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Un compenso equo? La Siae risponde
Daniela d'lsa*
ItaliaOggi, 19/4/2005

In tema di compenso per copia privata si continua a parlare erroneamente di «tassa» e stupisce che ciò avvenga su ItaliaOggi, così attento al diritto d'autore. Il termine «tassa» (che ricorre sia in un articolo di Andrea Secchi pubblicato su ItaliaOggi del 25 marzo, sia in quello di Davide Fumagalli su Circuits del 5 aprile allegato a ItaliaOggi), svilisce e mortifica quello che è il sacrosanto compenso riconosciuto dalla legge a beneficio non solo di autori ed editori, ma dell'intera filiera dell'industria culturale italiana e quindi anche produttori fonografici, audiovisivi, videografici, artisti interpreti ed esecutori.
Come nel resto d'Europa, la copia privata è un compenso che la legge riconosce per la riproduzione domestica, senza scopo di lucro, di opere tutelate su supporti vergini. Non c'è quindi rapporto tra copia privata e pirateria, che è una riproduzione abusiva a scopo di lucro e quindi reato. Naturalmente nel determinare l'importo il legislatore, sulla falsariga europea, ha tenuto conto del fatto che nel supporto può essere registrato anche materiale non protetto dal diritto d'autore, tant'è che il costo di una copia (0,70 centesimi) è fortemente minore rispetto a qualsiasi supporto originale registrato in vendita.
Il compenso per copia privata è nato 13 anni fa, nel 1992 (legge n. 93 del '92) e, se vogliamo, esso rappresenta una specie di esproprio per autori, interpreti e produttori, poiché li obbliga a concedere la possibilità di registrare copie delle loro opere tutelate. Prima di questa legge, infatti, non era permessa alcuna copia e registrare una canzone o un film era considerato un reato, passibile di sanzione penale. La stessa legge ha attribuito alla Siae il compito di incassare e riversare il compenso agli aventi diritto e cioè ad autori, produttori e artisti. Quindi oggi chi vorrebbe abbattere o rendere irrisorio questo compenso (magari facendolo tornare alle 2 lire a supporto degli anni Novanta), in realtà non danneggia la Siae, ma tutta l'industria culturale italiana in cui operano migliaia di addetti e lavoratori. Con il recepimento della Direttiva europea 2001/29/CE (decreto 68/2003), il compenso per copia privata è stato adeguato alla media dei paesi europei, in cui lo stesso era previsto da molti anni prima rispetto all'Italia (per esempio in Germania dal 1965, in Francia nel 1987, in Austria nel 1980), per importi 30/50 volte superiori a quello italiano. Per molti anni quindi gli autori, gli artisti e i produttori italiani sono stati fortemente penalizzati rispetto ai mercati esteri. Per quanto riguarda il denunciato calo delle vendite dei supporti (non confermato dai dati Siae 2004 appena acquisiti e che saranno resi noti entro la fine del mese), vanno tenuti presenti due fattori. Il primo riguarda l'evoluzione tecnologica che, aumentando la capacità delle memorie, riduce la necessità e l'acquisto dei supporti vergini; il secondo una semplice constatazione: nel periodo precedente l'adeguamento dei compensi per copia privata sono state fatte delle ingenti scorte di supporti, responsabili dei minori acquisti dei trimestri successivi.
* Capo ufficio stampa Siae

Chi sarebbe disposto a pagare una tassa, o meglio un compenso, più o meno equa, sulla carta? Eppure la carta costituisce il media che, tramite le fotocopiatrici, permette di riprodurre libri, riviste e scritti coperti dal diritto d'autore. Proprio come questa pagina, che termina non a caso con la dicitura “riproduzione riservata”. Il paragone tra carta e cd è quindi calzante in questo contesto, dal momento che i dischi ottici sono utilizzati da milioni di utenti in tutto il mondo per effettuare copie di backup dei dati personali, esattamente come la carta è utilizzata sotto forma di blocco o supporto per stampanti per fissare idee e concetti elaborati dai rispettivi autori. La digitalizzazione dei media ha sicuramente posto nuove sfide a tutti coloro che vivono legittimamente sul diritto d'autore, sfide che però proprio le tecnologie aiutano a gestire al meglio. Un esempio sono proprio le tecnologie sempre più utilizzate dall'industria discografica, e da sempre utilizzate da quella cinematografica, che impediscono di effettuare una copia di riserva di cd musicali e Dvd video, con il paradosso che gli utenti si trovano a dover pagare una tassa e non poter poi effettuare quella copia privata alla base dell'equo compenso previsto dalla legge. Che in molti casi di equo ha davvero ben poco.
Davide Fumagalli



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