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Alcuni effetti e alcuni pasticci della Legge Lupi
Luigi Scano
www.eddyburg.it, Data di pubblicazione: 16/07/2005

> Urbanistica e pianificazione > Tutto sulla legge Lupi


Data di pubblicazione: 16.07.2005

Autore: Scano, Luigi

Unanalisi del Pasticcio di Legge firmato dallon. Lupi a proposito di due temi: territorio non urbanizzato e di beni culturali



Relativamente alla materia denominata governo del territorio la Camera dei Deputati ha approvato, com noto, il 28 giugno 2005, un disegno di legge recante i relativi principi, che tutto, dal testo base assunto al relatore, legittima a continuare a chiamare, come nel gergo corrente, legge Lupi, e che attualmente si trova trasmesso dal Presidente della Camera a quello del Senato in data 29 giugno 2005 (Atti Senato n.3519). Di seguito si analizzano due aspetti del ddl, relativi a due aspetti, rilevanti anche ai fini degli argomenti che saranno tratti nelle scuola estiva di Eddyburg del settembre prossimo: il territorio non urbanizzato e i beni culturali. Su questo secondo argomento ci si intratterr con maggiore ampiezza, anche per il carattere particolarmente ambiguo, contraddittorio e oscuro del testo legislativo. (in calce il testo in formato -pdf)

Il governo del territorio e il territorio non urbanizzato

Allarticolo 6 del suddetto disegno di legge, attinente in genere alla pianificazione territoriale, ma nel contesto dei commi relativi al piano urbanistico comunale, si afferma che nell'ambito del territorio non urbanizzato si distingue tra aree destinate all'agricoltura, aree di pregio ambientale e aree urbanizzabili(comma 5), e altres che nelle aree destinate all'agricoltura e nelle aree di pregio ambientale la nuova edificazione consentita solo per opere e infrastrutture pubbliche e per servizi per l'agricoltura, l'agriturismo e l'ambiente. Nelle aree urbanizzabili gli interventi di trasformazione sono finalizzati ad assicurare lo sviluppo sostenibile sul piano sociale, economico e ambientale (comma 6).

Salvo intervento precettivo autonomo della legislazione regionale, ovvero della pianificazione sovraordinata al piano urbanistico comunale, nulla pertanto orienterebbe il medesimo piano urbanistico comunale nel ripartire il territorio non urbanizzato nelle tre categorie delle aree destinate allagricoltura, delle aree di pregio ambientale e delle aree urbanizzabili. Si vuol dire che, nel rispetto dei principi fondamentali della legge statale in materia di governo del territorio, ove il disegno di legge puntualmente succitato divenisse tale nelle sue attuali formulazioni, le aree urbanizzabili definite dal piano urbanistico comunale potrebbero interessare qualsiasi percentuale del territorio presentemente non urbanizzato, sia in prevalente condizione naturale sia oggetto di attivit agricola o forestale, il quale, assegnato alluna o allaltra delle altre due categorie previste, potrebbe vedersi ridotto in termini puramente residuali: lacerti di verde in un territorio pressoch totalmente urbanizzato e urbanizzabile (essendo comunque anche il secondo produttivo di indebite rendite sia assolute che relative, secondo il gioco dellontologicamente distorto mercato immobiliare).

In secondo luogo, non dato intendere cosa dovrebbe distinguere le aree destinate allagricoltura dalle aree di pregio ambientale, dato che in entrambe indifferentemente previsto possa realizzarsi la nuova edificazione [] per opere e infrastrutture pubbliche e per servizi per l'agricoltura, l'agriturismo e l'ambiente.

Sotto il primo, e pi rilevante, profilo, in un Paese che ha visto, nellultimo cinquantennio del secolo scorso e nei primi anni di questo, il proprio territorio in prevalente condizione naturale ovvero oggetto di attivit agricola o forestale sia urbanizzato ed edificato in misura variabilmente multipla a quella in cui in fenomeno si era prodotto in tutta la precedente vicenda storica, sia oggetto di rururbanizzazione, o svillettamento che dir si voglia (tanto sono entrambi termini orrendi come ci che vogliono significare), sarebbe decisamente il caso che la legge statale recante i principi del governo del territorio si facesse carico di perseguire (seppure nei suoi limiti di efficacia non immediata) la preservazione pressoch totale del rimanente territorio non urbanizzato.

