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VENEZIA-Visitare Venezia è un “diritto”? Quando il turismo è insostenibile
Massimiliano Panarari
La Stampa, 22/04/016

La città più bella e più fragile schiacciata dalle masse di visitatori

Venezia è bella, ma non ci vivrei», recita un adagio celeberrimo. Ciononostante (o, forse, proprio per questo), ci vogliamo andare quando e quanto più ci pare e piace. E qui sorge il dubbio: visitare la Serenissima – per esempio, durante il suo frequentatissimo Carnevale – è un «diritto umano» di ciascun individuo del Villaggio Globale, incluso, naturalmente, il turista «mordi e fuggi»? Oppure, al contrario, dovrebbe prevalere il diritto al limite (ambientale e culturale), ossia quello «alla sopravvivenza» della meravigliosa città lagunare, sottraendola a un’immane pressione antropica che rischia di pregiudicare alle generazioni future la possibilità di fruire della sua magia?
Un caso da manuale in cui tertium non datur, e che imporrebbe pertanto l’assunzione di decisioni radicali, sempre rimandate in nome di qualcuno degli interessi coinvolti nella partita, o per colpa dell’inerzia, una considerevole costante di certa politica italiana. Perché tanto, si dice, Venezia starà sempre là, nei secoli dei secoli.
In realtà, proprio il tempo (che fugge…) rappresenta la variabile non controllabile che pesa come un macigno sul destino della fragilissima città sull’acqua, inondata anche dai gitanti. Ed è una «risorsa» finita, come lo è lo spazio, congestionato al di là di ogni immaginazione, di un luogo la cui filosofia slow, che ne ispirava il «falso movimento» e la lentezza-dolcezza del vivere, risulta passata in cavalleria, tra le file interminabili degli autobus che si accatastano nei parcheggi di piazzale Roma e le mega-navi da crociera (oggetto di polemiche senza fine per i loro effetti idrodinamici e quelli inquinanti) che ne solcano i canali.
Un rombo di motori a tutto spiano (compresi quelli dei vaporetti) che – la nemesi della storia… – dovrebbe piacere a un Filippo Tommaso Marinetti redivivo, cancellandone le ingiurie contro la città «passatista» de Il manifesto futurista del 1910: «Noi ripudiamo l’antica Venezia estenuata e sfatta da voluttà secolari, che noi pure amammo e possedemmo in un gran sogno nostalgico». Una Venezia «simulacro» (in primis, per le torme di turisti a caccia di souvenir): come aveva intuito, nel 1972, Italo Calvino ne Le città invisibili. E Jean Baudrillard non avrebbe potuto essere maggiormente d’accordo.
Simulacro e «merce» per il consumo della società delle merci; nonché, da tempo e decisamente, fast food brandizzato (il Leone alato) a cielo aperto, come il circuito di ristorazione velocissima e in piedi egemone, che ha confinato i bàcari (le osterie di tradizione) in pochissime «ridotte» e calli. Altro che Venezia per tutte le tasche: l’offerta è stata esponenzialmente divaricata tra il modello di un take away di scarsa qualità e quello di un’esclusività assoluta che esula dalle possibilità degli «umani normali», e si concilia solo con lo standard lussurioso degli sceicchi del Golfo e degli oligarchi di Santa Madre Russia.
Di nuovo, tertium non datur: e a pagarne le conseguenze, rimanendoci in mezzo, è il ceto medio, quello che, per ragioni di stile, non vorrebbe assoggettarsi alla massificazione coatta dei «servizi» e, al tempo stesso, non può permettersi il paradiso dei nababbi extraeuropei.
E, dunque, che fare? Potremmo provocatoriamente dire che ci vorrebbe un po’ di coerenza, nella città in cui il turismo continua a incrementare i propri record (oltre 33 milioni e mezzo di presenze nella Città metropolitana nel periodo compreso tra gennaio e novembre 2015, dice l’Apt). Si può deregolamentare tutto, e i numeri, già stellari, diventerebbero intergalattici. Oppure, si potrebbe convertire Venezia in un «parco a tema cultural-artistico-storico-paesaggistico», che richiederebbe però un’offerta di servizi adeguata e riqualificata. O, ancora, regolare il numero di visitatori; e far pagare un ticket da destinare a opere di salvaguardia. Naturalmente, si può anche lasciare tutto com’è. E, allora, verosimilmente, insieme al tempo grande «Giustiziere», sarà la natura, anziché la politica, a fare il suo corso – sperando fortissimamente che la Morte a Venezia di Thomas Mann e Luchino Visconti non rappresenti un preludio della morte di Venezia. Ed ecco perché a questa città, più di ogni altra cosa, servirebbe una bella iniezione di vita – e di persone vere che l’abitassero e ripopolassero.



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