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Ladri di storia - Inchiesta sul saccheggio delle opere d'arte
Philippe Baqué
LE MONDE diplomatique - Gennaio 2005




Il traffico di beni culturali è dovuto essenzialmente alla accanita speculazione che regna nei paesi che ospitano i grandi mercati d'arte del pianeta ed è un fenomeno in piena espansione. I paesi del Sud sono colpiti in modo particolare per la perdita, spesso irreparabile, del loro patrimonio culturale. Quanto alle convenzioni internazionali, esse si rivelano di una scarsissima efficacia.

Dopo la presa di Baghdad da parte delle forze americane, il 9 aprile 2003, i bombardamenti sono stati seguiti da incendi e razzie. Il 10 aprile veniva saccheggiato il museo archeologico di Baghdad, testimonianza della cultura millenaria dell'Iraq, precedendo di poco gli incendi della biblioteca e degli archivi nazionali. Dei 170.000 reperti catalogati prima della guerra, ne sarebbero stati sottratti ben 14.000; 4.000 si presume che siano stati recuperati o restituiti. Il 16 aprile 2003, Jacques Chirac bollava il saccheggio dei musei di Baghdad e di Mossul come «crimini contro l'umanità» (1). Così facendo, il presidente francese si schierava dalla parte dei paesi depredati del proprio patrimonio culturale. Rimaneva qualche traccia nella sua memoria di due episodi di saccheggio di oggetti d'arte, certamente di minima importanza rispetto alla devastazione dei musei iracheni, in cui era stato coinvolto egli stesso?


Alla fine del 1996, i suoi stretti collaboratori offrivano a Chirac una statuetta di terracotta proveniente dal Mali. L'identificazione fu possibile grazie alle foto pubblicate da Paris-Match (2), di cui vennero a conoscenza i responsabili del Consiglio internazionale dei musei (Icom), una Ong vicina all'Unesco : la statuetta proveniva da un lotto di oggetti che erano stati sequestrati dalla polizia alcuni anni prima sul sito di uno scavo non autorizzato, e trafugati durante il loro trasferimento al museo di Bamako. La vicenda non poteva capitare in un momento peggiore: la Francia si accingeva infatti a ratificare la Convenzione dell'Unesco che mirava a combattere il traffico dei beni culturali.

All'inizio del 1998, dopo oltre un anno di trattative con l'Icom, Chirac restituì non proprio spontaneamente la statuetta al museo di Bamako. Il secondo caso si è verificato nell'aprile del 2000, in occasione della inagurazione della sala delle arti primitive (primordiali) del museo del Louvre, vetrina del futuro museo delle arti primitiva di quai Branly a Parigi, progetto che stava particolarmente a cuore a Chirac. Il quotidiano Libération (3) rivelò che tre terracotte nok e sokoto lì esposte provenivano da scavi illeciti effettuati in Nigeria. Il Museo le aveva acquistate due anni prima da mercanti d'arte sborsando quasi 450.000 euro. Il direttore Stéphane Martin dice, per giustificarsi: «Quelle statue si trovavano sul mercato belga in condizioni non condannate dalla normativa francese vigente.
Abbiano deciso di acquistarle, perché era importante far vedere al pubblico del Louvre che ai tempi di Pericle gli africani erano anch'essi in grado di creare grandi opere d'arte». E tuttavia, il codice deontologico dell'Icom impone ai suoi aderenti, 15.000 fra conservatori e responsabili di musei, di non acquistare oggetti la cui comparsa sul mercato potrebbe provocare «una distruzione o un danno recente, intenzionale e non scientifico ai siti archeologici».

L'intervento di Chirac presso il presidente nigeriano affinché l'acquisizione venisse sancita da un documento ufficiale contribuì ad esasperare ulteriormente le critiche già numerose in entrambi i paesi. Alla fine, il museo parigino restituì le statuette alla Nigeria, che accettò di lasciarle in deposito presso il museo stesso.