E quindi da caldeggiarsi laccoglimento della proposta, avanzata da Italia Nostra per cui il territorio presentemente non urbanizzato, individuato come non interessabile da nuovi insediamenti di tipo urbano, o da ampliamenti di insediamenti esistenti, dagli strumenti urbanistici vigenti, modificabili per questo aspetto soltanto dintesa con la competente Soprintendenza, dovrebbe essere qualificato bene paesaggistico in forza di legge, conseguendone ogni relativo effetto.

Ma non basta. Una appena dignitosa legge statale afferente al governo del territorio dovrebbe sancire il principio fondamentale, gia presente nella legislazione di alcune Regioni (basti ricordare, per la particolare icasticit della formulazione, quella della Regione Toscana), per cui lutilizzazione del territorio ancora non urbanizzato al fine di realizzare nuovi insediamenti di tipo urbano o ampliamenti di quelli esistenti, ovvero nuovi elementi infrastrutturali, nonch attrezzature puntuali, pu essere definita ammissibile, negli strumenti di pianificazione, esclusivamente ove non sussistano alternative di riuso e di riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti.

La medesima legge statale dovrebbe altres dettare alcuni essenziali principi direttamente afferenti alla disciplina pianificatoria del territorio non urbanizzato.

Dovrebbe stabilire che le leggi regionali assicurino che in tale territorio non urbanizzato gli strumenti di pianificazione non consentano nuove costruzioni, n demolizioni e ricostruzioni, o consistenti ampliamenti, di edifici, se non strettamente funzionali all'esercizio dell'attivit agro-silvo-pastorale, nel rispetto di precisi parametri rapportati alla qualit e all'estensione delle colture praticate e alla capacit produttiva prevista, come comprovate da piani di sviluppo aziendali o interaziendali, ovvero da piani equipollenti previsti dalle leggi. I predetti parametri dovrebbero determinare lentit massima dellammissibile edificazione, sia di abitazioni rurali che di annessi rustici, comprensiva di quella preesistente, destinata a tali due tipi di utilizzazione, nei fondi delle aziende agricole interessate.

Alle leggi regionali dovrebbe inoltre essere richiesto di prevedere che le trasformazioni appena sopra indicate siano assentite previa sottoscrizione di apposite convenzioni nelle quali sia prevista la costituzione di un vincolo di inedificabilit, da trascrivere sui registri della propriet immobiliare, fino a concorrenza della superficie fondiaria per la quale viene assentita la trasformazione, nonch l'impegno a non operare mutamenti delluso degli edifici, o delle loro parti, attivando utilizzazioni non funzionali allesercizio delle attivit agro-silvo-pastorali, e a non frazionare n alienare separatamente i fondi per la parte corrispondente all'estensione richiesta per la trasformazione ammessa.

Sempre alle leggi regionali dovrebbe essere affidato il compito di disciplinare altres le trasformazioni ammissibili dei manufatti edilizi esistenti con utilizzazioni in atto non strettamente funzionali allesercizio delle attivit agro-silvo-pastorali, limitandole a quelle di manutenzione, di restauro e risanamento conservativo, di ristrutturazione edilizia senza ampliamenti, ovvero con ampliamenti fortemente contenuti. E anche quello di disciplinare i mutamenti delluso dei manufatti edilizi esistenti, fermo restando che nei casi di attivazione di utilizzazioni funzionali all'esercizio dell'attivit agro-silvo-pastorale dovrebbero valere le disposizioni attinenti le omologhe trasformazioni fisiche. E soprattutto essendo stabilito dalla legge statale (assumendo uninteressante innovazione della legislazione toscana) che sia prevista la demolizione dei manufatti edilizi gi utilizzati come annessi rustici, qualora perdano la destinazione originaria e per la parte in cui abbiano entit dimensionale eccedente le determinazioni delle leggi o degli strumenti di pianificazione, e siano privi di interesse anche soltanto storico-testimoniale.

Dovrebbe infine essere in ogni caso previsto che siano disposte ulteriori limitazioni, fino alla totale intrasformabilit, relativamente al territorio non urbanizzato, o a sue definite articolazioni, per ragioni di fragilit del territorio, ovvero per finalit di tutela del paesaggio, dell'ambiente, dell'ecosistema, dei beni culturali e dellinteresse storico-artistico, storico-architettonico, storico-testimoniale, del patrimonio edilizio esistente.

