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Renzo Piano e intorno a lui il deserto dei genovesi
Giulio Anselmi
La Repubblica, 01/07/2005, Genova



CHIAMARE "affresco" il nuovo disegno del rapporto di Genova col mare, lungo un waterfront che va da Nervi a Voltri, pu apparire un po' presuntuoso. E certo, con la sua ambizione, preoccupa una citt che sembra spaventarsi del coraggio mostrato negli ultimi anni, quando ha cominciato adarsi una strategia per il futuro. Ma se non vuole invertire la rotta che l'ha portato a essere uno dei pi significativi esempi di recupero urbano e sociale in Italia, il ca-poluogo ligure deve interrogarsi sull'occasione che il progetto rappresentato da Renzo Piano rappresenta. Il conflitto non infatti tra una visione originale, fors'anche troppo, e un'alternativa pi modesta ma tra un'ipotesi e una rinuncia pregiudiziale, tra il pensare in grande e il rifiutare i problemi. E' pur vero, come dicono alcuni agenti marittimi, terminalisti e riparatori navali blindati nella legittima difesa dei loro interessi, che la citt deve continuare a vivere, giorno dopo giorno, in attesa che decolli il futuro: ma da questa premessa deriva forse l'eterna permanenza della strozzatura rappresentata, tra la Fiera del mare e il porto antico, da officine, bacini e cantieri di riparazione? Il waterfront immaginato da Piano prevede per questi operatori portuali un'isola in alto mare. E poi: lo spostamento dell'aeroporto al largo su un'altra isola artificiale, la demolizione della sopraelevata, un porto petrolchimico, diversi riempimenti, con una crescita di 200 ettari di porto e una spesa di quattro miliardi di euro.

ALCUNE parti del progetto meritano di essere riviste: appare ad esempio insensata la costruzione di un altro aeroporto, quando il Cristoforo Colombo praticamente nuovo e gi sovradimen-sionato rispetto alle esigenze del traffico aereo anche futuro. Ma l'idea di fondo, conservare la fabbrica del porto come motore di Genova, spingendola al largo in

re il rapporto dei cittadini col mare, convincente: non dimentichiamo che proprio a Piano si deve quell'integrazione tra centro storico e porto antico che rappresenta la base del rilancio di Genova.
A una grande visione, bisognosa di essere calata nella realt con gli strumenti appropriati (magari con una variante all'attuale piano regolatore portuale) e suscettibile di un ampio dibattito, si contrappongono interessi di gruppi e di clan, miopie burocratiche e ansie speculative. Gli industriali del settore badano solo ai propri interessi e si arrogano il diritto (lo ha fatto
il presidente dei terminalisti Gigi Negri) di stabilire che l'"affresco"
non una priorit. Ma fa molto di peggio chi pensa di mettere le mani sulla Foce per costruirvi un porticciolo turistico e tante casette, con una speculazione selvaggia destinata a snaturare una delle parti pi belle della citt, come si gi fatto con tanti angoli delle Riviere. A questi appetiti dovrebbe sapere rispondere la politica. Ma la politica, chiamata a mediare tra le opposte pressio-
ni e a esprimere con chiarezza cosa si attende da Piano, appare capace solo di rinvii. La frase di Burlando, neopresidente della Regione, "Bisogna sognare il futuro governando il presente" uno slogan vuoto: il futuro va preparato, assumendosi le proprie responsabilit istituzionali. Pu darsi che Piano, nel deserto che gli stato fatto attorno, si sia calato anche troppo nel ruolo di padre nobile della citt. Ma chi ha il suolo di razionalizzatore delle diverse istanze collettive finora venuto meno. I singoli problemi, da quello delle acciaierie di Cornigliano a quello degli spazi di Voltri, vengono affrontati uno alla volta, senza visione dinsieme, pensano solo al consenso immediato. Per aver protestato contro questo vuoto di capacit e di decisione, a un anno di distanza dalla presentazione in pompa magna del progetto, Piano viene definito, dai politici locali, "capriccioso": certo, al quieto tran tran della classe dirigente pi meridionale del nord Italia, gi convinta di aver fatto anche troppo restaurando le facciate del centro con i soldi pubblici, appare senz'altro uno scocciatore. Ma il problema pi grave non il destino dell'idea di un grande architetto, offerta gratis alla sua citt. E' l'incapacit di Genova, dei suoi amministratori, del suo establishment economico di riflettere su se stessa. Con un po' pi di fantasia. E un po' meno di micragna.



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