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Repubblica e quelle previsioni apocalittiche: la cultura fa male a Scalfari & co.
di Francesco Specchia
31 luglio 2014





Troppo successo fa male ai musei. Soprattutto se rappresentato dai cafonazzi che si accalcano, sudaticci, nelle code immense del Louvre per vedere la Gioconda (mentre ignorano i Leonardo della sala accanto...). Linferno di Bosch e di Foster Wallace insieme, praticamente: una massa di povericristi annegati tra gli afrori, i commenti sguaiati, le immagini terribili dei selfie che non archiviano il ricordo, sostituiscono lo sguardo.

E questo, in sostanza, il nobile pensiero sul futuro dei musei che Salvatore Settis, archeologo e intellettuale affida alla prima pagina di Repubblica. Un impeto snobistico avviluppante, di cui ho capito poco, ma cerco di sintetizzare. Le tesi di Settis, sono di un insidioso colbertismo culturale. Primo punto: la tecnologia una volgare approssimazione dellarte. Settis, questo, lafferma da una vita: per lui si dovrebbero vietare ai turisti perfino le macchine fotografiche, strumenti ineleganti che rubano lanima dellopera, da surrogare eventualmente con schizzi su notes riferiti allopera darte stessa. Una volta il Principe Carloschizz un paesaggio toscano in presenza di Settis (sussurra spesso Settis). Secondo punto: il patrimonio museale devessere vissuto in un silenzio consapevole, adatto ai pochi che hanno gli strumenti adatti. Settis, nelle interviste, confessa spesso di osservare un quadro col metodo del Reverse engineering, cio smontandolo mentalmente, per capire come lartista abbia fatto. Chi non conosce il Reverse engineering? Una pratica semplicissima quasi banale, per chiunque abbia anche meno di tre lauree.

Terza convinzione di Settis: larte non ha nulla a che vedere col business, circola nei palazzi del potere la stolta ipotesi che un manager vale per principio pi di uno storico dellarte..., scrive, affermando che il patrimonio non dei turisti ma dei cittadini. Quindi i turisti -che sono cittadini in movimento- sarebbero dei para, uninnaturale escrescenza della condivisione culturale. Settis, poi, cita la sovranit della tutela del patrimonio artistico, la Costituzione italiana, lorrendezza del turismo mordi -e-fuggi; ed evoca il filosofo Baudrillard e la sua teoria della societ simulacro. Per essere precisi, cita, di Baudrillard la verit il simulacro, e nasconde che non c alcuna verit: che non vuol dire nulla in riferimento ai turisti armati di smartphone, ma una roba coltissima. Aperta parentesi. Verrebbe voglia di ricordargli che Baudrillard - come Jean-Franois Lyotard e Michel Foucault- era un nichilista per partito preso proveniente dalla generazione della crisi del 29 e della guerra; aveva adattato la critica nietzscheana alla societ del consumo e dei mass media. Unoperazione di critica delle critica contro tutto e tutti che venne rinnegata dallo stesso Baudrillad nel 2002, nel Requiem per le Twin towers, 2002, quindi passata; a questo punto, caro Settis, se doveva proprio parlare della volgarizzazione dellarte, be, era meglio citare La civilizacin del espectculo di Mario Vargas Llosa che per essendo molto di destra incitabile. Aggiungo che le suddette citazioni filosofiche col discorso dei musei, non centrano davvero un piffero; ma qualche condimento culturale sparso qua e l fa sulla prima pagina di un quotidiano nazionale fa sempre figo (cito io ora, figuramoci se non lo pu citare il professor Settis). Chiusa parentesi.

Detto ci Settis, mostra un munifico seppur legittimo disprezzo per le masse. Le quali masse, per, facendo la coda, comprendo i biglietti on line e emmettendo gridolini compiaciuti dinnazi a dipinti e statue discinte, perlomeno si sforzano di entrare in un museo e di provare a respirarvi laria. Il loro approccio talora potr pure essere volgare e pop, ma vivaddio che c. Settis uno convinto, da sempre, che la tutela e la conservazione dei beni culturali non riguardi i fruitori, gli individui; ma spetti alla legislazione, allo Stato, al custodi della ricchezza comune. In una parola, come direbbe Renzi: ai sovrintendenti. C un piccolo ma esaustivissimo saggio sullargomento, Salvatore Settis. La bellezza ingabbiata dallo Stato di Luca Nannipieri. Per Settis da un lato svettano gli eletti che preservano il Bene comune; dallaltra i barbari - gli imprenditori, i politicanti, i finti mecenati- che quel Bene vogliono corrompere. Bianco e nero. Ora, vero che alcuni esempi della gestione culturale dei manager non sono stati memorabili; vedi il caso di Mario Resca, il Mazarino di Sandro Bondi incongruo ministro della Cultura, prima dellincongruissimo Giancarlo Galan. Ma anche vero che, per esempio, il Mart di Rovereto sotto la tutela del managerissimo Franco Bernab ha vinto la crisi, aumentato i visitatori, messo a posto i bilanci e fatto esaltare la critica tra una mostra su Antonello da Messina e una curata dal filosofo postmedernista Jean Luc Nancy. Lesempio del Mart emblematico perch in dieci anni, ha evitato commissariamenti, spoil system e soprattutto nomine politiche da Roma. Nomine e poltrone. Le stesse, per dire, distribuite dal Consiglio Superiore dei Beni Culturali, dai quali, mi pare, provenga il Settis stesso. Per il resto, la fruizione dellarte assolutamente personale. Fatevi un selfie davanti a un libro di Settis...


http://www.liberoquotidiano.it/news/opinioni/11664631/Repubblica-e-quelle-previsioni-apocalittiche-.html


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