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URBANISTICA II futuro dello spazio condiviso
LUCIA TOZZI
il manifesto 14-LUG-2005




Dall'inizio degli anni '90 l'interesse per lo. spazio pubblico ha cominciato a trascendere il campo dell'urbanistica e dell'architettura coinvolgendo filosofi, sociologi, storici, artisti.
Bench in questi anni molti piani di rinnovamento urbano siano stati impostati sulla creazione di nuovi spazi pubblici, in generale l'evoluzione della citt contemporanea caratterizzata dal fenomeno opposto: espansionismo delle strutture commerciali e politiche di sicurezza urbana sempre pi invadenti.
Ma esiste un'idea comune di spazio pubblico da difendere?

A giudicare dai risultati di Tronfii Moving Culture through Europe, un'indagine triennale sulle pratiche ar-tistiche europee legate al territorio che Bartolomeo Pietromarchi ha condotto per la fondazione Olivetti, si direbbe proprio di no. La documentazione di questa ricerca, pubblicata nel catalogo II luogo [non] comune. Arte, spazio pubblico ed estetica urbana (Fondazione Adriano Olivetti e Actar, 2005), rivela come lo stesso termine pubblico ispiri diffidenza agli artisti e agli intellettuali coinvolti, specialmente se provenienti dai paesi mediterranei o ex-socialisti Secondo Iara Boubnova, direttrice dell'Istituto per l'Arte Contemporanea di Sofia, pubblico spesso si riferisce a propriet statale o a urbano piuttosto che a condiviso, mentre il critico Erdan Kosova sostiene che in Turchia non si pu dividere lo spazio sociale nelle due categorie astratte di spazio pubblico e privato, perch i luoghi pubblici vengono percepiti come rigidamente normati, e quelli privati appartengono alla famiglia - e quindi ancora a una dimensione comunitaria.
L'oggetto della ricognizione europea di Pietromarchi, organizzata in tre itinerari (Parigi-Rotterdam-Amsterdam-Koma; Berlino-Bucarest-Sofia-Belgrado; Istanbul-Cipro-Atene) dunque uno spazio delle relazioni che non ha pi nessuna connotazione fisica definita: non si tratta necessariamente della strada o della piazza, ma di un luogo condiviso che pu essere istituito nelle case private, nei caff o nei campi nomadi. In questa ottica relativista il progetto del collettivo Oda Projesi - che nel 1997 ha affittato un appartamento a Istanbul nel quartiere Galata per offrire uno spazio flessibile, privato e pubblico allo stesso tempo - sta sullo stesso piano dell'architettura oppo-sitiva teorizzata dalla rivista berlinese An Architektur-Production and Use of the Built Environment, che si ispira al pensiero di Henri Lefebvre ed elabora interventi politici diretti contro l'uso capitalistico dello spazio urbano.

Tra gli artisti coinvolti molti sono architetti o lo sono stati ma tutti nutrono una completa sfiducia nella possibilit che delle soluzioni spaziali a scala urbana possano contribuire a migliorare la vita delle persone. L'idea di un'urbanistica democratica, generalmente liquidata frettolosamente come un patetico revival di utopie urbane fallite quarant'anni fa, viene qui considerata improponibile perch ritenuta troppo istituzionale e universalistica. Gli obbiettivi della ricerca sono, invece, la documentazione delle istanze identitarie legate al territorio delle comunit nomadi o stanziali e l'individuazione dei desideri e delle esigenze dei membri di questi gruppi Se alcuni si limitano all'analisi o al racconto delle storie e delle situazioni con cui sono venuti a contatto, altri producono delle utopie realizzabili, fornendo servizi - come la cisterna dell'acqua costruita nel 2003 da Matej Bejenaru nel centro di Tirana, dove met della popolazione non aveva accesso all'acqua -oppure progettando la trasformazione dei luoghi a stretto contatto con gli abitanti. Un esempio di questa tipologia di intervento l'operazione imbastita dalla Fondazione Olivetti insieme a Osservatorio Nomade al Corviale, il lunghissimo edificio costruito negli anni 70 da Mario Fiorentino alla periferia di Roma, che ha mirato non solo a riqualificare la struttura fisica del quartiere, ma anche a ribaltarne l'immagine di archetipo del degrado urbano che opprime i suoi abitanti.
H desiderio di agire dal basso, comune alla quasi totalit dell'arte politica contemporanea dall'America del Sud alla Russia, in parte l'effetto di una diffusione in questo ambiente di quello che ormai potrebbe essere definito il pensiero unico (e soprattutto il lessico unico) tratto da Deleuze: non si fa che parlare di rizoma, nomadismo, micropolitica, Corpo senza Organi Al di l del rischio di trasformare un pensiero critico in un dizionario dei luoghi comuni, il limite pi evidente di questo genere di attivismo artistico che i suoi interventi appaiono esoterici a chiunque non ne sia capillarmente informato, circostanza che nuoce non poco proprio alla sua dimensione pubblica. D'altra parte stato lo stesso lunghissimo dibattito teorico sull'arte pubblica e la site-speciftcity, che ha avuto come epicentro soprattutto gli Stati Uniti, a fare evolvere le cose in questo modo. Una volta posto il problema della legittimit politica, per l'artista e i committenti istituzionali, di situare un oggetto in un luogo pubblico, o di modificare lo spazio a fini estetici senza consultare la comunit che avrebbero dovuto subirne le conseguenze, l'arte pubblica si trovata nella necessit di orientarsi nella direzione dei suoi veri committenti: i cittadini In realt l'estetica urbana continua per lo pi a essere alimentata dall'arte pubblica tradizionale e, nei casi migliori, sono le amministrazioni con una buona politica urbanistica a difendere lo spazio pubblico.



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