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Buttiglione alla Biennale: macché arte scandalo, è solo brutta
ALDO CAZZULLO
CORRIERE DELLA SERA 10-giu-2005

VENEZIA — L'ex sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi incontra a San Marco il neoministro Rocco Buttiglione e gli comunica il suo giudizio estetico sulla Biennale con il rigore dello studioso: «Uno schifo! Una vergogna! Rocco devi assolutamente andarci, vedrai cosa hanno fatto: il Papa tra le drag queen... Rocco, salvaci tu». Il ministro riflette: «Ho il senso del dovere. Andiamo». Il cerimoniale lo avvisa: no, professore, non oggi, l'inaugurazione ufficiale è domani. «Si va lo stesso».
All'ingresso Buttiglione è accolto dalla gigantografia di una donna cavalcata da un uomo. «Questo non mi pare femminista. E neppure di grande qualità estetica...».
Di fronte, altre donne con maschera da gorilla, che ricordano il gusto con cui Forattini disegna il ministro, appunto, come un primate. «Roba da anni Settanta. Aria di revival. Allora si inscenava la rivoluzione sessuale per rafforzare la rivoluzione comunista. Per fortuna il comunismo è fallito; la rivoluzione sessuale invece è riuscita; e tutto questo ha perso ogni carica eversiva. E acqua di ieri». Il lampadario è fatto di centinaia di assorbenti. «Che tristezza. Ed è pure brutto!».
L'arrivo imprevisto di Buttiglione genera lo scompiglio. Gli si fa incontro il presidente Davide Croff con Maria de Corral, una delle due curatrici spagnole.
«Muy encantado», le bacia la mano Buttiglione. Poi affronta Croff a voce bassa, cortese, durissima: «Vedo che non c'è il padiglione Italia». Sì, c'è. «Ma non ci sono artisti italiani. È segno di provincialismo. Denota un complesso d'inferiorità». L'anno prossimo faremo un vero padiglione tutto per gli italiani. «E no, non funziona così. Non è che si può fare la vera Biennale di soli stranieri e in un angolo si mettono gli indigeni. Occorre scegliere curatrici che amino e conoscano l'arte italiana». Ma la loro autonomia va rispettata... «Certo, però le prossime curatrici della Biennale dovranno fare diversamente». Imbarazzante l'incontro con Achille Bonito Oliva: «Grazie ministro per essere andato al convegno di ieri e grazie per quel che ha detto» dice eseguendo un leggero piegamento del busto. Buttiglione tenta di svicolare con un paio di finte di corpo, ma il grande critico ora quasi si prosterna: «Io la apprezzo moltissimo...». Natalia Aspesi gli chiede perché abbia la scorta. «Vorrei vedere voi se vi urlassero per strada: "Maledetto democristiano!"». Visitatori alternativi lo affrontano: «Al referendum noi votiamo e lei?». «Fate pure, ma almeno non vantatevi». Pasquale Chessa di Panorama trascina Buttiglione. Croff, la de Corral, Sgarbi e l'ambasciatore Vattani di passaggio sotto le cabine telefoniche a forma di pappagallo e spintona via i fotografi: «È un'esclusiva!».
Dopo rincontro con il collega ucraino, il ministro tenta un'altra incursione. Gli arrivano notizie inquietanti: c'è un video di Vezzoli in cui tra una fellatio e un atto contronatura si vede l'immagine del Papa. «Quale Papa? Ratzinger?». Non si capisce bene, potrebbe anche essere Wojtyla. «E no, questo il Santo Padre non lo meritava». Croff manda a dire che per oggi sarebbe meglio lasciar perdere, tanto c'è l'inaugurazione domani. Buttiglione punta una tela in cui Salomè bacia la testa mozza del Battista. «C'è questa ossessione di dissacrare le immagini religiose. Ma è roba vecchia. Dov'è la forza eversiva? Dov'è la provocazione? A forza di cercare lo scandalo, nulla scandalizza più. L'arte è sempre stata negazione del presente; un tempo però il senso era preparare la rivoluzione. Per questo l'estetica del comunismo assomiglia a quelle del fascismo e del nazismo; con la differenza che il nazismo bruciava l'arte "degenerata", mentre il comunismo la usava come elemento disgregatore dell'ordine borghese. Oggi questo non ha più significato. A forza di negazioni, non c'è più nulla da negare. Questa arte è negazione del logos di Eraclito: "Essendo estranei al logos, i più vivono come se avessero una saggezza loro propria". Non i pochi, i più: una massa che non diventa comunità». Passa un visitatore cantando un vecchio successo dei Pitura Freska: «Quanta mona che ghe xe a la Bienal!».
Philippe Daverio esprime solidarietà: «Ministro ha visto che roba, le donne gorilla le avevo già incontrate a New York 25 anni fa, pensavo che ora fossero al Central Park con i nipotini». Buttiglione detta un editoriale a Libero e un appello perché restituiscano il passaporto alla scrittrice vietnamita che ha vinto il Grinzane Cavour. Poi riprende: «Vedo qui segni di arretratezza culturale. È un come eravamo. Non ce l'ho con Croff, siamo amici, sono amiche le nostre figlie. Però... Sa che cosa avrebbe oggi forza eversiva? Raffigurare embrioni. Feti. Vite. Questa sì sarebbe un'opera di decostruzione del potere, di ricerca del mistero umano». C'è in effetti una tela con il corpo di una donna incinta sanguinante, ma Buttiglione non fa in tempo a vederla. Arriva trafelato Croff: «No! Non qui! L'inaugurazione è domani! Perché non vieni a vedere il nostro ristorante? Ma lo sai ministro che mio nonno ha costruito mezza Venezia? Il ponte dell'Accademia, il ponte degli Scalzi, il Tronchetto...». La cinquantunesima Biennale si inaugura oggi e saranno tutti amici davvero. Ieri, l'happening.



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