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La Biennale smarrita
Floriano De Santi
Il Messaggero, 27 giugno 2005

Polemiche Una rassegna deludente che penalizza lItalia E sconta pesantemente lassenza di un progetto

PER la prima volta nella storia della Biennale di Venezia, istituzione che esiste da centodieci anni allincirca, la direzione della mostra stata divisa tra due persone. E un fatto nuovo, cui si deve aggiungere la particolarit che si tratta di due donne, per di pi straniere: le spagnole Mara de Corral e Rosa Martnez. La de Corral responsabile della sezione al Padiglione centrale ai Giardini, che ha voluto intitolare senza davvero uneccessiva fantasia Lesperienza dellarte; la Martnez, ispirandosi a un libro di avventure di Corto Maltese (creatura come si sa di Hugo Pratt), ha rubricato la mostra allArsenale sotto la parola dordine Sempre un po pi lontano.
Nel primo caso, respingendo - si dice - ogni intento museale o accademico, ogni discorso a senso chiuso sullarte dei nostri giorni, si voluto prospettare un percorso non prestabilito nel quale abbia prevalenza lo scambio di suggestioni e di idee, provocate dalle opere ma anche dalle reazioni di chi le guardi o soltanto le incontri nel suo girovagare. Lesperienza in questione dovrebbe perci far tesoro dellesistente: poi se lesistente infelicemente mediocre o insignificante non sarebbe un fatto grave. Nel secondo caso si vuol procedere sempre pi lontano, verificando se delluopo qualcosa.
I proponimenti - si leggano i testi nei cataloghi editi da Marsilio - non sono tra i pi esaltanti e fondati. Li direi presuntivamente nebbiosi, ondivaghi: basati pi su citazioni e rimasticature colte (Beckett, Proust, Pascal, Bachtin) che non su unargomentazione aderente allestetica odierna. Intanto, ci si potrebbe cominciare a chiedere su quali credenziali le due signore spagnole siano state scelte a dirigere la cinquantunesima Biennale internazionale darte. Ma quel carattere per cos dire di attesa che qualcosa comunque avvenga, di presunzione che nellaccumulo qualcuno possa accendere fiaccole salvifiche, aumenta quando si percorrono i padiglioni allArsenale e ai Giardini.
Lidea della provvisoriet totale; niente si imprime in mente se non in maniera conflittuale o provocatoria; domina ovunque un senso darbitrio e di confusione, disgiunto da qualunque traccia di creativit. Cosa ci sia nelle Gorilla Girls e nei Blue Noses, in Donna Conzon o nelle installazioni di Laura Belm rimane un puro mistero. Anche la banalit - s, proprio la piatta e ovvia banalit - della guatemalteca Regina Jos Galindo (tre video inutili e una performance che le sono valsi il Leone dOro a un giovane artista) fa piazza pulita di due cardini della Biennale di questanno: la presenza di una linea femminista, o pi femminilmente rappresentativa, e lesibizione di una corporeit complessa e messa in causa nellopera.
Con appoggi e artisti del genere non solo non si va pi lontano, ma al contrario non si va da nessuna parte. Se doveva essere, questa edizione, una Biennale pi al femminile, lintento mi pare fallito quasi del tutto. Non basta aumentare la presenza delle artiste donne n sufficiente capitalizzare un effetto pur sempre ideologico. In realt si sconta pesantemente lassenza di un progetto - perch tale il nodo cruciale - non supplito n dal femminismo n dai propositi di attraversamento di linee frammentarie oppure di impasti residuali. Il risultato, dispiace purtroppo dirlo, la pura gratuit non compensata dal poco di buono che si pu incontrare, anzi accentuata dalla presenza delle tele lancinanti di un Francis Bacon.
Un ultimo punto, non di piccola importanza. Sono aumentati i padiglioni nazionali, questanno pi di settanta, ma scomparso il padiglione italiano. Presenze italiane sono nelle diverse sezioni: ma assolutamente insignificanti (il trailer di Francesco Vezzoli, il trapano della Bonvicini) n tantomeno un minimo rappresentative di quanto avviene da noi. Si ha la sensazione che gli inviti siano stati fatti a caso, quasi sorteggiati pur se in ununica direzione ultragiovanilistica.
La cosa tanto pi grave se si pensa che continua ad esserci e negli scopi e nello Statuto della Fondazione Biennale la valorizzazione dellarte italiana. Ed del tutto inaccettabile che i nostri maestri (da Sughi a Calabria, da Pomodoro a Ceroli, da Patella a Baruchello, da Marotta a Vangi e ai recentemente scomparsi Corpora e Dorazio) siano stati del tutto dimenticati. Si potrebbe chiedere chi porta la responsabilit di tutto questo. Il presidente Croff? Il Consiglio Direttivo? I politici? Il fatto che sia stato non un critico militante ma il Direttore Generale del Ministero per i Beni Culturali, Pio Baldi, a estendere gli inviti agli italiani? La totale caduta di creativit dellarte odierna?
Evidentemente non mancano le personalit di peso. Antoni Tpies, che un maestro a pieno titolo; poi i canadesi Philip Guston e Agnes Martin, il nostro Fabrizio Plessi (presente con un progetto speciale che lo mette in qualche modo fuori dal tracciato ufficiale: le sue videoinstallazioni sono suggestive e di forte impatto emotivo), e ancora lo statunitense Dan Graham, il sudafricano Zwelethu Mthethwa, il cinese Yung Ho Chang. E viceversa sconcertante il Leone doro al tedesco Thomas Schutte, ma ancora pi incredibile quello alla carriera conferito a Barbara Kruger, che per un verso dimostra se era necessario la dipendenza delle curatrici da unidea di mercato internazionale.
Viceversa tra le cose migliori abbiamo il padiglione francese, con linstallazione di Annette Messager (Leone doro) in dialettica tra artificiale e naturale; il progetto Another Speedy Day dello sloveno Vadim Fiskin, individuante spazi suoi propri sia col colore sia con unantropometria della mente; il padiglione britannico, sicuramente il pi bello, montato sulla presenza di Gilbert & George, due non sconosciuti (perch non s fatto luguale negli altri casi, invece di sondare linesistente?).
Il risultato comunque - di fronte a un simile incontrollato profluvio di video, foto, immagini gratuite, installazioni - stato quello di far sparire del tutto la scultura e la pittura. Si impone allora unultima domanda: perch per essere contemporanei - realmente e non meccanicamente, non sullonda delle mode e del mercato - si devono scattare foto e girare video peraltro privi di identit e di ogni senso espressivo? Sta in questo larte odierna? La presenza di un Bacon farebbe e fa pensare lesatto contrario.



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