Difficilmente quantificabile per sua natura, il saccheggio dei beni culturali è valutato fra i 2 e i 4,5 miliardi di euro, una cifra non lontana dal traffico d'armi e quello della droga, di cui riproduce le ineguaglianze dominanti, prosciugando le ricchezze dei paesi del Sud per abbellire le gallerie e le collezioni dei paesi del Nord.
I paesi in guerra sono buoni fornitori: basti pensare al museo di Kabul saccheggiato a più riprese e allo scempio dell'Istituto dei musei nazionali dello Zaire, ai tempi della caduta di Mobutu... La Cambogia è stato uno dei paesi più colpiti. Durante le ultime guerre, ogni esercito ha venduto a poco prezzo una parte delle ricchezze culturali pur di procurarsi le armi. E così i bassorilievi dei templi e dei palazzi di Angkor hanno subito spaventose mutilazioni. Benché tale sito figurasse fin dal 1992 nel patrimonio dell'umanità dell'Unesco, i razziatori imperversano ancora oggi.

In Africa le guerre continue offrono alle reti locali di antiquari l'occasione propizia per spogliare dei loro beni le popolazioni più vulnerabili, la gente in fuga o i rifugiati. In tempi di pace, sono l'assenza di mezzi di protezione, la corruzione e la miseria a facilitare la scomparsa di oggetti pregiati dai musei e ad incoraggiare prassi illecite. Dal 1994 ad oggi, il 90% dei siti di Bura, nel Niger, è stato devastato dagli scavi clandestini. Nel Mali, all'inizio degli anni '90, una équipe di scienziati olandesi constatava che era stato saccheggiato il 45% degli 834 siti in repertorio.
Nello stesso arco di tempo, le statuine in terracotta nok, sokoto e katsina si sono riversate in massa sul mercato dell'arte «primitiva», provenienti da scavi non autorizzati effettuati nel nord della Nigeria con la complicità dell'amministrazione locale. Per Roderick J. McIntosh, archeologo sul sito di Jenné-Jeno nel Mali, «un oggetto d'arte che sia stato portato alla luce senza rilevare lo strato archeologico ad esso associato diventa un orfano della cronologia. Per giunta, se viene esposto senza citare la provenienza archeologica, è completamente avulso dal contesto economico, sociale, ideologico e storico, senza il quale è impossibile spiegare la presenza e il valore dell'arte antica» (4). Avviene così che i pezzi provenienti dal Ghana, dal sito della civiltà scomparsa di Komaland, sistematicamente saccheggiato negli anni '80, siano ormai presentati con la dicitura : «Un popolo di cui non si conosce nulla» (1). In Perù sono state saccheggiate 100.000 tombe, vale a dire la metà dei siti conosciuti; dalle chiese di Cipro sono stati sottratti 16.000 fra icone e mosaici; in Cina sono state devastate 15.000 tombe Hogshan... Dal 2001 al 2003, il sito di Jiroft, in Iran, ha subito un saccheggio su grande scala.
Migliaia di vasi in clorite, testimonianze di una favolosa civiltà antica di 5.000 anni, hanno invaso il mercato dell'arte in Europa, in Asia e in America. Alla fine è intervenuta la polizia irachena, ed è stato possibile avviare gli scavi secondo criteri scientifici validi (6).
Dappertutto, si inizia con gli scavi illegali, per poi vendere gli oggetti ad antiquari del paese che penseranno a come esportarli.
Secondo il capriccio dei mercanti d'arte e dei collezionisti, questi oggetti passano da un paese all'altro, vengono esposti nelle mostre, acquisiscono un loro «pedigree» prima che l'Icom e l'Unesco siano in grado di reagire. A quel punto, il loro prezzo si è moltiplicato per dieci, per cento o anche per mille. In Iraq, a partire dal 1991, nei musei sono stati trafugati oltre 4.000 oggetti archeologici. Nel 2001, John Russel, archeologo del Massachusetts College of Art di Boston, parlava del «sacccheggio definitivo di Ninive» dopo lo smantellamento di numerosi bassorilievi di Sennacherib (7). Ma non si era ancora arrivati al peggio, come presentiva già all'inizio del 2003 l'archeologo iracheno Dony Georges: «In caso d'offensiva americana, il saccheggio dei siti sarà infinitamente più devastante del 1991. (...) I saccheggiatori hanno avuto il tempo di organizzare il loro traffico e di crearsi tutta una clientela internazionale. Adesso sono potenti e ben armati» (8).
Nel luglio 2003, l'archeologa e giornalista Joanne Farchakh constatava: «Jokha, la favolosa città sumera di Umma, riportata alla luce appena quattro anni fa, somiglia ad un campo di battaglia». (9) Secondo l'archeologo americano McGuire Gibson, la maggior parte dei siti del sud dell'Iraq continua a subire tali devastazioni. Al Nord, ormai i soldati americani proteggono ufficialmente i luoghi, ma quando ormai i saccheggiatori avevano fatto man bassa a loro piacimento dei bassorilievi di Hatra e di Nimrud e avevano finito di distruggere quelli di Ninive.
L'American Council for Cultural Policy (Acpp), constituito dai massimi collezionisti americani, ha forse contribuito in qualche modo all'atteggiamento passivo delle truppe americane? Alcuni suoi membri (che si sono incontrati con alti responsabili del Pentagono e del Dipartimento di stato il 24 gennaio 2003, pochi giorni prima dell'inizio dell'invasione) avrebbero negoziato una maggiore flessibilità nell'applicare le leggi a tutela dell'esportazione delle antichità irachene? Fortunatamente, il 22 maggio successivo, il Consiglio di sicurezza dell' Onu ha adottato una risoluzione straordinaria che impone a tutti gli stati di restiuire gli oggetti trafugati in Iraq dal 1990 in poi e di vietarne il commercio.
