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recensione a Sul buon e sul cattivo uso dei Bronzi di Riace
Battista Sangineto
Alias 27/12/2015

Faceva molto caldo in quelle mattine dellagosto 1972, quando migliaia di persone cingevano dassedio le spiagge di Riace. Persone di tutte le condizioni sociali ed economiche che si assoggettavano alla calura agostana pur di assistere, anche da lontano, alluscita dalle acque di due statue di bronzo rinvenute sul basso fondale, poco al largo della cittadina ionica calabrese. Fra la folla, alcune vecchiette nerovestite pregavano, inginocchiate, sul confine fra la spiaggia e la SS ionica. Pregavano rivolte verso il mare, verso quello scoglio detto dei Santi Cosma e Damiano nelle cui acque sono stati ritrovati i bronzi. Le due statue greche furono quasi subito assunte, nellinconscio dei riacesi, come i simulacri dei due Santi medici in onore dei quali, due volte lanno, si svolge un pellegrinaggio che porta i penitenti a immergere, come auspicio per la pioggia, il reliquiario dei Santi proprio nelle acque antistanti lo scoglio del rinvenimento. Un vero e proprio corto circuito culturale e religioso originato dal ritrovamento dei due eroi pagani, ma al contempo intrinsecamente simboli del religioso e come tali percepiti da quelle anziane che pregavano in direzione dello Ionio dal quale erano stati tratti.
Furono trovati, per caso, da un giovane sub dilettante romano, Stefano Mariottini, a soli dieci metri di profondit e poi portati in superficie dai sommozzatori dei carabinieri aiutati da decine, centinaia di volontari. La spiaggia bianca si riemp duna umanit accaldata e vociante. Li trassero a riva a braccia, li misero in piedi per farsi fotografare sulla battigia, li strofinarono per togliere la patina pi superficiale, li adagiarono su materassi posati su improvvisate lettighe lignee che trasportarono, accalcandosi gli uni agli altri, come se portassero un loro parente ferito al Pronto soccorso o come se traslassero, in processione, le sacre reliquie di un loro santo- A fronte di cotanta partecipazione popolare i giornali, come scrive Salvatore Settis, diedero pochissimo spazio al rinvenimento allinizio: solo un trafiletto e poi, in un crescendo che si intensificato per mesi, ha occupato sempre pi spazio fino ad arrivare alle prime pagine dei giornali e dei telegiornali nazionali.
Un ritrovamento spaesante che ha prodotto, e produce ancora, una quantit imprevedibile di turbamenti dellanima di quanti vengono a trovarsi al loro cospetto. Da quei lontani primi anni 70 i due atleti di bronzo -antichi, ma allo stesso tempo nuovi perch non pi visti da alcuno da due millenni- sono stati un affaire non solo archeologico, ma anche antropologico e sociologico, un vero e proprio capitolo di costume italiano.
Adesso un libro a cura di Maurizio Paoletti e Salvatore Settis Sul buono e sul cattivo uso dei Bronzi di Riace (Donzelli virgola, pp. XVI*116, euro 20.00) ricostruisce il clamore che suscit il ritrovamento dei bronzi e luso che se ne fece: reportage televisivi, giornalistici in Italia ed in tutto il mondo, poi, per gli otto anni necessari al primo restauro di Firenze, il silenzio. Silenzio che fu rotto dalla prima apparizione pubblica dei Bronzi, presso il Museo Archeologico di Firenze, in tutto il loro splendore classico. Il risultato fu un afflusso di centinaia di migliaia di visitatori tanto imponente ed entusiasta che i giornali dovettero parlare di un fenomeno collettivo di fascinazione, mai riscontrato prima. Una reazione impropria e debole ebbero, invece, gli archeologi che, allepoca, apparivano, ed erano, divisi in due opposte fazioni: gli storici dellarte e gli archeologi militanti dellallora nascente cultura materiale, ma gli uni e gli altri, secondo Settis, abdicarono alla propria missione civile lasciando il ruolo da protagonista non solo alla folla sulla spiaggia, ma anche alla folla nella mostra e nei musei in cui furono esposti.
Gli archeologi non riuscirono a conquistare, in fondo, mai un ruolo da protagonisti perch la ricerca si concentr soprattutto sugli aspetti materiali, lanalisi scientifica delle terre di fusione e del metallo, invece che su quelli stilistici e formali. La storia dell'arte antica, come molti sanno, basata in buona parte su congetture e quelle che riguardano i bronzi si possono riassumere dicendo che le due statue sono state modellate nella Grecia continentale fra il 460 e il 430-420 a.C. e che, facendo parte del carico di una nave, sono affondate insieme ad essa in epoca antica non ancora precisata. Lanalisi stilistica giunta a collocare le due statue in un arco cronologico forse ancora troppo ampio, ma utile per ricostruire i nessi con le maggiori scuole artistiche attive in Grecia nel V secolo a.C. Non sappiamo, ancora, con certezza se i due bronzi di Riace siano opera di uno scultore o di due, non sappiamo quando furono rimossi dal sito originario, n quando naufrag la nave che li trasportava.