Il governo del territorio e il patrimonio culturale

A norma dellarticolo 9, rientrante tra i principi fondamentali, della Costituzione della Repubblica italiana la Repubblica [] tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Quandanche lesame e la valutazione degli atti formativi di un atto avente forza di legge (o di legge fondamentale, come in questo caso) siano un criterio esegetico tuttal pi residuale, vale la pena di ricordare come la formulazione ora riportata sia stata decisivamente condizionata, allAssemblea costituente, da un emendamento proposto da Emilio Lussu (notoriamente uno tra i pi accesi regionalisti e autonomisti) tendente a sostituire la parola Repubblica alla parola Stato caratterizzante nelle precedenti versioni il precetto succitato. Lintendimento dellemendamento presentato da Lussu, infatti, non poteva che leggersi alla luce dellasserzione, gia presente, al momento dei fatti che si rammentano, nel progetto di Costituzione elaborato dal Comitato di redazione, per cui la Repubblicasi riparte in Regioni e Comuni. Con la sua proposta, cio, Lussu voleva non gi traslare i compiti della tutela dallo Stato alle Regioni e egli enti locali, ma istituire competenze concorrenti.

Presentemente, la Costituzione della Repubblica italiana, come novellata, al suo Titolo V, dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.3, afferma, al primo comma dellarticolo 114, che la Repubblica costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Citt metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. Anche in ragione del criterio, accolto pacificamente da tutta la dottrina e la giurisprudenza costituzionalistica, per cui, in caso di supposto contrasto tra un principio fondamentale della Costituzione e un altro suo dettato, o di dubbio esegetico circa i contenuti di un precetto costituzionale non rientrante tra i principi fondamentali, si deve prescegliere linterpretazione che possa accordarsi con i principi fondamentali, occorre convenire che, checch affermino i disposti puntuali del Titolo V della Costituzione (per non dire della legislazione ordinaria) in merito alle competenze dei soggetti istituzionali che compongonola Repubblica, non uno di tali soggetti pu essere deprivato di ogni competenza finalizzata alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. La qual cosa non implica affatto distribuzione delle medesime competenze a tutti i soggetti istituzionali enumerati, n equiordinazione delle competenze (cio, in parole povere, mancata identificazione di una sequela di decisori in ultima istanza), ma, per lappunto, puramente e semplicemente, obbligo di modulare le competenze in termini tali per cui tutti i soggetti istituzionali enumerati concorrano alla finalit costituzionalmente posta, e affidata alla Repubblica.

Del resto, in epoca antecedente alla concreta costituzione delle Regioni, e in presenza di una temperie cultural-politica tuttaltro che accentuatamente autonomistica (per non parlare di federalismo), nel riformulare, con larticolo 1 della legge 19 novembre 1968, n.1187, larticolo 7 della legge urbanistica 17 agosto 1942, n.1150, si inserirono tra i contenuti dei piani regolatori generali comunali i vincoli da osservare nelle zone a carattere storico, ambientale, paesistico. Con ci nemmeno sognandosi di intaccare le competenze statali in argomento di tutela delle cose dinteresse artistico e storico (cio dei beni culturali) di cui alla legge 1 giugno 1939, n.1089, e delle bellezze naturali (cio del paesaggio, o dei beni ambientali, o dei beni paesaggistici che dir si sia detto, e si voglia dire) di cui alla legge 29 giugno 1939, n.1497.

Una volta concretamente costituitesi le Regioni, poi, pure nel clima, lungamente perdurato, di unocchiuta vigilanza del Governo dello Stato in merito alle (vere o supposte) evasioni della produzione legislativa regionale dallelenco tassativo delle sue competenze stilato dal primo comma dellarticolo 117 della Costituzione allora vigente (si pensi soltanto alle controversie in argomento di attivit economiche), non risultano peculiarmente contestate le disposizioni dettate dalla legislazione di quasi tutte le regioni circa la tutela, da assicurarsi nella pianificazione (della stessa Regione, delle province, dei comprensori finch ne dur la moda-, dei comuni), sia delle componenti territoriali paesaggisticamente e/o ambientalmente rilevanti che degli elementi territoriali di interesse storico-archeologico, storico-artistico, storico-architettonico, storico-testimoniale.

