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PALERMO - LO SGRETOLARSI DEL MONTE-SIMBOLO CHE SI RIBELLA ALLE VIOLENZE DELLA CITT
MARCELLO BENFANTE
LA REPUBBLICA 14 maggio 2014




LUI, trono e re al tempo stesso, il protagonista dell'alacre scena vista dalla Deputazione della Sanit. Si pu ben dire che senza il Monte Pellegrino, Palermo irriconoscibile. Nelle vedute ottocentesche di Francesco Zerilli, la citt, pur colta nel suo splendido lungomare, non ha quasi volto, se non quando si erge in prospettiva il suo monte sacro con la sua inconfondibile sagoma.

Tutta l'iconografia palermitana contraddistinta dal leit-motiv del monte-emblema, magari associato a un altro elemento significativo (per esempio, in Enrico Lochi, in un dipinto del 1835, insieme al carro di santa Rosalia). In lontananza l'antico Ercte di Polibio svetta (sebbene raggiunga appena i 609 d'altezza) con la sua mole tetragona eppure slanciata come una immensa cattedrale di pietra. Pur non essendo nuovo a franamenti, il vecchio monte-santuario ci allarma in questi giorni per alcuni cedimenti della parete rocciosa del versante dell'Addaura che hanno costretto la protezione civile comunale a chiudere temporaneamente la via Annone e a provvedere allo sgombero di otto famiglie. Tutto va a rotoli e crolla, verrebbe di dire, persino la portentosa montagna che da sempre supervisiona i nostri alterni destini. Proprio laddove si sono verificate le ultime frane si aprono grotte preistoriche in cui si trovano alcuni dei pi importanti graffiti di epoca paleolitica e mesolitica d'Italia (e non solo). Insieme a una varia fauna, vi sono raffigurate scene misteriose, forse di giochi acrobatici o forse di riti sciamanici (un uomo legato a una corda sembra danzare, ma potrebbe essere una vittima sacrificale "incaprettata").

Alla preoccupazione per la sorte delle villette insidiate dalle frane, si aggiunge quindi anche quella per i preziosissimi reperti archeologici (in una zona in cui sarebbe stato logico, per ragioni sia culturali che di prudenza, proibire ogni tipo insediamento). Monte Pellegrino, dunque, si sgretola, quasi volesse scrollarsi di dosso l'invadente e sacrilega edilizia che nel tempo ha aggredito i suoi pendii. Per non dire del suo skyline sfigurato dai ripetitori televisivi e dai radar militari. Ferito e sfregiato, il gigante calcareo esaltato da Goethe ancora il custode della nostra identit collettiva, ancorch tremebondo. Ma di numi, a ricordarci chi fummo e siamo, ce ne restano ormai ben pochi. Ovunque il terreno comunitario cede, si crepa, spalanca voragini, sotto forma di amnesie, di ignavi abbandoni o di crolli veri e propri, come nel cuore della Vucciria. Lo spirito e la materia di cui vive una citt, sembrano qui soccombere a un inesorabile processo di frantumazione.

Una terribile teoria di mancamenti sta sgretolando il tessuto civile: chiude il bar Mazzara nella piazzetta intitolata all'editore Salvatore Fausto Flaccovio (la cui libreria, fulcro storico della cultura palermitana, stata sostituita, proprio l nei pressi, da un negozio di biancheria). Il bar Mazzara, oltre che un esercizio illustre e antico (la Latteria originaria di via Carducci risale ai primi del Novecento), era un legame logistico, sebbene leggermente slittato come collocazione, con i prodromi del romanzo "Il Gattopardo", che sui suoi tavolini, tra un caff e una sigaretta, fu in buona parte ideato e composto. Tra le troppe defezioni che in questi anni le cronache sono costrette a registrare, si aggiunge (last but not least) ora anche la vendita della palazzina che ospitava la celeberrima trattoria Shangai, fra il vicolo Mezzani e piazza Caracciolo, alla Vucciria. Un'altra tessera del nostro disastrato mosaico della memoria che salta e si perde. Un altro passo guadagnato dall'oblio e dallo smarrimento. Eppure la terrazza di Shangai significava lo sguardo di Renato Guttuso o il palcoscenico di tanti attori (Carmelo Bene, Jim Belushi, Geraldine Chaplin). Era la nostra piccola e deliziosa Chinatown fatta di vero e posticcio folclore. In questo smottamento epocale resta da difendere il senso dell'appartenenza, quel sentirsi palermitani che non pu ridursi a mero campanilismo n certo essere relegato al solo orgoglio sportivo (quando la fortuna e il valore ci assistono), ma deve essere costante tutela di un nostro orizzonte interiore, di una topografia dell'anima. Solo cos, ridefinendo il valore del nostro essere cittadini, potremo orientarci in un mondo che si sfalda sotto i nostri piedi e sulle nostre teste.



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