Questo volume contiene, per, due nuove ipotesi forti e suggestive. La prima, in realt da poco esposta altrove da Vinzenz Brinkmann, quella che racconta, ipotizzando un flusso narrativo, che i due bronzi sono due possenti guerrieri realisticamente rappresentati mentre si fronteggiano, luno (Eretteo, Riace A), armato alla greca, con laria un po arrogante del vincitore, laltro (Eumolpo, Riace B), con il pi leggero armamento trace, e latteggiamento di quieta rassegnazione di chi sar sconfitto. Secondo la congettura di Brinkmann, quindi, le statue erano pi o meno contemporanee e facevano parte di ununica narrazione scultorea sita sullAcropoli di Atene. La seconda ipotesi, formulata, invece, in questo volume da Giuseppe Pucci, propone lattribuzione a Mirone del Riace A, identificandolo per come il Tideo descritto in un epigramma di Posidippo (III secolo a.C.), restituito da un papiro recentemente acquisito dallUniversit di Milano. La congettura di Pucci fondata sulla premessa che un eroe che digrigna i denti come fa il Riace A non si rinviene in nessun altro monumento dellarte greca e che, sulla base di molti fondati argomenti, i denti sono il contrassegno di Tideo. Pucci ritiene, dunque, che nel caso del Riace A i denti abbiano valore di segno inferenziale che vale a rendere riconoscibile colui che lo esibisce. Lipotesi di unattribuzione a Mirone del Riace A sembra, in ogni caso, dare nuova consistenza e spessore alla somiglianza, rilevata da Settis, di questa statua con il Doriforo di Policleto e lApollo di Fidia, finora noti solo da copie, perch secondo alcune fonti antiche questi due scultori furono, come Mirone, allievi del grande, ma a noi poco noto, Ageladas.
Sulluso dei bronzi Paoletti riprende il filo partendo dalla volont del presidente Pertini che -dopo Firenze, ma prima che tornassero al Museo di Reggio- volle che fossero esposti al Quirinale dove unaltra immane folla si rec in pellegrinaggio, dando, definitivamente, lavvio a quel fenomeno delle mostre-evento che da allora diventarono, purtroppo, frequentissime. A proposito dellantico e del suo rapporto con il kitsch, che ne rovescia il senso come in uno specchio deformante, bisogna ricordare che i bronzi sono stati i protagonisti di un profluvio di pubblicit ruspanti o, nella maggior parte dei casi, grottesche. Provocarono anche un turbamento erotico perch nella loro fulgente nudit vennero riconosciuti e usati, da quella che ora si chiamerebbe bolla mediatica, come portatori di una potenza sessuale quasi indistinta sia verso le donne, sia verso gli uomini, come testimoniato dalle decine di pubblicit e copertine di giornali, dibattiti sulla sessualit e, persino, dalla pubblicazione di fumetti pornografici.
In unepoca nella quale i media erano gi capaci di omogeneizzare qualsivoglia notizia e di porgerla alle masse depotenziata da ogni valore intrinseco, venuto facile, auto-consolatorio e rivendicatorio, alla classe dirigente della regione nella quale erano stati rinvenuti e poi musealizzati, calabresizzare le statue. Se vero che ricordando il passato gli uomini lo ricreano attribuendogli un senso che in relazione alla loro idea del presente e che i gruppi sociali selezionano, reinterpretano e rifondano il passato alla luce di quello che sono oggi, i calabresi, in maggioranza, lhanno fatto accettando, passivamente e mimeticamente, la titolarit identitaria di magnogreci. I bronzi da Riace nobilitano e, per ellissi di attribuzione, inverano, pi di ogni altra cosa, questa identificazione che ha disseccato, malauguratamente, tutte le altre radici.
Il libro Donzelli con gli interventi di Simonetta Bonomi, Gregorio Botta, Pier Giovanni Guzzo, Pucci e Mario Torelli, sollecita tutti, calabresi e non calabresi, a tenere conto del Classico, in tutta la sua complessit. Esso riguarda non solo il passato remoto, ma indispensabile per comprendere il presente e per avere una visione del futuro.



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