Allorquando, nel contesto di una larga e consapevole maturazione di un atteggiamento assai pi equilibrato tra istanze centralistiche e istanze autonomistiche, verso la fine degli anni 70 del secolo scorso, si ridisegnarono complessivamente le competenze e le funzioni amministrative dello Stato, delle Regioni e degli enti locali, si provvide tra laltro, con larticolo 80 del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n.616, a definire la latitudine della materia urbanistica, rientrante tra quelle per le quali, a norma del primo comma dellarticolo 117 dellallora vigente Costituzione, la Regione emana [] norme legislative nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato. Ai sensi di tale definizione, la suddetta materia concerne la disciplina delluso del territorio comprensiva di tutti gli aspetti conoscitivi, normativi e gestionali riguardanti le operazioni di salvaguardia e di trasformazione del suolo nonch la protezione ambientale. Ci non imped che, alcuni anni appresso, in materia di tutela del paesaggio (ovvero di zone di particolare interesse ambientale, come allora le si denomin) venissero emanate disposizioni legislative anche e soprattutto immediatamente operative e direttamente precettive, con il decreto legge 27 giugno 1985, n.312, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1985, n.431 (meglio nota come legge Galasso). E men che meno imped che le ora citate disposizioni legislative statali fossero dichiarate, dalle sentenze della Corte costituzionale 24 giugno 1986, n.151 e n.153, perfettamente legittime.

In tempi assai pi recenti, il decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.42, recante Codice dei beni culturali e del paesaggio (e pi noto come Codice Urbani), si premurato di proclamare che in attuazione dellarticolo 9 della Costituzione, la Repubblica tutela e valorizza il patrimonio culturale in coerenza con le attribuzioni di cui allarticolo 117 della Costituzione (articolo 1, comma 1) e che il patrimonio culturale costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici (articolo 2, comma 1).

Per ragionare sulla portata di tali disposizioni opportuno premettere che, nel frattempo, con la gi citata legge costituzionale 3/2001, stata operata la mai abbastanza vituperata (a giudizio di chi stila queste note) riscrittura del Titolo V della Costituzione. Ai sensi di tale riformulazione della carta costituzionale, che ripropone, esaltandolo, il criterio dellattribuzione delle competenze (legislative, e conseguentemente amministrative) per materie differenziate, rigidamente enunciate ed elencate, appartengono, a norma del novellato articolo 117, alla legislazione esclusiva dello Stato, tra laltro, la tutela dellambiente, dellecosistema e dei beni culturali(comma 2, lettera s.), mentre materia di legislazione concorrente (in cui spetta alle Regioni la potest legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato), tra laltro, il governo del territorio (comma 3), fermo restando che spetta alle Regioni la potest legislativa in riferimento a ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato (comma 4).

C quindi da chiedersi se il Codice Urbani, costruendo nei termini sopra riportati lunitaria nozione di patrimonio culturale, non abbia richiamato (o inteso richiamare) anche la tutela del paesaggio nellambito delle competenze legislative esclusive dello Stato. La risposta (almeno circa gli effetti raggiunti, impregiudicate restando le intenzioni) non pu che essere negativa. Il che pu asserirsi (trascurando altri pi sofisticati ragionamenti) per una motivazione sostanziale: le disposizioni della Parte terza del decreto legislativo 42/2004, attinenti ai beni paesaggistici, non possono, in ragione dei propri contenuti, trovare concreta applicazione, quantomeno con riferimento alla pianificazione paesaggistica (ma in realt in termini ben pi estesi), in assenza di una produzione legislativa regionale che specifichi, dettagli, renda operativi i precetti attinenti ai contenuti, agli elementi costitutivi, ai procedimenti formativi, alle efficace, di tale pianificazione paesaggistica. Ne discende che, volendo incasellare i prodotti legislativi nel rigido schema del novellato articolo 117 della Costituzione, le disposizioni del Codice Urbani attinenti ai beni paesaggistici sono ascrivibili piuttosto alla materia a legislazione concorrente denominata governo del territorio, anzich alla materia a legislazione esclusiva (dello Stato) denominata tutela dellambiente, dellecosistema e dei beni culturali. Occorrerebbe riconoscere che tali disposizioni, pur configurandosi come principi fondamentali, sono peculiarmente ricche di specificazioni, ma ci non dovrebbe recare scandalo, quanto piuttosto indurre a convenire, anche alla luce della consolidata esperienza di altri stati europei ad assetto federale, che nei campi delle materie a legislazione concorrente non affatto detto che i principi della legislazione dello stato federale debbano corrispondere ad affermazioni generali, generiche e vacue.

