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Agriturismo a base di petrolio - Il paesaggio ragusano messo in pericolo dalle concessioni di trivellazione
Rosanna Pirajno
La Repubblica, 17/04/2005



A sentire la notizia che la Regione ha concesso di trivellare in lungo e in largo il Ragusano per un pugno di dollari, sembra di rivivere una delle scenette grotte -sche dei film di Totò. Non solo quellain cui vendevalafon-tana di Trevi ai gonzi turisti ma anche quell'altra, ancora più esilarante, in cui con Pep-pino si presentava con col-bacco e pellicciona sul sagrato del Duomo di Milano. I due cosi addobbati per «sentito dire» ci facevano sbellicare.

LA SCENA infatti appariva assai improbabile e quindi risibile. Ma ora no, viene da disperarsi al pensiero che qualcuno abbia coltivato un proposito di analoga «leggerezza». Perché presentarsi con benne e trivelle nelle zone di Noto Ragusa Modica dove si respira arte natura e bellezza, dove la produzione agricola e vitivinicola ha fatto circolare il nome della Sicilia fuori dai circuiti mafiosi, dove l'interesse di stranieri perl'acquisto di terre e casali ha fatto inorgoglire per il riconoscimento di una possibile Ragusashire, dove le testimonianze di un barocco unico e singolare non hanno ancora smesso di stupire gli studiosi di tutto il mondo, pur se chiese e dimore e monasteri perlopiù vanno in rovina, dove insomma architettura, agricoltura, paesaggio, territorio, storia, imprenditoria, dispongono di effettive chance per coniugare finalmente in positivo cultura e turismo, ovvero tutela e occupazione, proprio lì tutto ciò si rinnega. Proprio lì e senza guardarsi intorno, la Regione intende intraprendere la strada di uno sviluppo tanto «pesante» da non essere più in grado, per averlo già sperimentato tra Gela e Siracusa e quanto basta nella piana di Termini, di ripagare con un fittizio benessere la terra e i suoi abitanti, l'una e gli altri devastati da troppi danni e malattie e malformazioni, e mancanza di prospettive.
Una pensata tanto grave, assurda e distruttiva che meglio sarebbe, per questa Regione siciliana accusata quando va bene di immobilismo, esibirsi con il col-bacco a Milano piuttosto che pensare a come «vestire» la Sicilia nell'immediato futuro. Tornare a imporre (perché di questo si tratta, quali studi, quali ricerche, quali prospettive a lungo termine, individuano nelle ricerche petrolifere e metanifere il meglio che ci possa capitare?) un modello di industrializzazione
che ha fatto terra bruciata dove si è installato, senza badare a tirare le somme tra costi e benefici, tra potenzialità emergenti e fattibilità progettuali, ma soprattutto tra danni irreversibili a cose e persone e occupazione effettiva e duratura, in particolare tra perdita di valore aggiunto di un territorio di straordinario fascino e ricchezza materiale ed eventuali arricchimenti (di chi? di quanti?), appare oggi insensato tanto quanto il sogno di una Sicilia «texana», zampillante di oro nero, ai tempi di Mattei.
L'assessore al Turismo Fabio Granata, qualche tempo fa su queste pagine, vantava come il lavoro da lui fatto avesse «riattivato il turismo culturale, per non parlare della continua azione svolta a tutela del paesaggio e dell'ambiente attraverso scelte e atti politici molto spesso non condivisi da porzioni della mia maggioranza, raramente sostenuti dalla sinistra (sic) ma, credo, apprezzati dall'opinione pubblica siciliana e nazionale». Leggiamo che Fabio Granata ha presentato una richiesta di blocco delle concessioni. Però quelle concessioni e gli stesso le ha votate come rappresentante nel governo Cuffaro.
È tempo ora, subito, che chiunque faccia valere le buone ragioni, perché è vero che questo pazzo progetto è «incardinato» ma nulla, per fortuna, ancora si è mosso. