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Le provocazioni della Biennale e quelle del referendum
Lettera al giornale "Europa"
Europa, 13 Giugno 2005 - 9:14



RISPONDE FEDERICO ORLANDO


Cara Europa, giovedì il ministro dei Beni culturali Buttiglione è venuto qui in anteprima (l’inaugurazione era venerdì 10) e, nel vedere dal vivo immagini che tutti avevamo già visto sui giornali, ha fatto considerazioni sulla vecchiezza di un’arte che, per dissacrare il potere, continua a usare immagini sessuali e religiose: come una volta Grosz disegnava elmetti chiodati e tight contro il militarismo e il capitalismo guglielmini.
Pare, da quanto leggo, che Buttiglione abbia osservato: «Questa ossessione di dissacrare le immagini religiose è roba vecchia. Dov’è la forza eversiva? Dov’è la provocazione? A forza di cercare lo scandalo, nulla scandalizza più. L’arte è sempre stata negazione del presente, un tempo però il senso era preparare la rivoluzione…» Confesso che, per una volta, mi sono sentito piuttosto vicino al modo di pensare di Buttiglione. Però vorrei chiedergli, vista anche la concomitanza tra l’apertura della Biennale e il referendum contro la legge 40: non è che gli “artisti” insistano su trite e ritrite immagini sessuali e religiose, per fare, se non la rivoluzione, almeno la polemica nei con fronti di un potere (religioso, ma anche politico) che identifica religione e sessuofobia, etica e legislazione?
BASSO MARININ, VENEZIA

Caro Marinin, anch’io per una volta condivido il pensiero di Buttiglione; e penso come lei che la provocazione artistica (chiamiamola così) trovi terreno fertile nella sessuofobia e nella strumentalizzazione che la politica ne fa, non avendo più forti idealità o visioni del mondo a cui legarsi, per conservare il potere. Il referendum di domani rappresenta proprio questo scontro tra un’etica religiosa tradotta in norme di legge e una cultura laica (non laicista, quindi condivisa da molti cattolici) che non vuole la clericalizzazione della legge civile, perché non vuole lo Stato etico là dove è fiorita la democrazia liberale: negli Stati Uniti, per esempio, e un pochino anche in Italia.
Proprio ieri un filosofo più importante di Buttiglione, Gianni Vattimo, confessava d’essere deluso dalle prime dichiarazioni di papa Ratzinger su unioni di fatto, famiglia, morale sessuale, nascite, malattie, «per non parlare del costante babau sul relativismo: termine molto caro già a Ratzinger cardinale, e che nasconde pudicamente il vero obbiettivo della sua polemica, che è la libertà di coscienza. La quale, nella sua prospettiva, non può andare disgiunta dalla “verità”, su cui è sola giudice la chiesa; e così la coscienza del singolo credente diventa sinonimo di libertinismo, anarchia, e chi più ne ha più ne metta».
Purtroppo, caro Marinin, queste vicende di religione, politica, arte e cultura, non ci dicono nulla di nuovo. Per la Chiesa, solo la verità (la sua) ci fa liberi; per il mondo laico, nessuno ha il monopolio della verità.
Fin quando gireremo e rigireremo intorno a queste proposizioni, anche gli artisti e i polemisti ci riproporranno elmi chiodati, tiare pontificie, tight di pescecani, nudi ostentati. È vero, come dice Buttiglione, che non preparano più nessuna rivoluzione, ma è perché quelle posizioni dottrinali non preparano alcuna “riconquista”. Stiamo tutti nuotando nella solita vecchia piscina, per pigrizia di andare in mare. Una perdita di tempo, fra dogmi impalliditi, leggi che non si reggono in piedi, referendum senza pathos. Ha scritto bene il direttore del Sole-24 Ore: Berlusconi e Prodi, probabili candidati premier del 2006, non lascino cadere il disinteresse sui rapporti scienza-fede, Stato-Chiesa, libertà-bioetica, «altrimenti perderebbero tutti, i sì, i no e gli astenuti».





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