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Sulle tracce di Augusto, duemila anni dopo
Carlo Knight
Corriere del Mezzogiorno 24/8/2014

Retroscena e riflessioni nel bimillenario della sua morte

Il 19 agosto è stato commemorato a Capri il bimillenario della morte di Augusto. A Palazzo a Mare è stato scoperto, per meritevole iniziativa dell’erudito parroco don Vincenzo Simeoli, un busto dell’imperatore scolpito da Luciano Campitelli. E nella stessa serata a Villa Jovis veniva organizzato dai bravi volontari dell’associazione Pro Natura, che avevano lavorato per ripristinare i sentieri e riassettare i percorsi, un evento allietato da musiche e danze. Sono trascorsi settantasei anni da quando, il 25 agosto 1938, furono solennemente celebrati a Capri i duemila anni dalla nascita del medesimo imperatore. Ed è forse il caso di fare qualche riflessione. Quelli erano altri tempi, pervasi da un’atmosfera diversa. C’era il fascismo. Mussolini era convinto d’essere la reincarnazione di Augusto. Niente di sorprendente. All’epoca nei manicomi c’era sempre almeno un pazzo che si credeva Napoleone. Ciò non toglie che dalla follia possano talvolta sortire effetti benefici. Perché fu grazie a quell’insensatezza mentale che nel 1932 fu ordinato all’archeologo Amedeo Maiuri di cominciare a scavare a Capri. Nessuno lo diceva apertamente. Per contentare il Duce si sperava di trovare sull’Isola, prima del Bimillenario, tracce sicure della presenza del primo «fondatore dell’Impero». Purtroppo però sull’incantevole scoglio era vissuto per molto tempo anche il depravato e lussurioso Tiberio, il quale ne aveva fatto teatro per le sue orge. Il regime contava sulle scoperte di Maiuri per far dimenticare Tiberio.
Capri doveva essere convertita nel luogo prediletto dall’imperatore giusto, quello amato dal Duce. Maiuri amava Capri. Probabilmente però ad Augusto preferiva Tiberio, che considerava «odiato e denigrato per lo stesso esilio che si prescelse e a cui si condannò». D’altro canto il grande archeologo non poteva dimenticare d’essere un fedele servitore dello Stato. Perciò fece tutto il possibile, sforzandosi d’adempiere l’incarico affidatogli. In un tempo relativamente breve esplorò Damecuta, giungendo alla conclusione che era stato «Tiberio, più che Augusto a gustare il segreto e delicato incanto di quella aerea solitudine». Gli scavi di Villa Jovis gli confermarono che era stata costruita da Tiberio quando Augusto era già morto. Soltanto arrampicandosi sugli specchi poté dimostrare che Augusto aveva abitato Palazzo a Mare.
Il giorno delle celebrazioni si dovette, in mancanza di fatti concreti, inventare qualcosa di eclatante. E fu dato sfogo alla fantasia. I Giardini Krupp, donati dal magnate tedesco all’isola dalla quale era stato ammaliato e che tanto l’aveva fatto soffrire, furono ribattezzati Giardini di Augusto. Ed al Principe di Piemonte, sbarcato a Capri per l’occasione, venne fatta scoprire a Villa Jovis una lapide dedicata ad Augusto. Come se Tiberio, che dall’alto di quella rupe aveva per oltre un decennio governato il mondo, non fosse esistito.
A Maiuri sarebbe forse piaciuto dire come stavano veramente le cose. Sarebbe stato divertente rivelare a Sua Altezza Reale che Tiberio era stato calunniato da Tacito e Svetonio per motivi politici. Ma la spiegazione sarebbe risultata complicata, oltre che poco opportuna. Oggi il bel busto di Augusto s’è aggiunto agli altri esemplari scultorei isolani dedicati a Lenin e al «gatto caprese». È un passo avanti. Manca ancora un monumento a Tiberio, il quale più di ogni altro lo meriterebbe. E nel frattempo fioriscono le «boutiques» e il patrimonio archeologico va in frantumi. Norman Douglas trovava «sorprendente che i capresi, i quali conoscono tanti metodi per sfruttare i gusti dei forestieri, non abbiano ancora capito che le rovine, adeguatamente curate, rappresentano un buon investimento».
Il boschetto di pini, piantato (ahimè) da Maiuri intorno ai resti del palazzo imperiale, è diventato una foresta. Pochi sanno che il bosco copre una vasta zona archeologica ancora inesplorata. Ogni volta che guardo quei pini mi sembra di vedere le loro radici che si muovono lentamente sotto la terra ed, espandendosi e ramificandosi, distruggono le preziose murature romane. E mi rattrista il pensiero che nessuno se ne renda conto.



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