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Città - L'urbanistica inventata di nuovo
Giuseppina Ciuffreda
LE MONDE diplomatique - Marzo 2005





Motori economici e centri del potere politico negli ultimi secoli, le città palesano una crisi profonda con effetti sociali e ambientali negativi. Eppure i danni che la Rivoluzione industriale avrebbe prodotto erano già evidenti nell'800 in Inghilterra, patria delle fumose, fetide città immortalate dai romanzi di Charles Dickens e dalle incisioni di Gustave Dorè. La reazione anti industriale coinvolse a vari livelli gran parte degli intellettuali vittoriani, dando impulso a un'intensa attività che voleva cambiare le condizioni di vita degli operai, fermare il degrado ambientale urbano e salvaguardare la mitica campagna inglese. Joseph Paxton inventò efficaci sistemi di drenaggio e nel 1847 creò il primo parco pubblico al mondo gestito dalla municipalità, il Birkenhead Park. L'industriale tessile Sir Titus Salt fece costruire un villaggio modello per i suoi operai e dotò le sue fabbriche di depuratori per gli scarichi e di sistemi anti inquinanti per i fumi.
La cristiano-socialista Octavia Hill, fondò il National Trust, l'associazione che ancora oggi salvaguarda paesaggi, edifici e giardini storici, e sostenne gruppi di abitazioni su piccola scala con giardino e palestre per gli operai londinesi. Ma l'opera più importante è senza dubbio la città-giardino delineata da Ebenezer Howard in Tomorrow. A Peaceful Path to Real Reform (1898) per trasformare le periferie degradate dagli slums operai, in comunità autosufficienti. La struttura è a cerchi concentrici, con strade radiali convergenti al centro e aree destinate all'agricoltura organica. Viene incoraggiata una grande partecipazione popolare alla vita sociale. Le città giardino nacquero davvero: la prima, Lechworth, nel 1903 e poi Welwyn, entrambe in Inghilterra. Ispireranno le cinture verdi attorno alle città e saranno la base della strategia per le New Towns lanciata dai laburisti al potere dopo la seconda guerra mondiale.
La tensione utopistica che tra le due guerre e negli anni '50 aveva prodotto progetti visionari e piani urbanistici, di fronte alle emergenze ambientali esplose negli anni '80, muta in programmi di risanamento di centri storici e periferie e in architettura eco-compatibile.
In Brasile si sviluppa una vera e propria eco-città, Curitiba, nel Paranà, due milioni circa di abitanti. Le politiche del traffico pongono al primo posto gli umani, poi le auto, con sistemi di trasporto innovativi, piste ciclabili, verde in abbondanza, zone pedonali, uno spazio commerciale aperto 24 ore, musei, biblioteche. Il riciclaggio è completo. Ma la tendenza dominante non è certo la gestione sostenibile.
Al contrario. La Countryside Alliance, l'associazione britannica che ha organizzato due marce a Londra con centinaia di migliaia di partecipanti, non si è mossa soltanto per difendere la caccia alla volpe. Nel movimento confluiscono infatti diverse proteste. Tra queste l'opposizione alla costruzione di 4 milioni e mezzo di abitazioni nelle campagne e nelle Greenbelt che circondano le città inglesi, decisa dal governo di Tony Blair. Nel conflitto città-campagna il New Labour prende le parti della città, non per caso: il partito laburista, come tutti i partiti operai, è permeato dal mito della modernità, e la modernità vive di separazioni, prima fra tutte quella con la campagna e con la natura. Mentalità riassunta lucidamente da Riccardo Mariani nel suo saggio-inno alla città, colto e piacevole viaggio storico, da Caino al Rinascimento, che utilizza tutte le fonti disponibili, in particolare l'iconografia (Il libro della città.
Dalla città rifugio alla città felice, Le lettere, Firenze 2004, 23euro). È un percorso che muove dai primi insediamenti per finire nella città rinascimentale, cubo ordinato dove regna finalmente la prospettiva, luogo deputato di una nuova figura: l'intellettuale separato dalla «plebaglia» cittadina e dal contado. Ma questa concezione dell'evoluzione umana viene rimessa in discussione oggi dal ruolo negativo che le città giocano nell'equilibrio sociale e ambientale del mondo.
La riflessione di tanti architetti ha trovato una prima sede nel vertice delle Nazioni unite su ambiente e sviluppo di Rio de Janeiro, nel 1992. L' Onu con l'esplodere della crisi ambientale dà infatti vita a una serie di incontri internazionali di cui dà conto Melania Cavelli nel bel volume Ecocittà. Strategie territoriali delle Nazioni Unite nell'era della globalizzazione (Gangemi,2004, 25 euro). La tesi del libro è che le strategie sostenibili debbano essere elaborate su base locale ma con strumenti globali che prevedano alleanze fra città su obiettivi comuni, la deglobalizzazione degli scambi, con la diminuzione della distanza tra produttori e consumatori, e una progressiva smaterializzazione, riducendo il consumo di natura, energia e materie prime. Momenti importanti sono stati l'incontro Habitat 2 di Istanbul del 1996 e il Summit Johannesburg 2002, che ha elaborato i 10 principi di Melbourne per la pianificazione ecologica sostenibile delle città. Il libro ricco di foto, tabelle, glossario e bibliografia accurati, illustra anche grandi opere quali il parco Emsher nel bacino della Ruhr, in Germania, di 800 chilometri quadrati che coinvolge 17 comuni, o la Carta verde di Friburgo fino al design, la bioedilizia e il risparmio energetico validi per diminuire le emissioni di gas serra. Con una netta inversione concettuale: la sostenibilità urbana va definita partendo da quella rurale. Valore alto quindi del bioregionalismo e ruolo dell'agricoltura nel territorio.
Per Franco Archibugi la città ecologica è invece è un ossimoro. La qualità della vita e l'«effetto città» che, per le migliori opportunità di lavoro e carriera, attrae i più creativi, sono infatti in contraddizione.
Per ottenere l'effetto città è necessaria infatti una massa critica che va ben oltre la popolazione della piccola città sostenibile che garantisce qualità perse nelle megalopoli: «socialità umana, senso di appartenenza e di identità, vivibilità ambientale». (La città ecologica. Urbanistica e sostenibilità, Bollati Boringhieri, 2002, 19 euro). La soluzione però esiste ed è la pianificazione, territoriale e ambientale. Ma tra la tendenza dominante che dà ruolo soltanto alle città «globali», funzionali cioè alla globalizzazione economica, e il nuovo protagonismo delle campagne e delle periferie, il futuro delle città resta quanto meno incerto.



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