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TOSCANA - Se tutela e sviluppo sono un escamotage
DANIELA POLI MASSIMO MORISI
26 febbraio 2015 LA REPUBBLICA


LA TRASVERSALIT maggioritaria con cui gran parte del parlamento toscano contesta il valore normativo del Piano paesaggistico pu scandalizzare o confortare, a seconda dei valori e degli interessi cui si d tutela o rappresentanza.

MA PROPRIO quella trasversalit, al netto di ulteriori aggiustamenti compromissori, pone una questione di "cultura politica" di primaria importanza. Che non riguarda la "destra" o la "sinistra" ma ci a cui serve la Politica e l'azione di governo che ne discende. E' almeno dai tempi di Fiorentino Sullo che essa ripropone un interrogativo drammatico per l'Italia repubblicana. Il territorio o no un bene comune? E il paesaggio, con tutta la vicenda umana che a quel territorio d funzioni, significati e dunque forma, o no il patrimonio di una data popolazione e per ci stesso la fonte del suo futuro e dei suoi discendenti? Si badi, parliamo di "patrimonio" non di "risorsa": ossia di un bene la cui erosione porta sic et simpliciter all'impoverimento culturale ed economico di quella popolazione e dei suoi eredi. Se poi quello stesso patrimonio ben custodito e dunque bene amministrato proprio nei suoi stessi valori patrimoniali allora, e solo allora, pu diventare anche una "risorsa".

Troppo difficile? Troppo astratto? Troppo da professorucoli nullafacenti e a stipendio fisso? Chi ha collaborato alla redazione del Piano abbastanza vaccinato per non offendersi. Ci che conta che si condivida questa idea di patrimonio: di bene non da erodere ma da trasmettere, proprio perch la ricchezza che nel presente ne deriva sia anche ricchezza duratura per i nostri figli e nipoti. Ebbene questa ricchezza costituita da fattori che del paesaggio sono forma, struttura e motore a un tempo: come il sottosuolo, le reti ecologiche, le visioni panoramiche, le montagne, i borghi e le citt, le campagne e le attivit agricole. E tutto l'universo del fare che connota la storia umana. Ma c' un "per" che il Piano pone con chiarezza, a cominciare da quelle "criticit" - di fatto e potenziali - che servono a orientare la sua applicazione nel governo locale. Ossia l'urgente necessit di coltivare nuova ricchezza collettiva tutelando il valore di quel patrimonio nel lungo andare e non erodendolo ad opera di "rendite" di posizione di breve periodo. La questione tutta qui.

Siamo disposti a condividere o no questa consapevolezza e a trarne le logiche conseguenze? Se s, al netto di qualunque preoccupazione elettoralistica e di qualunque contiguit di lobbying, allora serve un Piano del paesaggio con riferimenti certi, direttive efficaci e indirizzi che non siano flatus voci ma il discrimine tra una responsabilit pubblica e sociale e l'arbitrio di chi ragiona nell'oggi per l'oggi tanto domani se la vedranno altri! In mancanza di ci, un Piano esercizio tanto inutile quanto inutilmente faticoso (oltre che costoso).

Emblematico il conflitto delle Apuane. E' vero, si sempre "scavato e sottratto" trasformando montagne, crinali ed equilibri visibili e invisibili. Ma come cambiano le tecnologie e le opportunit di mercato cos cambiano le culture e le sensibilit ambientali. Oggi conciliare "tutela & sviluppo" diventa un escamotage retorico: o il secondo consegue alla prima e si produce nei limiti che da essa derivano, oppure mero opportunismo lucrativo all'insegna del "finch ce n'". Diversamente, inutile continuare a parlare di regole, parchi o enfatizzare lo stesso "Expo" in nome del "pianeta" , cos come potremmo buttare a mare il Codice dei beni culturali e del paesaggio. N vedremmo all'interno della stessa "comunit" apuana, imprenditori, associazioni, liberi cittadini e Comuni che pur sottovoce questa nuova consapevolezza esprimono nelle loro stesse scelte aziendali e nel rigore con cui le sostengono.

Gli autori sono docenti dell'Universit di Firenze



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