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Un agricoltore svela: 10 anni fa ho scoperto una tavola di Tzricotu
Gianfranco Atzori
Unione Sarda 17/6/2005

«Mai avrei pensato che quel pezzetto di bronzo, sporco di terra, avrebbe tracciato una linea diretta fra Tzricotu e Glozel, piccola località francese a due passi da Vichy». Parla Andrea Porcu, 33 anni, il viso bruciato dal sole nella sua azienda a due passi da San Salvatore. È la storia del ritrovamento della preziosa tavoletta nuragica custodita dalla Sovrintendenza ai Beni archeologici di Cagliari che non svela però il mistero di altri tre analoghi reperti scomparsi nel nulla.
La scoperta. «Ricordo bene quel giorno di dieci anni fa - racconta Porcu - era una splendida giornata di primavera e stavo lavorando nei campi di proprietà di mio padre. Il terreno era stato già arato nei giorni precedenti e lo stavo ripassando col frangizolle. A un tratto fui attratto da un oggetto metallico che rimbalzava sull'onda della terra rivoltata. Fermai il mezzo e, ben lieto di non averlo danneggiato, notai subito che quell'oggetto poteva essere un reperto archeologico importante». Cosa non improbabile dato che nel Sinis centro-meridionale è ben nota una vasta presenza di nuraghi; uno, due per chilometro quadrato. Tanto per essere chiari, un centinaio di nuraghi, anche se non tutti si trovano nel migliore stato di conservazione. Inoltre, a un tiro di schioppo da Tzrigotu, si trova il sito archeologico di Monti Prama e propri lì, trenta anni orsono, furono ritrovati i famosi guerrieri nuragici, statue in arenaria la cui origine viene collocata tra il VI e l'VIII secolo a.C. «Emozionato - continua l'agricoltore - mostrai quell'oggetto a Gianni Atzori, a Gigi Sanna e poi a Momo Zucca».
REPERTO A CAGLIARI. Leggi alla mano la tavoletta finisce a Cagliari, alla Sovrintendenza ai Beni archeologici. Capitò la stessa cosa a Ferdinando Marras quando, nel 1978, avendo rinvenuto negli stessi luoghi una lucerna in terracotta ottenuta a stampo, la consegnò al sovrintendente cagliaritano Vincenzo Santoni «a condizione che venisse conservata nell'erigendo Antiquarium di Cabras». Anche questa volta, dunque, come in passato, pur «nel rispetto -precisa Zucca - delle leggi vigenti», un altro pezzo dell'archeologia del Sinis prende la via di Cagliari. «A me - dice con un briciolo di amarezza Porcu - restò in mano un pezzo di carta bollato e firmato con l'impegno delle istituzioni di fare tornare quella tavoletta a Cabras. Cosa che purtroppo non è mai avvenuta e io, devo dirlo, sono stato dimenticato come se quel pezzo di bronzo non fosse mai passato nelle mie mani». «È chiaro - commenta Momo Zucca - che non di impegno deve trattarsi ma di auspicio, perché altro le norme di quel tempo non consentivano. Dal primo maggio del 2004 però le cose sono cambiate».
il mistero. Resta il mistero delle altre tre tavolette di cui si conosce soltanto la riproduzione fotografica. «È probabile - dicono Gigi Sanna e Momo Zucca - che siano finite in mano di privati». Ma di chi? È un mistero. «Ma io -giura Andrea Porcu - ne trovai soltanto una, delle altre non ne so nulla». È certo però che un abile artigiano, forse di Oristano, ne riprodusse fedelmente il calco in gesso del quale furono messe in circolazione alcune riproduzioni fotografiche. Ma con quale scopo? Per consentire agli studiosi di lavorarci o semplicemente per inviare un messaggio al mondo del traffico clandestino di reperti archeologici. Per ora il silenzio. Certo è che oggi, chiunque li abbia, dopo l'eco degli studi portati avanti da Gigi Sanna, quei pezzi di bronzo con le loro incisioni sono diventati scottanti.



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