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Titanico, malinconico Michelangelo
ARIANNA DI GENOVA
il Manifesto, 25/06/2005





Con toni vivaci e piglio epico Antonio Forcellino, storico dell'arte e restauratore del Mosè, ricostruisce in un testo biografico pubblicato di recente per Laterza le tormentate vicende esistenziali e la genesi dei capolavori del grande artista sullo sfondo delle guerre di potere del suo tempo

Il suo carattere è diventato leggenda proprio come la sua arte. Perché Michelangelo Buonarroti è stato «troppo» in tutto: si è dedicato a imprese ciclopiche, ha coltivato una diffidenza verso gli esseri umani dai toni persecutori, si è preoccupato miseramente e per l'intera vita del suo «conto in banca», destinando gran parte di quei soldi guadagnati e richiesti con petulanza a papi e signori d'Italia ai suoi famigliari e a un padre difficile e aspro. Ma sopra ogni cosa, ha creato opere che non si sono arrese al passare del tempo, è stato un mito vivente e ha attraversato la magnifica stagione del Rinascimento sperimentando soluzioni inedite che quasi avrebbero «archiviato» quell'età d'oro e da cui, in seguito, nessuno avrebbe più potuto prescindere. L'esistenza e il temperamento ossessivo e selvatico di un artista come Michelangelo sono scritti nel dna dei suoi capolavori e raccontati nei documenti dell'epoca, comprese le sue accorate lettere, indirizzate agli assistenti più fedeli, al genitore Ludovico o all'amatissimo fratello Buonarroto che la terribile peste del 1527 strapperà alla vita. La biografia romanzata di Antonio Forcellino, Michelangelo, una vita inquieta (edizioni Laterza, euro 20) ci riconsegna un uomo che è immerso in una trama avvincente, un protagonista di un secolo «passionale» dove ai sanguinosi conflitti della Storia collettiva, alle guerre di potere di illustri famiglie, come quella dei Medici di Firenze, si alternavano le «meschinità» private, le sconfitte brucianti e il senso di inadeguatezza e incapacità a mescolarsi con gli altri, a «essere uno dei tanti» inserito a pieno titolo nella comunità umana. Forcellino, storico dell'arte e restauratore, ha passato molti anni in compagnia del genio saturnino di Michelangelo: lo ha fatto nell'ombrosa chiesa di san Pietro in Vincoli, dove giorno dopo giorno ha guardato, toccato, studiato e «guarito» il Mosé della tomba di Giulio II, monumento funebre questo che amareggerà l'artista per diversi decenni a causa dell'impossibilità di adempiere al contratto con gli eredi del papa, i Della Rovere, nei tempi previsti.

L'autore del libro, forte di una speciale «intimità» con il titano dell'arte, si lancia in una narrazione dai toni vivaci e dal piglio epico. L'avventura parte dalla fine, quando Michelangelo - era il 18 febbraio del 1564 - si spegne in una casa romana, vicino all'area dei Fori, con lo sguardo puntato per l'ultima volta sulle antichità romane che tanto aveva adorato. Poi, c'è uno stacco dal sapore cinematografico e si va verso la nascita, quando il piccolo viene alla luce in un borgo chiamato Caprese e poco dopo viene allattato dalla balia, come era costume all'epoca, in una famiglia di scalpellini finendo per bere «latte impastato con la polvere di marmo». Adolescente, finirà a bottega presso una delle più importanti di Firenze, quella dei fratelli Ghirlandaio, i cui insegnamenti sulla tecnica dell'affresco torneranno assai utili quando Michelangelo, fino a quel momento solo scultore, si troverà di fronte l'enorme volta della cappella Sistina e dovrà accingersi al compito sovrumano della sua decorazione.

Come famiglia l'artista scelse quella dei Medici ma nel tempo i rapporti si guasteranno e le accuse di tradimento lo tormenteranno fino agli ultimi giorni. Eppure la prima opera che Michelangelo regalò alla corte fu un pupazzo eccezionale scolpito nella neve per la gioia degli occhi del giovane Piero, successore di Lorenzo il Magnifico: un Ercole dalla muscolatura perfetta che durò ben otto giorni prima di sciogliersi. Fu una prova d'autore per dedicarsi anni dopo al colosso in marmo del David: Michelangelo cominciò a lavorarci nel settembre del 1501, si fece «murare» dentro il laboratorio e abbatté quel recinto solo il giorno in cui poté mostrare ai fiorentini la scultura finita, tre anni dopo. Il David è il frutto di un'impresa considerata impossibile da molti artisti ma non dal Buonarroti che riuscì a disegnarlo perfettamente, facendo sì che in quel corpo modellato con vigore e dolcezza insieme si incarnasse l'energia e lo scatto in avanti del Rinascimento tutto. Anche quando dovrà dipingere la Sistina, Michelangelo non si perderà d'animo. E lo farà sfidando le tecniche dell'epoca e senza temere le incertezze del tratto: in molte porzioni della volta, si può notare come l'artista avesse gettato al vento il cartone per copiare il disegno e preferito continuare in libertà fidandosi soltanto di se stesso, della propria sconfinata abilità, osando «la mano libera». E da allora in poi, in ogni opera - dalle sculture alla Cappella Paolina - Michelangelo imprigionerà un pezzo di esistenza, destinando al lavoro artigianale una fisicità nutrita di dolori, gioie e desideri sommessi.

Nel libro scorre la genesi dei capolavori invidiati dal mondo intero e scorre la malinconica vita dell'uomo, vessato dai famigliari, avido a sua volta, brusco e brutale ma anche teneramente «devoto» a un ragazzo di bellezza inimmaginabile come l'aristocratico Tommaso Cavalieri. Nel tempo lo spirito pratico e «rozzo» di questo sommo artista lascerà il posto a un temperamento acceso di fede: il severo Mosé della tomba di Giulio II sarà la testimonianza marmorea di quel nuovo sentiero tutto contemplativo.



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