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SICILIA - manager per i beni culturali
SEBASTIANO TUSA
08 ottobre 2016 LA REPUBBLICA




LA PROBABILE scoperta del teatro dell'antica Akragas ci dà l'occasione per partire da Agrigento per fare una riflessione sulla gestione dei Beni culturali siciliani. Agrigento dimostra che è possibile offrire al pubblico un prodotto adeguatamente gestito, curato e spiegato senza eccessivi aggravi economici. Il segreto di tale successo sta ovviamente nella capacità del suo direttore e del suo staff, ma anche negli strumenti che egli ha a disposizione, cioè il sistema di gestione. Il Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei templi ha una sua gestione autonoma sul piano amministrativo e contabile, permettendo il reimpiego delle somme introitate che ha pressoché azzerato due dei mali endemici che viziano l'amministrazione dei Beni culturali siciliani: la lentezza burocratica e l'assenza di progressione meritocratica nelle carriere.

Il "sistema Agrigento" andrebbe esportato a tutti i parchi e musei regionali e anche alle soprintendenze. Esso fu creato con una legge (la 10 del 2000 promulgata dall'allora assessore Fabio Granata) che estendeva a tutti i parchi archeologici della Sicilia l'autonomia gestionale. Ma al momento è applicata solo ad Agrigento. Tale sistema, dando maggiore autonomia alle strutture gestionali, consentirebbe di realizzare quel mutamento "genetico" dell'apparato dirigenziale della pubblica amministrazione in senso manageriale, tanto auspicato e sbandierato, liberando eccellenze e capacità oggi umiliate da un sistema che premia tutti indistintamanente attraverso inutili sistemi di valutazione.

Un'altra piccola ma grande rivoluzione che produrrebbe economie e efficienze è quella di riqualificare precari e personale in apparente esubero che, posso testimoniare, tranne qualche isolato e patologico caso, sarebbero ben felici di lavorare proficuamente. Mancano le opportunità attraverso cui tale volontà si esprima. Mancano anche capacità e professionalità poiché i sistemi di reclutamento sono stati inesistenti o inefficaci. Tale riqualificazione andrebbe fatta con le somme che la Regione siciliana e l'Unione europea spendono per la formazione professionale, spesso sperperate. Abbiamo necessità di figure professionali quali, ad esempio, il manutentore museale e delle aree archeologico-monumentali nelle sue svariate forme e professionalità (giardinieri, idraulici, elettricisti, muratori, addetti al primo intervento di messa in sicurezza di oggetti e monumenti, addetti alla sicurezza e protezione civile, personale di accoglienza, custodia, guardie diurne e notturne, addetti alla comunicazione). In Sicilia tali attività (tranne la custodia) sono sempre affidate a ditte esterne, seguendo i necessari processi di aggiudicazione sempre più complessi che spesso generano contenziosi e lungaggini, con il risultato che l'azione progettata viene avviata non nei tempi opportuni e con costi elevati.

Un'altra grave carenza, da risovere anche con l'aiuto del personale riqualificato, sta nel sistema informativo, poiché mancano sussidi esaustivi e capillarmente proposti al pubblico in musei e aree monumentali. A esso è connesso il settore delle mostre. Raramente negli ultimi anni la Sicilia ha prodotto mostre frutto di un percorso di ricerca scientifica divulgata al grande pubblico mediante soluzioni e linguaggi accessibili. In Sicilia la mostra diventa spesso soltanto opera di puro maquillage per esporre alcuni "gioielli di famiglia" senza alcun percorso scientifico alle spalle. La Sicilia deve produrre mostre da esportare con profitto in tutto il mondo e non solo fare da ente prestatore.

Infine, che dire dell'ingente flusso di fondi comunitari affluiti in Sicilia nel settore dei Beni culturali? Nell'immediato passato questi fondi, ancorché spesso ben spesi, sono serviti a colmare le lacune dei fondi ordinari e non hanno creato un sistema integrato virtuoso di valorizzazione dei Beni culturali. Speriamo che le ulteriori somme che presto affluiranno nell'isola possano essere utilizzate per la realizzazione di una progettualità pianificata che canalizzi l'investimento aggregando poli di eccellenza culturale. Per la verità, le intenzioni manifestate dall'assessorato competente sono in linea con tali principi, avendo manifestato l'indirizzo di investire nelle aree dei cosiddetti "attrattori Unesco" e nei grandi e rinomati siti della Sicilia occidentale.

È necessario un cambiamento radicale nella politica finora attuata. Cambiare significa investire nell'adeguamento del sistema culturale agli standard europei, pur mantendendo la nostra identità e attuando quelle corrette sinergie pubblico-privato che l'attuale divario tra inerzia negativa della pubblica gestione della cultura e ancora farraginoso sistema di agevolazioni fiscali inibisce.

Oggi più che mai la Sicilia può rivestire un ruolo guida soprattutto verso i Paesi della sponda sud del Mediterraneo nel settore dei Beni culturali solo se riuscirà a diventare una vera eccellenza in questo campo. Ma ciò sarà possibile se la comunità internazionale, anche con le armi della cultura (e in questo la Sicilia può e deve dare un contributo effettivo), metterà fine alla barbarie dell'Isis che, con perfida lucidità, ha individuato nella distruzione dell'identità culturale la maniera più incisiva per annullare la libertà dei popoli.

L'autore è soprintendente del Mare



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