, per centinaia di anni.

questo il tema, di questo che si dovrebbe parlare, di questo che si deve decidere. Oppure possiamo continuare a sacrificare il bene comune e il futuro di tutti sullaltare di uno squallido, irrilevante e insensato teatrino del nulla che giova solo ai veri padroni di Roma.



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