Sino ad allora, la comunità internazionale non era mai riuscita a costituire un fronte compatto nella lotta contro il saccheggio dei beni culturali. Già nel lontano 1954, dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale, l'Unesco propone la convenzione de L'Aia, applicabile in caso di conflitto armato. Un protocollo aggiuntivo vieta l'esportazione dei beni culturali da un territorio occupato, e ne impone la restituzione.
A tutt'oggi, questi testi sono stati ratificati da centocinque stati (10) . Regno unito e Stati uniti brillano per la loro assenza. Nel 1970, l'Unesco elaborava un'altra convenzione, applicabile in tempo di pace, che proponeva «le misure da attuare per vietare o impedire l'importazione, esportazione e il trasferimento di proprietà illecite dei beni culturali». Il testo incoraggia tutti gli stati che l'abbiano ratificato ad adottare una legislazione a tutela dei beni culturali e a reportoriare le proprie collezioni. Ha una valenza più etica che giuridica ma, secondo Guido Carducci, responsabile della Sezione norme internazionali presso l'Unesco, «è stato un testo pionieristico, che ha posto in maniera fondamentale taluni principi, quali l'esigenza di un certificato d'esportazione per i beni culturali e la possibilità di richiederne la restituzione». Ciò nonostante, nel 1995, Lyndel V. Prott, responsabile della sezione norme internazionali presso l'Unesco, constatava : «Le associazioni di negozianti in opere d'arte costituiscono gruppi di pressione estremamente potenti, che spesso sono riusciti a vanificare le iniziative che miravano ad esercitare un controllo più rigoroso sulle loro attività».
I primi stati a ratificare la convenzione sono stati per lo più stati del Sud, «esportatori», e stati del Nord vittime del traffico, quali l'Italia, la Grecia o la Spagna. Gli Stati uniti la ratificarono con riserva nel 1983, per limitarsi poi a stipulare soltanto accordi bilaterali con alcuni stati. L'Unesco ha dovuto fare appello all'Unidroit (Istituto internazionale per l'unificazione del diritto privato) per elaborare una convenzione più efficace sul piano giuridico di quanto non fosse quella del 1970.
Adottata nel 1995, tale convenzione «sul ritorno internazionale dei beni culturali trafugati o esportati in maniera illegale» consente ad uno stato di avviare direttamente un'azione contro l'acquirente di uno dei suoi beni di fronte ai tribunali dello stato in cui si trova. La convenzione Unidroit si applica ad una serie di oggetti culturali più vasta, come pure a tutti i beni esportati illegalmente che rivestano una «importanza culturale significativa» per lo stato che ne fa richiesta. Il possessore di questi beni è tenuto a restituirli e percepirà un indennizzo soltanto se sarà in grado di dimostrare di aver effettuato tutti i passi necessari per verificare che il bene non fosse né trafugato né esportato illegalmente. I termini di prescrizione passano a cinquant'anni. Tuttavia, la convenzione non ha effetto retroattivo.
In tal modo l'Unidroit segna una frattura rispetto ai principi di numerosi paesi europei : la presunta buona fede che proteggerebbe l'acquirente e tempi di prescrizione molto brevi (tre anni in Francia).
Per Jean-Yves Marin, presidente del Comitato internazionale per i musei e le collezioni storiche e archeologiche, «la convenzione Unidroit rappresenta una leva formidabile, (...) la chiave di volta di processo di tutela del patrimonio (11). Ma essa incontra anche una vibrante opposizione da parte degli attori del mercato dell'arte. E così, Jean-Paul Chazal, collezionista francese e avvocato del Sindacato nazionale degli antiquari, considera che alcune disposizioni del testo siano contrarie... alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789! Egli critica il concetto «d'importanza culturale significativa» troppo vasto, evolutivo e labile. «Associato ad un diritto ad agire di cinquanta anni, spiega, crea una totale incertezza sul mercato. L'Unidroit vuole realizzare l'esatto contrario della libera circolazione: il blocco di tutto il proprio patrimonio da parte di uno stato». Avvocato dell'Associazione svizzera dei collezionisti, Alexander Jolles scende in campo lancia in resta contro l'Unidroit, «contraria alla concezione universale della cultura e all'apertura internazionale in materia politica, economica e sociale» (12). A Parigi, i mercanti d'arte sono unanimi. Per Bernard Dulon, «L'Unidroit è una estenzione del neo-colonialismo» e per Réginald Groux, «non si deve imporre il nostro modo di pensare a paesi che non operano come noi». Per quanto riguarda poi Johann Levy, egli dichiara: «Le convenzioni sono fatte da occidentali idealisti. Ma se l'idealismo non è pragmatico, equivale al fascismo». A tutt'oggi, solanto undici stati hanno ratificato la Convenzion Unidroit - e fra loro non figura nessun grande paese «importatore» - e dodici si sono limitati alla semplice adesione. In Francia, nel febbraio 2002, lo studio in Parlamento del disegno di legge che autorizzava la ratifica della convenzione Unidroit è stato sospesi sine die.
In questi ultimi tempi è stato accantonato anche un altro motivo di preoccupazione dei collezionisti: gli oggetti d'arte continuano ad essere esclusi dal calcolo dell'imposta sul patrimonio. Con prezzi record di vendita, il mercato francese dell'arte «primitiva» gode di ottima salute.


