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Beni culturali, potere ai burocrati
di Alessandra Rubenni
L'Unità, Roma, 23/06/2005

LA RIFORMA è come una tela di Penelope, nessuno sa più quali siano le competenze e negli uffici romani nascono conflitti fra i funzionari

Come una tela di Penelope si fa e si disfa, mentre restano i problemi di sempre e si allargano nuove smagliature.
Al più negletto dei dicasteri, quello dei Beni Culturali, succede così.
Cos'è cambiato lo spiega Claudio Strinati, soprintendente speciale al Polo Museale Romano, ora alle prese con una situazione che non esita a definire «grottesca».
Potenzialmente, un caso eccellente di quei conflitti tra le varie soprintendenze locali - le cui competenze spesso si accavallano - che ci sono sempre stati e ora sembrano alimentati dallo stesso Ministero.

«È un fenomeno emblematico. La riforma del Ministero varata dal centrosinistra è stata attuata sotto il governo Beriusconi. È co-
sì - ricorda il soprintendente speciale al Polo Museale Romano
che è nato il segretariato generale, un punto forte di raccordo tra il potere politico e quello amministrativo. Ed è così che sono nati anche i Poli Museali. Ma poco dopo essere stato attivato - ricorda Strinati -, il segretariato generale è stato abolito e le sue funzioni distribuite ai 4 dipartimenti di nuova istituzione. E un'innovazione molto forte: ha il pregio di aver costruito una piramide complessa con un maggiore controllo su tutte le attività, ma va a scapito dello snellimento burocratico, ha aumentato ì posti di vertice e reso più farraginoso prendere decisioni».
Allo stesso modo, le neonate soprintendenze regionali sono state trasformate in direzioni regionali.

SULLA CARTA, QUESTI UFFICI SONO GRANDI STRUTTURE burocratiche, ma nella realtà già in ginocchio soprattutto per la mancanza di personale. Sulle loro funzioni e su chi debba guidarle, poi, è nata una vera diatriba, «lo ho sempre sostenuto-
l'esigenza di coordinamento di tutte le attività di tutela. Purtroppo la direzione regionale - prosegue Strinati - per come è stata concepita, si risolve in un'altra piramide burocratica che complica le cose. Controlla e non coordina. Inoltre al Ministero è passata una teoria non dichiarata: si tende a pensare che solo gli architetti possano rivestire l'incarico di direttore regionale. Ma gli storici dell'arte hanno tutte le competenze per assumere questo ruolo».

Diverso il parere del direttore regionale del Lazio, Luciano Marchetti, ingegnere nel ruolo degli
architetti: «Anche le soprintendenze regionali erano viste male, ma non avevano poteri. Ora c'è un ruolo di dipendenza reale. È stato un decentramento amministrativo e di controllo per garantire maggiore efficienza. Non aveva senso che ogni soprintendenza avesse un ufficio pensioni, ad esempio. E la situazione è varia: a Firenze il direttore regionale è uno storico dell'arte, in Campania un archeologo».

Intanto, tra tante rivoluzioni, ecco le conseguenze. La Soprintendenza ai beni artistici e storici, un tempo all'interno di Palazzo Venezia e che era stata soppressa sotto il ministro Urbani, è stata ripristinata. Ora tornerà nella sua vecchia sede, dove sono gli archivi.
«Averla ripristinata è giustissimo, ma nell'assumere questa decisione - afferma Claudio Strinati - non è stata prescritta un'apposita sede. Nel frattempo quella in cui si trovava prima è diventata un museo. Adesso c'è una nuova soprintendenza a Palazzo Venezia che non ha spazi e io, un soprintendente vecchio, che li deve trovare. Questo continuo riformare e il non aver ponderato prima come organizzare i nuovi uffici rischia di mettere dei colleghi che vanno d'accordo uno contro l'altro. E c'è il rischio di sottrarre spazi vitali al Museo».

A pensare che la riforma abbia prodotto un accentramento catastrofico, con i direttori generali cresciuti da 12 a 44, sono molti. «I dipartimenti - sostiene Libero Rossi, responsabile nazionale della Cgil per i Beni Culturali -sono solo delle mega-direzioni generali usate come centri di potere da contraltare alle direzioni regionali, col risultato che tutte le decisioni sono rimandate a Roma.
Questa struttura ha agevolato disimpegno e disinteresse. Per i cittadini aumentano i passaggi burocratici per ottenere un parere. Ma la situazione peggiore è quella degli archivi, che nella penuria di fondi sono rimasti senza personale. La creazione del Dipartimento per gli Archivi ha prodotto un completo abbandono».



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