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Silenzio-assenso, rivoluzione con pochi effetti pratici
Pie. P.
Il Messaggero, 05/05/2005

ROMA — Il principio suona rivoluzionario: d'ora in poi chiunque avanzi una richiesta a un'amministrazione pubblica deve ricevere una risposta entro novanta giorni, dopo di che si deve intendere che la risposta è positiva. È il principio del silenzio-assenso, approvato martedì dal Senato all'interno del decreto sulla competitività (fra pochi giorni il voto definitivo della Camera). Vista la proverbiale lentezza della burocrazia italiana è facile immaginare chela scadenza dei tre mesi sarà spesso superata. Detto così sembra chissà che: si apriranno tutte le porte per le imprese che devono ottenere un qualsiasi permesso? E per i cittadini che chiedono un alloggio popolare, o il riconoscimento di un'invalidità, o un porto d'anni? Chiedete e vi sarà dato? Forse non è così, anzi forse è proprio il contrario. A leggere bene il testo del provvedimento, e a sentire il parere di qualche giurista, sembra di capire che gli effetti pratici di questa legge saranno molto ridotti. Per almeno tre motivi: perché il campo d'azione del silenzio-assenso è stato prudentemente limitato; perché nei prossimi mesi saranno varati una serie di regolamenti che specificheranno ancora meglio i casi in cui effettivamente la non risposta può equivalere a un sì; e infine perché in ogni caso per le aziende (principali destinatarie di questa misura) il silenzio-assenso può rivelarsi un'arma spuntata.

Le esclusioni. Nelle scorse settimane si era aperta un'accesa polemica sulla riforma annunciata dal governo. L'allarme ha riguardato soprattutto la tutela del paesaggio, dell'ambiente e del patrimonio artistico-archeologico-monumentale. Con il silenzio-assenso, è stato detto, si aprirà una nuova stagione di edilizia selvaggia.
Inoltre sono stati sollevati altri timori: le autorizzazioni per mettere in commercio nuove medicine, il porto d'armi, il permesso di soggiorno agli immigrati clandestini; sarà possibile far valere anche in questi casi il silenzio-assenso? Per tranquillizzare tutti, il governo ha preferito precisare che il principio non si applica agli atti «riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico, l'ambiente, la difesa nazionale, la pubblica sicurezza e l'immigrazione, la salute e la pubblica incolumità». Nei prossimi mesi poi il governo individuerà un'altra serie di procedimenti su cui non sarà possibile applicare la regola, dei novanta giorni.

L'autotutela. Ciò che comunque limiterà moltissimo l'effettiva utilità del silenzio-assenso, è un altro comma della stessa legge. È quello che prevede il principio dell'“autotutela”: anche se si sono superati i novanta giorni, l'amministrazione avrà sempre il diritto di intervenire. In altre parole, il silenzio-assenso vale fino a un certo punto. L'ex ministro Franco Bassanini, senatore dei Ds, l'ha spiegato con un esempio: «L'imprenditore costruisce uno stabilimento avvalendosi del silenzio-assenso; dopo un anno l'amministrazione si accorge che la sua richiesta violava una legge o non rispettava il piano regolatore, e lo obbliga a smantellare tutto. È chiaro che prima di partire l'imprenditore preferirà aspettare l'arrivo di un pezzo di carta».



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