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Viaggio alla riscoperta della nostra Grecia
Salvatore Settis
L'Unit, 26/07/2005

UNA MOSTRA a Catanzaro ripercorre la storia e la fortuna degli studi archeologici sulla Magna Grecia. Un ricco patrimonio da tutelare per lidentit del Sud

Magna Graecia, lantica formula che ha dato il nome alluniversit di Catanzaro e a questa mostra che celebra la settima ricorrenza della sua fondazione, espressione nota a tutti, ma utilizzata (nelle generazioni recenti) in sensi diversi, qualche volta perfino opposti. Daun lato, infatti, essa serve a condensare efficacemente una storia antica e illustre, quella evocata (per citare Tomasi di Lampedusa) dai nomi voluttuosi e atletici di Sibari e di Crotone, e insomma si presta, specialmente a chi quelle regioni abita oggi, come un tema e un motivo di orgoglio e di vanto, di patriottismo locale. Ma non dimentichiamo che, dallaltro lato, la stessa identica formula stata usata con significato riduttivo, se non vagamente denigratorio, da chi ha voluto chiamare intellettuale della Magna Grecia uno dei nostri politici, di cui voleva forse suggerire larcaico arroccarsi in una cultura ormai defunta. Non vale la pena di insistere sulla simmetria e sul contrasto fra questi due opposti usi del termine (si pu comunque scommettere che chi ironizza sulla Magna Grecia nato molto pi a nord); s piuttosto di osservare che essi risentono di opposte retoriche. Da un lato, la retorica dellarretratezza come male endemico del Sud magnogreco , dallaltro la retorica degli avi, un eravam grandi, e lor non eran nati, che tenta di recuperare sul terreno della storia e della tradizione il distacco del Mezzogiorno dalle regioni pi prospere del paese. Questa esposizione non condivide, ed ovvio, n luno n laltro punto di vista. Abbiamo voluto, al contrario, mostrare la marcata discontinuit fra let della colonizzazione greca in Italia meridionale e in Sicilia e lepoca moderna; e perci raccontare, in una mostra che sin dal nome (Magna Graecia. Archeologia di un sapere) evoca la fatica dellindagine archeologica, il lento e sempre incompiuto risorgere di quelle antiche civilt dopo secoli di oblio. In questo percorso narrativo, il filo rosso non tanto la storia della Magna Grecia, quanto la sua graduale riscoperta dal Settecento in qua. Il suo primo settore (Linizio della storia) si snoda cos in prevalenza attraverso collezioni, locali (Jatta, Santangelo, Capialbi) e non locali (Hamilton, Bonaparte Murat). Il secondo settore, Leredit dei fondatori, punta su alcune figure-chiave (Paolo Orsi, Quintino Quagliati, Umberto Zanotti Bianco e Paola Zancani Montuoro), che fra Otto e primo Novecento segnarono il decollo delle ricerche sul campo e della tutela archeologica in Magna Grecia. Il terzo settore, infine, sincentra sulle Ricerche di oggi in Magna Grecia, e vuole essere un omaggio, ovviamente e arbitrariamente selettivo, agli studi e scoperte pi recenti, allattivit di tutela esercitata dalle benemerite soprintendenze, alle ricerche sul campo condotte (come negli importanti scavi di Rocavecchia qui presentati) anche dalle universit. Accanto allo sviluppo delle scoperte archeologiche (e del collezionismo) e a quello degli studi storici va ricordato un terzo, e non meno fondamentale, elemento di questa storia. A partire almeno da Carlo di Borbone (re di Napoli dal 1734 al 1759 col nome di Carlo VII, e poi di Spagna come Carlo III), cresce e si consolida, in parallelo con leco di tante scoperte e la conseguente avidit dei collezionisti, la preoccupazione di frenare lesportazione di oggetti darte e darcheologia dal reame. Simile per pi versi a quella di altri stati dellItalia preunitaria (in particolare, alle ancor pi organiche norme dei domini del papa), questa normativa di tutela, che rimase in vigore nelle province meridionali anche dopo lunit politica del paese, avrebbe dato infine origine alle leggi di tutela dellItalia unita (la prima fu del 1902), nonch al sistema delle soprintendenze alle antichit. La riscoperta dellarte greca di Grecia coinvolse in quelle generazioni (del periodo dellUnit dItalia, ndr.) archeologi e dotti di tutti i paesi europei (specialmente Germania, Francia e Inghilterra), fecondando e rinnovando profondamente gli studi di archeologia classica. Ma a questo processo gli Italiani parteciparono, allinizio, tutto sommato assai poco. Gli studi di archeologia greca, infatti, di per s non erano organici al problema dominante allora in Italia, quello della definizione di unidentit nazionale che il giovane paese, formatosi come entit statale fra il 1859 e il 1870, sentiva il bisogno di fondare e di legittimare proiettandola allindietro. Perci lOttocento non vide che scarsissime presenze italiane in terra greca, e la Scuola Archeologica Italiana di Atene venne fondata solo nel 1909, sesta dopo quelle francese (1846), tedesca, americana, inglese e austriaca. Fino alle soglie del Novecento le migliori energie dellarcheologia italiana furono indirizzate non verso la Grecia ma, piuttosto, in cerca di radici nazionali. Su questo sfondo, le antichit che si venivano riscoprendo intanto in Italia meridionale e in Sicilia furono viste pi nel quadro della conoscenza delle antichit nazionali che in quello di uno studio generale della grecit. In molti studi italiani del Novecento, larte magnogreca fu vista come particolarmente originale in quanto impregnata di elementi formali e stilistici di origine italica (o comunque locale); in altre tradizioni (soprattutto in Germania) si prefer classificarla come marginale rispetto agli sviluppi stilistici di Atene e della Grecia propria.
Approcci solo in apparenza opposti, che condividono lidea di una netta separatezza, di un Kunstlandschaft (paesaggio darte) magnogreco in qualche misura modificato da mescolanze etnico-culturali con gli indigeni , e perci radicalmente diverso da quello della Grecia propria . Origini e senso di questa e altre distinzioni si apprezzano solo nel contesto della storia degli studi e delle scoperte, nonch della loro recezione.Ma a essa appartengono anche le immagini popolari della Magna Grecia, le opposte retoriche di cui allinizio si detto. Non meno degli studi archeologici, esse mostrano con eloquenza che lo studio della civilt magnogreca e la memoria storica e identitaria che se ne venuta costruendo fra Otto e Novecento hanno, e per molto tempo avranno, cittadinanza speciale in Italia. Un paese, il nostro, per eccellenza classico, ma non solo per merito di Roma, bens anche perch ebbe, e pu ancora indagare e coltivare, una propria Grecia interna . Integrarne sempre pi lo studio nellambito di quello dellintera grecit un compito ricorrente degli specialisti. Non lo meno lesigenza di destare la coscienza di tutti i cittadini alla conservazione e alla promozione dei resti di quella Grecia pi nostra di ogni altra, poich non pu esservi tutela se non condivisa e concepita come elemento portante della societ civile e dellidentit civica. Nel Sud dItalia, la promozione della ricerca archeologica come strumento di autocoscienza e di progresso ha una storia illustre, che il nome di Umberto Zanotti Bianco simboleggia al meglio. Questa mostra, che non a caso culmina in scoperte e studi recenti a opera prima di tutto degli organi di tutela, ha lambizione di contribuire non solo alla conoscenza della civilt della Magna Grecia, ma allimpegno di indagarne e tramandarne le tracce alle generazioni che seguiranno.



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