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L’Italia da destare
Paolo Conti
Corriere della Sera 8/5/2015

La coscienza e l’orgoglio per un patrimonio immenso «nuovo collante del paese»

Nelle ore dell’inaugurazione dell’Expo, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha cambiato in «siam pronti alla vita» il passaggio del nostro Inno nazionale che parla di morte e sacrificio. Molte polemiche, anche dure, ma c’è stato spazio per una riflessione sulle strofe di Goffredo Mameli. Giocando sullo stesso campo, e pensando al tema proposto dal 28° Salone del Libro di Torino, «le Meraviglie d’Italia» (il patrimonio artistico, architettonico, letterario, musicale, linguistico, paesaggistico, così come il design, la moda, il cinema, la fotografia, la cucina), ecco un altro possibile slogan: c’è un’Italia tutta da destare, da mettere in primo piano, da proporre ai nostri connazionali e al mondo come prodotto intellettuale collettivo, unico e irripetibile. Soprattutto come collante di uno stesso modo di essere italiani, nelle tante diversità.
Lo ha capito per esempio l’insegnante Antonella Mazzara, che in questi giorni sta concludendo a Roma il quinto anno del ciclo della scuola primaria (l’ex elementare) alla sezione B dell’Istituto Comprensivo «Piazza Capri» di Roma (zona viale Jonio). Per cinque anni la maestra Mazzara ha insistito sui libri («ora ne leggono uno a settimana») e sull’arte, aiutando i suoi ragazzi a capirla e ad amarla, divertendosi. E così è nata la mostra «I quadri prendono vita - Grandi capolavori per piccoli protagonisti», che chiude domenica i battenti nel museo romano di palazzo Braschi: con la fantasia e l’aiuto di Photoshop, ha trasformato i suoi alunni in interpreti di grandi capolavori, da «La Dama con l’Ermellino» di Leonardo da Vinci a «Davide e Golia» di Caravaggio. Ventidue immagini che raccontano l’amore di questi ragazzi per il Patrimonio.
Assicura la maestra Mazzara: «Io sono convinta che il nostro Patrimonio, nel senso più vasto del termine, rappresenti il motore della ripresa economica e morale del nostro Paese. E non parlo a caso. A febbraio, quando la Barcaccia di piazza di Spagna venne danneggiata dai tifosi del Feyenoord, i ragazzi arrivarono a scuola indignati e preoccupatissimi. I genitori si mobilitarono. Ho capito che avevo vinto la mia battaglia: avevano compreso perché quel monumento “apparteneva” anche a loro».
L’ex ministro dei Beni culturali Massimo Bray, direttore editoriale dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, ospite del Salone, assicura di aver visto negli ultimi tempi, sia da ministro che da operatore culturale, straordinarie realtà associative di base che testimoniano un forte legame con il nostro retaggio culturale: «Uomini e donne, giovani e anziani, dedicando tempo libero ed energie, si battono per la protezione e la tutela di ciò che rappresenta la nostra identità. Sono realtà poco note che andrebbero riconosciute e valorizzate. C’è indubbiamente un’Italia da ricongiungere, sanando per esempio la frattura tra i governanti e i governati. Proprio la comune appartenenza a quel modo di essere italiani può essere un eccellente elemento di riunificazione. Fa quindi molto bene il Salone del libro a proporre questo tema».
Quindi questo senso di appartenenza è diffuso nella nostra società? Melania Mazzucco — anche lei sarà al Salone — ha dedicato due libri di grande successo («La lunga attesa dell’angelo» e «Jacopo Tintoretto e i suoi figli») all’universo dell’arte. E così risponde alla domanda: «Se mi fosse stata posta dieci anni fa, avrei risposto di no, quando ho affrontato il mondo di Tintoretto pensavo fosse una passione solitaria, anche elitaria. Ma oggi le cose sono cambiate, noi scrittori ci accorgiamo facilmente dei mutamenti. Vedo un grande desiderio di riscoperta e anche di riappropriazione del nostro patrimonio culturale. Il problema è che ci dobbiamo tutti alfabetizzare di nuovo, per cinquant’anni ci sono stati sottratti gli strumenti per capire e per apprezzare. Ma la voglia c’è, lo dimostrano le famiglie in fila davanti ai musei nelle domeniche di apertura gratuita. Un tempo sarebbe stato impensabile coinvolgere i più piccoli, ora c’è questo bisogno. Si deve individuare una lingua comune, che includa e non escluda. Una grande scommessa».



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