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L’italiano? Un bene da esportare
Enrico Gatta
La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno, 7/6/2005

La lingua italiana ha una posizione culturale di assoluto rilievo e assolutamente ben difendibile anche in Europa. È questo il primo, positivo segnale che giunge dal Consiglio nazionale delle ricerche che insieme con uno dei suoi istituti più prestigiosi, l'Opera del Vocabolario, e in collaborazione con l'Accademia della Crusca ha organizzato ieri a Firenze, nella Villa Reale di Castello, un convegno su «L'italiano e l'Europa». Vi si sono confrontati studiosi di discipline diverse (dallo storico Francesco Perfetti ai giuristi Andrea Di Porto e Nicola Palazzolo, dal geografo Franco Salvatori al latinista Claudio Leonardi), che dai loro diversi punti di vista hanno analizzato il tema della «identità linguistica» e del rapporto tra lingue nazionali e lingua 'globale'. Cioè l'inglese. La riflessione arriva nel bel mezzo del dibattito scatenato dalle bocciature della Costituzione Ue nei referendum in Francia e in Olanda e a pochi mesi dalle polemiche suscitate dalla decisione dell'Unione Europea di limitare le lingue di lavoro a inglese, francese e tedesco. I segnali inquietanti non giungono solo dall'Unione Europea: in Svizzera, ad esempio, le cattedre universitarie di italiano sono a rischio di estinzione. Peraltro, come ha sottolineato il direttore dell'Opera del Vocabolario, Pietro Beltrami, si registrano anche segni confortanti, come il crescente numero di stranieri che si avvicinano alla nostra lingua, al quarto posto tra quelle più studiate al mondo.
E allora, che fare? A Bruxelles il problema è essenzialmente di ordine politico: «A fronte di una lingua ormai 'globale' come l'inglese — afferma Beltrami — le altre lingue devono poter convivere con pari dignità; non è possibile accettare un'ulteriore gerarchia, come il provvedimento della Commissione sembra stabilire». In realtà il problema — ed è questo che soprattutto interessa al Consiglio nazionale delle ricerche — è poi di più ampio respiro culturale. Il vicepresidente del Cnr, Roberto de Mattei, ha lanciato la proposta di creare su Internet un «polo della latinità», mettendo in rete le istituzioni culturali dei paesi di lingua e cultura neolatina. «Il sistema culturale italiano — ha detto de Mattei — tende a sottovalutare il forte nesso che lega cultura e lingua, riducendo spesso la prima ad evento effimero e la seconda a mero strumento di comunicazione». Invece, «di fronte alla crescente egemonia della lingua inglese, serve proprio una diffusione della lingua che sia anche promozione culturale. Tale compito non può essere sostenuto da una singola identità nazionale, ma se gli Stati dove sì parlano le lingue romanze attivassero tra loro, a partire dalla scuola, un sistema volto alla reciproca comprensione, nel 2025 avremmo un blocco di parlanti lingue neolatine, potenzialmente in grado di intendersi, di un miliardo e trecento milioni di persone, in grado quindi di competere con il blocco anglofono e con quello cinese».
La strategia è dunque considerare le lingue nazionali, e l'italiano tra queste, come una ricchezza, alla quale nessuno vuole rinunciare e che è anzi da potenziare e da valorizzare. Anche la salvaguardia delle radici culturali rientra in tale strategia, come dimostra l'esperienza dell'Opera del Vocabolario, che ha realizzato una grande banca dati dei testi in lingua 'volgare' fino alla fine del Trecento: il Tlio, il 'Tesoro della lingua italiana delle origini' pubblicato in rete (www.vocabolario.org oppure www. ovi.cnr. it) ha raggiunto un totale di 13.400 voci. «Tlio — dice Beltrami — è visitato ogni mese da più di 10mila utenti, di cui molti stranieri. I più assidui sono svizzeri, tedeschi, russi, olandesi, statunitensi e brasiliani. Un dato che conferma come l'italiano sia tra le più studiate all'estero soprattutto per il suo interesse culturale». È anche un dato che dovrebbe spingere gli italiani a fare di più. Per portare a termine il Tlio, con i pochi mezzi di cui l'Opera del Vocabolario dispone, ci vorranno quanto meno altri dieci anni; mentre il già concluso Oxford English Dictionary, per mettere a punto la sua terza edizione, dispone di ben 65 ricercatori.



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