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Arnolfo di Cambio, movimentista moderno
Renato Barilli
L'Unit 24.07.2005



SCULTURA A Palazzo dei Priori di Perugia la celebre Fontana degli assetati restaurata. Una plastica che rivaleggia con la pittura di Giotto e muove i corpi con energia sorprendente e quasi rinascimentale

Siamo a sette secoli dalla morte del grande scultore e architetto toscano Arnolfo di Cambio (fissata ipoteticamente attorno al 1305, mentre la nascita viene posta attorno al 1240), e dunque giustamente un comitato nazionale ne sta conducendo adeguate celebrazioni. Della prima di queste, dedicata a una ricostruzione della tomba del Cardinal De Braye nel S. Agostino diOrvieto, ho gi parlato ai nostri lettori a ridosso dello scorso Natale, ora giusto occuparsi di una seconda tappa che si tiene a Perugia, Palazzo dei Priori, sede della Galleria Nazionale dellUmbria (a cura di Vittoria Garibaldi e Bruno Toscano, fino all8 gennaio 2006),mentre gi si annuncia una puntata finale a Firenze. La mostra perugina si concentra su una delle grandi opere di questo artista, la Fontana detta degli Assetati da lui scolpita, a partire dal 1281, per la piazza principale del capoluogo umbro, a far da pendant allaltra ben pi vasta realizzata dai due Pisano, il padre Nicola e il figlio Giovanni, ancor oggi saldamente svettante con la sua cerchia di personaggi- cariatidi e una serie di lastre inferori di spigliato gusto narrativo. La fontana di Arnolfo stata molto pi sfortunata nei fatti, probabilmente per lesaurirsi della vena dacqua che la alimentava, il che ne ha causato lo smembramento. E il compito primario della mostra attuale proprio quello di ricostruirla, al terzo piano del grande palazzo. Asalvarla dal disfacimento non avevano contribuito i due favolosi animali, il Grifo e il Leone, fusi in bronzo, che pur essi si ammirano nellattuale riproposizione, ma che godono di un ben diverso valore estetico, in quanto si tratta di due ciondoli ingranditi, allinsegna di un gusto folclorico, o di un culto scapricciato per il mostruoso, cos cari al medioevo. Meglio dunque che la Fontana continui a chiamarsi nel nome degli Assetati, che sono le tre figurine di popolani scolpite dal grande Arnolfo, con un linguaggio tremendamente sintetico, opposto quindi ai bitorzoli estrosi quanto gratuiti con cui sono composti i velli dei due animali concepiti di fantasia. Non solo, ma i tre Assetati ci appaiono protesi nel gesto essenziale del bere, inginocchiati, incurvati, trascinati da un accanimento belluino per saziare quel bisogno elementare. Ovvero, Arnolfo si dimostra capace di un movimentismo estremo, quale certo non apparteneva al pur eccellente fondatore di quel grande episodio di plastica innovativa, Nicola Pisano, basti vedere, nella Fonte di sua mano, come i Santi-cariatidi se ne stiano dignitosi ma imbambolati nelle loro pose verticali. Forse il figlio Giovanni, perfetto coetaneo di Arnolfo, in altre sue opere ci appare capace di unuguale protensione al movimento, ma certo nessuno, in quellultimo scorcio del Duecento, poteva reggere al confronto con Arnolfo. Gli fu pari il solo Giotto, che lo raggiunse su quel medesimo traguardo, pur essendo nato un abbondante ventennio dopo. Infatti, se vogliamo trovare nella pittura qualcosa di pari forza sintetica, di pari audacia nella tensione dei corpi, dobbiamo andare ad Assisi, nella grande affermazione giottesca fornita dagli episodi di S. Francesco. Si pensi allOmaggio delluomo semplice, con quella figura che si prosterna ai piedi del Santo, teso nei muscoli, o ancor pi al contadino chino anche lui per bere, nellepisodio in cui il Santo fa sgorgare lacqua da una sorgente scaturita per miracolo, nel che quasi una traduzione in pittura della mirabile macchina corporea concepita da Arnolfo. Da questi due grandi raggiungimenti non si intravedono soltanto gli esiti pi avanzati del naturalismo rinascimentale, e cio ogni possibile soluzione di una modernit prossima ventura, ma ci si protende a raggiungere il cubismo di Picasso o il primitivismo di ArturoMartini, questultimo autore pure lui di un celeberrimo Assetato. Nulla, nella mostra di Perugia o altrove, poteva essere trovato allaltezza di quella mirabile epifania del corpo umano messa in atto da Arnolfo. Non valeva la pena trasferire dalle nobili collezioni di quello stesso edificio una Madonna con Bambino di Duccio di Buoninsegna, dalla squisita fattura, ma ancora intimidita nello sforzo di balzar fuori dallo schematismo bizantino. Una pessima figura la fa un S. Francesco attribuito a Cimabue, che mala copia del magnifico S. Francesco affrescato dallartista nella sua Madonna con Bambino, ancora visibile ad Assisi, Chiesa inferiore. E del resto Cimabue e Duccio, che venivano una generazione prima diArnolfo, ebbero gi il loro gran daffare a colmare lo iato che li separava da Nicola, ma rivaleggiando con lui nel proposito di concentrare le forme in una poderosa staticit. Interessanti i medaglioni che provengono dai reperti della plastica concepita attorno a Federico II, per esempio nella mitica Porta di Capua. Ma nel loro caso si tratta davvero di rinascimento, ovvero lantichit risorge tale e quale, portandosi dietro una trasognata aria di eternit fuori del tempo e dello spazio, laddove gliAssetati di Arnolfo si slanciano con bestiale voracia ad afferrare le cose: il moderno, qui, prende un netto vantaggio sullantico. Non parliamo poi di quel modesto dipinto attribuito a Giotto, recuperato da una lontana sede ungherese: una diafana immagine di donna, laddove, per reggere al confronto, qui Giotto doveva essere rappresentato con forme ugualmente protese ad afferrare la preda.



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