Relativamente alla materia denominata governo del territorio la Camera dei Deputati ha approvato, com noto, il 28 giugno 2005, un disegno di legge recante i relativi principi, che tutto, dal testo base assunto al relatore, legittima a continuare a chiamare, come nel gergo corrente, legge Lupi, e che attualmente si trova trasmesso dal Presidente della Camera a quello del Senato in data 29 giugno 2005 (Atti Senato n.3519)

Secondo tale disegno di legge il governo del territorio consiste nell'insieme delle attivit conoscitive, valutative, regolative, di programmazione, di localizzazione e di attuazione degli interventi, nonch di vigilanza e di controllo, volte a perseguire la tutela e la valorizzazione del territorio, la disciplina degli usi e delle trasformazioni dello stesso e la mobilit in relazione a obiettivi di sviluppo del territorio. Il governo del territorio comprende altres l'urbanistica, l'edilizia, linsieme dei programmi infrastrutturali, la difesa del suolo, la tutela del paesaggio e delle bellezze naturali, nonch la cura degli interessi pubblici funzionalmente collegati a tali materie (articolo 1, comma 2). La frase evidenziata in corsivo frutto di uno dei pochi emendamenti accolti tra quelli proposti dai deputati dellopposizione di centrosinistra (nella fattispecie dallon.Sandri e altri), e di tale accoglimento tale schieramento pare vada particolarmente orgoglioso e soddisfatto.

Resta il fatto che il comma immediatamente successivo dello stesso articolo recita che la potest legislativa in materia di governo del territorio spetta alle regioni,salvo che per la determinazione dei principi fondamentaliead esclusione degli aspetti direttamente incidenti [] sulla tutela dei beni culturali e del paesaggio []. La dizione in questo caso evidenziata in corsivo parte integrante del disegno di legge originario, non stata corretta, e appare sommamente equivoca, e potenzialmente contraddittoria con il dettato del comma immediatamente precedente. Vorrebbe significare che la legislazione regionale che attenga il paesaggio, e anche i beni culturali, non pu contraddire la legislazione, anche di dettaglio, emanata in materia dallo Stato? non vi sarebbe nulla da obiettare, se non che la forma espressiva particolarmente oscura. Vorrebbe invece significare che inibito alla legislazione regionale (per non dire della susseguente attivit amministrativa, segnatamente pianificatoria) avere a proprio oggetto la tutela dei beni culturali, e financo del paesaggio, dettando prescrizioni immediatamente operative e direttamente precettive? Sarebbe inaccettabile per contrasto, oltre che con larticolo 9 (principio fondamentale) della Costituzione, come dianzi esposto e commentato, anche con la ragionevolezza in genere, e con quella che deve presiedere lattribuzione e lesercizio delle competenze dei soggetti istituzionali in particolare.

La possibile equivocabilit, e la presumibile contraddittoriet, di disposizioni del medesimo disegno di legge, accentuata se si pone attenzione al dettato del comma 3 dellarticolo 6, per cui il piano urbanistico lo strumento di disciplina complessiva del territorio comunalee deve ricomprendere e coordinare, con opportuni adeguamenti, ogni disposizione o piano di settore o territoriale concernente il territorio medesimo. Esso recepisce le prescrizioni e i vincoli contenuti nei piani paesaggistici, nonch quelli imposti ai sensi delle normative statali in materia di tutela dei beni culturali e del paesaggio. Significa che la legislazione regionale deve stabilire che il piano urbanistico si limita a recepire, per quanto concerne la tutela dei beni culturali e del paesaggio, i contenuti dei piani paesaggistici, e le prescrizioni dettate direttamente in base alla legislazione di esclusiva competenza statale, oppure che la legislazione regionale, nel fare carico alla pianificazione (anche) comunale di stabilire (magari prioritariamente) le disposizioni volte alla tutela dellidentit culturale del territorio, deve specificare che, ci facendo, essa deve in primis rispettare la pianificazione paesaggistica, e le eventuali disposizioni immediatamente precettive dettate in base alla legislazione statale?

