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Sviluppo Italia, tra l'eredit Gepi e il vizio delle mance a pioggia
CORRIERE DELLA SERA 03-07-2005



L'8 luglio, con l'approvazione dei conti 2004 e il rinnovo delle cariche, Sviluppo Italia ha l'occasione di ripensare se stessa, e magari di esporre sul sito internet il codice di governance e bilanci un po' pi recenti di quello del 2002. Partita nel 1999 accorpando vecchie societ d'intervento pubblico come Spi, Gepi, Insud, e Ribs, la finanziaria del ministero dell'Economia detiene partecipazioni, attrae investimenti esteri, finanzia nuove imprese, supporta la pubblica amministrazione, promuove progetti speciali per turismo, cabotaggio e banda larga. Un nuovo Iri, si dice. Ma Viri ebbe grandezze e miserie che han fatto la storia. Qui, invece, si rischia di rimanere alla cronaca delle mance.
Sviluppo Italia controlla 34 societ, met assieme alle Regioni, e ha un amministratore delegato, Massimo Caputi, i cui numerosi incarichi esterni (il Sole 24Ore ne conta II) suscitano abbastanza riserve da consigliare l'azionista a disporre restrizioni per il futuro. Negli ultimi due anni, con 400 assunzioni, l'organico balzato a 1.298 persone, di cui 93 dirigenti, con un costo pro capite di 60 mila euro. Il funzionamento d questo esercito genera oneri per 170 milioni, trai quali prestazioni da terzi ed emolumenti agli organi sociali per 35 milioni non dettagliati come ci si attende da una societ statale. E d'altra parte, la qualit dei consigli . tran-
ne eccezioni, tale da giustificare la concentrazione delle deleghe nelle mani di Caputi; che ha poteri di firma fino a 20 milioni quando l'investimento massimo di 27 milioni. Meglio un capo azienda meno potente e consgli pi autorevoli.
Il bilancio 2004 mostra un utile consolidato di 2,7 milioni, dopo aver contabilizzato quest'anno tra i ricavi 5 milioni per attivit non ancora fatturate ai ministeri e aver avuto 8 milioni di proventi straordinari netti. Non c' guadagno vero, dunque, ma non questo lo scopo sociale. Il gruppo ha attivit per 2 miliardi, finanziate principalmente da patrimonio netto, fondi e apporti da leggi. Esse sono costituite per 1,2 miliardi da liquidit, che rende 35 milioni di interessi l'anno ed in larga misura asservita a vecchi progetti, spesso inconcludenti, nel settore agroindustriale, progetti che Caputi ha chiuso riallocando le risorse a una nuova societ con il ministero dell'Agricoltura. Per altri 235 milioni si tratta di edifici e capannoni degli incubatoli d'azienda delle affiliate regionali: una cifra un po' alta. Ci sono poi crediti per 519 milioni, dei quali 357 sono finanziamenti essendo il resto trasferimento di fondi in base a leggi dello Stato o incassi non ancora effettuati per la vendita di partecipazioni. Nell'esercizio, il fondo svalutazione crediti viene aumentato da 5 a 81 milioni senza passare dal conto economico ma
pescando da un badwill costituito in origine. Restano 50 milioni di sofferenze nette: ancora tante. Infine, le 113 partecipazioni il passato che non passa valutate 179 milioni sulla base di bilanci non sempre aggiornati, ed detto tutto. In attesa di vedere alla prova i progetti speciali, facendo il suo lavoro di agenzia, Sviluppo Italia assegna nell'anno 476 milioni di contributi statali a 14.136 nuovi soggetti Iva, che, con 1,7 addetti in media, attivano investimenti per 838 milioni, 59 mila euro ad "azienda". Viene in mente il microcredito della Grameen Bank, ma il gerente di Sviluppo Italia non Muhammad Yunus n l'Italia il Bangladesh. Quanto agli investimenti esteri, sono stati presentati 19 piani per 4,3 miliardi di euro, che darebbero lavoro a 9 mila persone. Se Sviluppo Italia deve avere un futuro diverso dall'erogazione di aiutini dall'esito non verificabile a una frazioncina del popolo delle partite Iva, questo il campo, dissodato da Caputi nel 2004, dove dare ii meglio. (con la consulenza tecnica di Miraquota)



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