note:

* Giornalista, autore di Un nouvel or noir. Pillage des マuvres d'art en Afrique, Paris Méditerranée, Parigi, 1999.
(1) Il Consiglio internazionale dei musei (Icom) ha pubblicato una «lista rossa» delle antichità irachene in pericolo: www.icom.museum/ redlist.

(2) Paris-Match, n° 2481, 12 dicembre 1996.

(3) Numerosi articoli di Vincent Noce, pubblicati tra il 13 e il 23 aprile 2000.
(4) Roderick J. McIntosh, «Dilettantisme et pillage: trafic illicite d'objets d'art anciens du Mali», Musée, rivista pubblicata a cura dell'Unesco, Parigi, n° 49, 1986.

(5) Arts d'Afrique noire, arts premiers, Arnouville, inverno 1998, p.36.
(6) Archéologie, Digione, ottobre 2003 (dedicata al sito di Jiroft).

(7) Antonio Calitri, «Le nouveau sac de Ninive», pubblicato dalla rivista americana Science e ripreso da Courrier international, 31 ottobre 2001.
(8) Archéologia, Digione, febbraio 2003.

(9) Archéologia, febbraio 2003.
(10) Un secondo protocollo è stato adottato nel 1999. www.unesco.org/culture/laws.

(11) «Oeuvres d'art: halte au pillage», Le Monde, 7 maggio 2003.

(12) Visitare il sito: www.staechehn.ch/unidroit/ johest.html (Traduzione di R. I.)



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