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Riforma della Cultura. Il premier congela il piano di Franceschini
Claudio Bozza
Corriere della Sera 25/7/2014

Renzi congela la riforma del ministero della Cultura. Il piano, che prevedeva un profondo ripensamento della «macchina» pubblica per la gestione dei beni culturali, era stato presentato appena la settimana scorsa dal ministro Dario Franceschini per ridurre le spese e snellire la burocrazia. Un decreto storico (44 pagine e 36 articoli) che però è stato fermato dal premier prima che mercoledì arrivasse in Consiglio dei ministri per l’approvazione. In quel documento, al quale gli uffici di Franceschini avevano iniziato a lavorare subito dopo l’insediamento, si ridisegnavano gli assetti del ministero, ripensando ruoli e poteri delle soprintendenze. Le due novità più importanti, probabilmente le uniche ora non invise a Renzi, erano gli sgravi fiscali sulle donazioni da parte dei privati e l’introduzione di un direttore-manager (scelto con concorso anche fuori dal «pubblico» o addirittura all’estero) in sostituzione dei soprintendenti che guidano i 20 più importanti musei: dagli Uffizi a Brera, dalla Reggia di Caserta alle Gallerie dell’Accademia di Venezia o la Galleria Borghese di Roma. L’obiettivo di questa nuova figura sarebbe stata quella di valorizzare gli spazi museali, introducendo cioè nuovi servizi e puntando ad incrementare gli incassi, riprendendo in mano la leva sul prezzo dei biglietti. In cima alla lista di questi musei ci sono gli Uffizi, realtà ben conosciuta da Renzi, che con la riforma sarebbero sfilati a Cristina Acidini, soprintendente al Polo museale fiorentino, circuito di 26 tra Gallerie grandi e piccole che frutta oltre 20 milioni l’anno.
La svolta al dicastero fondato da Giovanni Spadolini non è però piaciuta granché al premier, che si è deciso a stoppare il decreto per due motivi. Il primo sarebbe politico e di metodo. Franceschini avrebbe redatto la riforma in totale autonomia di fondo, senza informare e condividere con Renzi i principi cardine, presentando la riforma a cose fatte. La seconda causa delle frizioni verte invece sui contenuti. Il decreto limita sì le competenze dei soprintendenti ai musei, ma lascia intatti i poteri delle soprintendenze ai Beni architettonici, figure che Renzi aveva contestato a più riprese quando era sindaco di Firenze per i continui «no» alle scelte di governo della città. «Le soprintendenze — fu uno dei suoi attacchi più duri — sono un potere monocratico che non risponde a nessuno, ma passa sopra a chi è eletto dai cittadini». Appena nominato segretario del Pd, l’ex Rottamatore rilanciò: «Abbiamo la cultura in mano a una struttura ottocentesca, non può più basarsi sul sistema delle soprintendenze». E proprio alcuni sindaci italiani, nei giorni scorsi, hanno segnalato al premier che su quel punto in particolare la riforma Franceschini sarebbe stata una rivoluzione a metà. Da qui è poi partita la richiesta di modificare il decreto.
Il ministro dei Beni culturali si era confrontato anche con i presunti probabili oppositori della svolta. Compreso associazioni come Italia Nostra e i più convinti sostenitori della tutela, vista in contrapposizione alla valorizzazione dei beni culturali, che da sempre accusano la politica di Renzi come puro marketing, insomma, o giù di lì. Proprio grazie a queste consultazioni preventive, nel decreto sarebbero stati rimarcati alcuni passaggi sulle «attività di valorizzazione» da rendere «compatibili con le esigenze della tutela». Principio, secondo lo schema del ministero, che deve restare sempre «prioritario». Una strategia politica che, però, non ha risparmiato dure critiche da parte di esperti autorevoli come Antonio Paolucci: «Questa riforma è una macelleria che confonde cultura ed economia», aveva detto il direttore dei Musei Vaticani in un’intervista al Corriere Fiorentino . Adesso l’impianto del decreto va già in revisione, seguendo le correzioni del premier, che se con l’ex avversario di partito Franceschini ha stabilito una discreta sintonia politica non sembra ancora aver raggiunto affinità sul «metodo di lavoro». Intanto, forse per ricercare subito una sponda politica, ieri il ministro ha incontrato a Roma i sindaci dell’Anci.



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