Ragionevolezza vorrebbe che si propendesse decisamente, e tranquillamente, per il secondo corno del dilemma. Ma non una sola affermazione dellintero disegno di legge pone la finalit generale della tutela dellidentit culturale del territorio (n della sua integrit fisica, per il vero) come finalit da perseguirsi, anche autonomamente, a opera dellattivit pianificatoria di ogni soggetto istituzionale. E questo gi induce a pensar male: il che facendo, diceva un vecchio statista italiano, di norma si fa peccato ma ci sazzecca.Epper c di pi: c che il Governo attualmente in carica, espressione della stessa coalizione di maggioranza che ha varato, alla Camera, il disegno di legge in esame (la legge Lupi, per capirsi in gergo) ha lanno scorso presentato ricorso alla Corte costituzionale avverso la legge della Regione Veneto 23 aprile 2004, n.11 (Norme per il governo del territorio) per avere tale Regione (governata allora come ora, tra laltro, da una solida maggioranza omogenea a quella nazionale) previsto, con larticolo 40 della legge citata, che il piano di assetto del territorio (comunale) determini, con riferimento a tutti gli edifici componenti gli insediamenti urbani storici, a tutti i manufatti edilizi di interesse storico ovunque localizzati, e anche relativamente alle ville venete, e a ogni altro edificio di valore monumentale e testimoniale vincolato in base alla legislazione statale di settore, le categorie in cui gli stessi debbono essere raggruppati per le loro caratteristiche tipologiche, attribuendo in tal modo specifici valori di tutela e, quindi, individuando per ciascuna categoria gli interventi e le destinazioni duso ammissibili, la qual cosa veniva considerata lesiva dellarticolo 117, secondo comma, lettera s), e sesto comma, della Costituzione, che rispettivamente riservano alla potest legislativa esclusiva dello Stato e alla sua potest regolamentare la tutela dei beni culturali.

La Corte costituzionale si pronunciata con sentenza del 16 giugno 2005, n.232 (dal cui ritenuto in fatto sono traslate anche le citazioni del capoverso immediatamente precedente). Dichiarando la questione non fondata.

Infatti, argomenta la Corte, la tutela dei beni culturali [] materia che condivide con altre alcune peculiarit. Essa ha un proprio ambito materiale, ma nel contempo contiene l'indicazione di una finalit da perseguire in ogni campo in cui possano venire in rilievo beni culturali. Essa costituisce anche una materia-attivit, come questa Corte l'ha gi definita (vedi sentenza n. 26 del 2004), condividendo alcune caratteristiche con la tutela dell'ambiente []. In entrambe assume rilievo il profilo teleologico della disciplina.

Prosegue la Corte rammentando di avere affermato che la tutela dell'ambiente, pi che una materia in senso stretto, rappresenta un compito nell'esercizio del quale lo Stato conserva il potere di dettare standard di protezione uniformi validi in tutte le Regioni e non derogabili da queste, e che ci non esclude affatto la possibilit che leggi regionali, emanate nell'esercizio della potest concorrente di cui all'articolo 117, terzo comma, della Costituzione o di quella residuale di cui all'articolo 117, quarto comma, possano assumere tra i propri scopi anche finalit di tutela ambientale.

Per converso, sostiene ancora la Corte, la materia del governo del territorio, comprensiva dell'urbanistica e dell'edilizia [], rientra tra quelle di competenza legislativa concorrente. Spetta perci alle Regioni, nell'ambito dei principi fondamentali determinati dallo Stato, stabilire la disciplina degli strumenti urbanistici. Ora, non v' dubbio che tra i valori che gli strumenti urbanistici devono tutelare abbiano rilevanza non secondaria quelli artistici, storici, documentari e comunque attinenti alla cultura nella polivalenza di sensi del termine.

In via generale, specificato incidentalmente, nelle materie in cui ha primario rilievo il profilo finalistico della disciplina, la coesistenza di competenze normative rappresenta la generalit dei casi.

Nello specifico, sentenzia conclusivamente la Corte, la norma regionale impugnata non invasiva della sfera di competenza statale [], in quanto la disciplina regionale in funzione di una tutela non sostitutiva di quella statale, bens diversa ed aggiuntiva, da assicurare nella predisposizione della normativa di governo del territorio, nella quale necessariamente sono coinvolti i detti beni. La legge regionale non stabilisce nuovi criteri di identificazione dei beni culturali ai fini del regime proprio di questi nell'ambito dell'ordinamento statale, bens prevede che nella disciplina del governo del territorio e quindi per quanto concerne le peculiarit di questa si tenga conto non soltanto dei beni culturali identificati secondo la normativa statale, ma eventualmente anche di altri, purch per essi si trovino a far parte di un territorio avente una propria conformazione e una propria storia.

Sar il caso che dellora sunteggiata dottrina del giudice delle leggi, cio del pi autorevole interprete del dettato costituzionale, si tenga debito conto in quellintegrale riscrittura della legge statale contenente i principi del governo del territorio che, anche ma certamente non soltanto per le ragioni esposte in questo scritto, si pone come unesigenza inderogabile rispetto al delineare lordinamento legislativo di un Paese appena appena civile.




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