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PERCHÉ DOBBIAMO SALVARE LE SOPRINTENDENZE
Carlo Ginzburg
29 luglio 2014, LA REPUBBLICA


Le anticipazioni sul più volte annunciato decreto legge della presidenza del consiglio riguardante la riforma dei beni culturali hanno suscitato da più parti reazioni di grave, spesso indignata preoccupazione. Qualcuno obietta che ogni commento è prematuro, dato che il testo non è ancora noto nella sua versione definitiva. Ma poiché i tempi stringono — il via libera potrebbe arrivare nel consiglio dei ministri del 31 luglio — è doveroso pronunciarsi sulle anticipazioni, nella speranza (purtroppo improbabile) che esse vengano smentite dai fatti.

Com’è noto, il progetto rappresenta una tappa ulteriore, e decisiva, nel processo di restringimento, ormai in atto da anni, delle competenze delle soprintendenze ai beni archeologici, storico artistici e paesaggistici. La tutela, la conservazione, il restauro, l’invio di opere d’arte a mostre, l’intervento su edifici e paesaggi verranno largamente sottratti alla competenza delle soprintendenze per essere affidati a comitati regionali, formati da persone spesso prive di competenza specifica, che decideranno della tutela e della sopravvivenza di opere, di edifici, di equilibri paesaggistici fragilissimi.

La tutela delle opere d’arte, dei centri storici e del paesaggio ha in Italia radici profondissime, plurisecolari. Essa è nata in un paese la cui densità culturale, in uno spazio relativamente circoscritto, non ha paragoni al mondo. La caratteristica principale della storia d’Italia è il policentrismo.

La rete delle soprintendenze abbraccia (abbracciava?) questa realtà multiforme in modi che storici dell’arte, direttori di musei, studiosi di paesaggio di tutto il mondo consideravano esemplari. Che si voglia smantellare questo edificio istituzionale è un segno di mediocre provincialismo. Ma anche la mediocrità è in grado di procurare danni immani. Il presidente del consiglio, insiste — così ci viene detto — perché nel decreto legge venga inclusa una clausola che gli sta particolarmente a cuore.

Essa dovrebbe consentire ai Comuni di aggirare l’eventuale divieto di costruzione formulato dalle soprintendenze appellandosi a una commissione generale che dovrà decidere in termini brevissimi.

Il silenzio di queste commissioni, che è facile immaginare sommerse da una marea di richieste e di ricorsi, verrà interpretato come assenso: tanto più che con un altro decreto, “sblocca-Italia”, ormai imminente, le licenze edilizie saranno “semplificate” in autocertificazioni dei richiedenti. Via libera ai palazzinari: cementificare le colline di Fiesole (è solo un esempio, che ognuno potrà agevolmente moltiplicare) sarà un gioco da bambini.

Com’è stato possibile arrivare a questa vergogna? si chiederà qualche ignaro osservatore straniero. Qualcun altro gli risponderà ricordando l’eroe eponimo dell’ignobile stagione che dura da più di vent’anni; e accanto a lui altri eroi dello stesso genere, dal capitano che lascia la nave che sta naufragando, al direttore della biblioteca che da un lato confeziona e spaccia libri falsi, dall’altro vende i libri autentici che gli sono stati affidati. Ciò che accomuna questi personaggi è (tra l’altro) la tracotanza.

Anche imporre una riforma così importante attraverso un decreto legge è un atto di tracotanza. Ma “riforma” è un termine eufemistico: si tratta della distruzione di un assetto di tutela, di una rete plurisecolare di competenze che si volle sancire nel dettato dell’articolo 9 della Costituzione repubblicana.


Di fronte a tutto questo, il silenzio di alcuni difensori dell’integrità del paesaggio è assordante: un silenzio/assenso? I soldi non hanno odore, scriveva sarcasticamente il poeta latino. Il puzzo della corruzione nutrita dai soldi è diventato, nell’Italia di oggi, soffocante. Il decreto legge che ci viene prospettato (con o senza la clausola voluta dal presidente del consiglio) prepara corruzione e distruzione, sfigurando ancor più un paese che è (come ci viene ripetuto incessantemente) patrimonio del mondo



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