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Apuane, ancora allerta per l'erosione continua
di Valeria Giglioli
L'Unità, ed. Firenze, domenica 26 giugno 2005



Il business sta danneggiando le montagne, tutto per ricavare carbonato di calcio, usato per le vernici e anche per la pasta / Lucca
Se il marmo finisce negli spaghetti vuol dire che qualcosa non va. E questo qualcosa è ormai evidente: le Alpi Apuane soffrono da anni le conseguenze dell'incremento dell'estrazione e rischiano danni irreparabili.

Le nuove attività connesse al lapideo non hanno certo migliorato la situazione: l'asportazione dei ravaneti, i ghiaioni prodotti dai detriti delle cave e stabilizzati ormai da decenni, sono al centro di un nuovo business, quello del carbonato di calcio, che finisce appunto non solo in vernici e mangimi, ma anche nella composizione di medicine e pasta alimentare.
L'immagine più inquietante è quella del passo della Focolaccia, a cavallo tra le province di Lucca e Massa.
I 1650 metri originari sono stati erosi dall' asportazione delle doline e degli inghiottitoi, il sentiero che lo attraversava (un'antica via del sale) è stato cancellato, insieme ad un numero imprecisato di specie vegetali endemiche. Il risultato? 100 metri in meno di altezza, una ferita aperta nel cuore delle Apuane. La denuncia arriva dal Cai della Garfagnana, che oggi e domani ha organizzato una manifestazione per discutere la situazione e cercare soluzioni per salvare il "passo rubato" e le montagne circostanti.

"Quella dello smantellamento delle Apuane è una storia lunga - spiega EugenioCasanovi, vicepresidente della sezione Cai di Castelnuovo Garfagnana - inizia nei primi anni Ottanta. Già allora ci fu un fortissimomovimento d'opinione, seguito da dibattiti sulla stampa in merito al piano marmi che consentiva l'escavazione in alta quota". S.O.S. Apuane culminò nel 1989, con una manifestazione che unì in una lunga catena umana le cime e i passi più a rischio.

Ne derivò uno scontro aperto, tra alpinisti e cavatori, con tanto di lucchetti a chiudere le grotte e gomme tagliate, trascinatosi per anni.

Nel frattempo però i ritmi delle escavazioni non rallentavano: "I più sfruttati sono stati i siti ricchi di materiali pregiati, con pochi scarti e di facile asportazione - continua Casanovi - nel corso degli anni sono state spianate creste e abbattuti picchi che avrebbero mutato morfologia solo nel corso dei millenni. Per salvaguardare il paesaggio si è iniziato a scavare le montagne dall' interno, ma la ragnatela di cunicoli che ha svuotato il ventre di molte cime ne compromette pericolosamente la stabilità". La crisi del lapideo ha solo peggiorato la situazione e l'estrazione è proseguita sempre più rapidamente, grazie alle nuove tecnologie.

Le società titolari delle cave hanno progetti di escavazione per 150 metri ogni 2 anni: "È cambiato anche il modo di concepire la cava - racconta Casanovi - una volta si scavava per raggiungere la vena di marmo di qualità; oggi il vero affare è quello del carbonato di calcio ricavato dai detriti, l'85% del materiale estratto. Prima i detriti formavano i ravaneti, che erano bruttissimi, ma almeno rimanevano in loco. Oggi vengono asportati, con l'effetto che intere montagne vengono abbattute e scompaiono in pochi anni".

E con l'aumento del materiale da asportare, aumenta anche il traffico: in alcune zone delle Apuane il passaggio dei tir ha raggiunto il ritmo di uno ogni cinque minuti, con un grave impatto sull'ambiente altamente sensibile. Per non parlare dei danni crescenti agli operatori turistici che vivono della bellezza del paesaggio, uno dei più amati dai villeggianti che decidono di fermarsi in Toscana. D'altronde la questione della salvaguardia delle Apuane coinvolge gli operatori del settore e i loro posti di lavoro: "Ma i comuni della Garfagnana che hanno optato per la monocultura del marmo non sono ricchi: al contrario sono stati fatti balzi in avanti nelle zone in cui la risorsa ambiente-turismo è considerata un'opportunità di sviluppo - spiega Casanovi - il problema occupazionale potrebbe essere risolto, dato che il numero degli addetti è ormai limitato, assumendo gli operai nel Parco o impiegandoli per attività di ripristino ambientale".



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