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La casa dell’asfalto e del cemento
Vittorio Emiliani
l'Unità 12/05/2005

LA CASA DELL’ASFALTO E DEL CEMENTO
Vittorio Emiliani

Il governo Berlusconi appare sempre meno capace di far funzionare gli strumenti ordinari dell’amministrazione e quindi si affanna a rivedere norme su norme (anche sue proprie), a rifugiarsi nello straordinario e nell’eccezionale, creando continue corsie d’emergenza, insediando commissari su commissari.
Insomma, un automobilista che, incapace di far viaggiare la propria vettura in condizioni normali, si applica ad aprire percorsi preferenziali, ad eliminare per sé limiti di velocità, a cancellare divieti di sorpasso, e magari suona in permanenza la sirena per allontanare ogni fastidio di controllo “democratico”.
Col risultato, in tanto caos politico-amministrativo, di entrare in conflitto con altri soggetti di governo, anzitutto con le Regioni.
Non sfugge a questa strategia da kamikaze il decreto legge sulla competitività che, già passato con modifiche al Senato (dove la solita fiducia ha “fucilato” 1.500 emendamenti), ora deve essere approvato alla Camera e tornare di corsa a Palazzo Madama.
In premessa va detto, ancora una volta, che le sue scelte di fondo sono strutturalmente errate. A fronte di incentivi modesti destinati alla ricerca, alla innovazione tecnologica, alle tecnologie “pulite” (lo nota in un ampio documento, anche propositivo, il Wwf), il governo Berlusconi continua a puntare essenzialmente sulle infrastrutture, e, al loro interno, su cemento & asfalto, trascurando ferrovie, porti e trasporti di cabotaggio. Eppure, mentre in Europa ci sono 13,2 chilometri di autostrada ogni 1.000 chilometri di rete stradale, in Italia se ne contano ben 22,8. Non solo: il 70 per cento degli investimenti ferroviari viene concentrato nell’Alta Velocità, lasciando alla rete più debole (quella del Centro- Sud e delle Isole) le briciole. Discorso analogo per le energie rinnovabili: la Germania - che non è certo “O paese d’o sole” - è diventata leader nell'energia solare e, unitamente ad altri Paesi proiettati in avanti direzione come Spagna e Danimarca, ha creato nelle fonti rinnovabili circa 250 mila posti di lavoro (con altri 200 mila entro il 2015). Col decreto sulla competitività, osserva la nota del Wwf, «il governo ha scelto di investire nell’asfalto e nel cemento, invece che in materia grigia, cioè in ricerca e in sviluppo».
All’interno di questa logica, il provvedimento scassa tutta una serie di regole anche recenti, per esempio in campo edilizio. A forza di “semplificazioni”, all’articolo 3 si finisce per far prevalere la norma speciale su quella ordinaria, col rischio incombente che le opere edilizie di maggior impatto e consistenza possano ricevere un trattamento persino più blando rispetto a quelle minori. Dovrebbero essere salvate però, dopo fiere proteste, le norme riguardanti il patrimonio storico-artistico e paesaggistico. “Dovrebbero”, perché l’esclusione dalla semplificazione riguarda gli atti «rilasciati dalle amministrazioni preposte alla tutela». Dizione generica e probabilmente aggirabile. Né va granché meglio per la tutela ambientale. In ogni caso, il silenzio/assenso hanno provato, una volta di più, ad applicarlo anche ai beni tutelati, e ci riproveranno. Uno degli aspetti “innovativi” più allarmanti riguarda il finanziamento dei progetti infrastrutturali, per il quale vengono coinvolti gli Enti previdenziali fin qui giustamente soggetti ad una disciplina attenta volta ad una accurata trasparenza. Ad essi si chiedevano infatti interventi immobiliari debitamente valutati. Ma, poiché il “project-financing” in campo infrastrutturale non decolla, per la renitenza delle banche e dei privati ad impegnarsi in iniziative che non siano garantite, in toto spesso, dallo Stato, il governo Berlusconi ha pensato bene di far saltare una serie di regole e di far assumere agli Enti previdenziali un ruolo sostitutivo. In quelle opere infrastrutturali a rischio elevato da cui i privati, non a caso, si sono tenuti lontani. Manovra più che spericolata. Un altro capitolo molto allarmante del decreto (articoli da 5 a 9) riguarda la proliferazione di commissari straordinari da istituire per la realizzazione di tratte autostradali. Evidentemente col fine di eliminare in modo definitivo l’impaccio delle osservazioni delle Regioni interessate. In questo caso i bersagli sembrano essere Emilia-Romagna e Toscana le quali si oppongono, in modo fondato, a tracciati assai sbrigativi della Variante di valico fra Firenze e Bologna. Col commissario straordinario, il potere dei concessionari autostradali diventa quasi assoluto: saranno loro a pianificare l'uso del territorio, e non più le istituzioni a ciò preposte dalla Costituzione e dai cittadini. Secondo una inchiesta del «Sole 24 Ore», i commissari “all’emergenza” e simili sono, in Italia, circa 10 mila, di cui un migliaio nella sola Sicilia. Una amministrazione straordinaria che si sovrappone ormai a quella ordinaria, spiazzandola. Non sarà inutile ricordare che i concessionari autostradali hanno già avuto da Berlusconi- Lunardi una pioggia di regali, come la cancellazione della soglia massima del 50 per cento per il contributo pubblico, come l’abolizione del limite di trent’anni nella durata delle concessioni, come l’accantonamento della disciplina, giustamente minuziosa, per bandi, contratti, criteri di assegnazione, ecc. E meno male che al Senato è stato cancellato quel comma 11 col quale si consentiva ai commissari di poter utilizzare il meccanismo del silenzio/assenso quando le opere impattassero con la tutela ambientale e paesaggistica. La scelta di fondo del governo rimane dunque: sempre più asfalto & cemento. Quindi, sempre più premi per la rendita fondiaria e immobiliare. Poco o nulla per il profitto industriale e per la competitività delle imprese. Tutto questo nel Paese che nell’ultimo anno ha diminuito del 2,4 per cento gli investimenti, che ha visto contrarre del 3,9 le proprie esportazioni, che continua a destinare alla ricerca l’1,1 per cento del Pil (una delle quote europee più basse) e in cui le imprese dedicano alla stessa voce appena lo 0,54 contro l'1,28 della media europea.
Con chi dobbiamo prendercela poi se (le statistiche sono del World Economic Forum di Ginevra) siamo caduti al 45° posto nella classifica mondiale della capacità di sviluppo, superati anche da Tunisia, Giordania e Sudafrica?



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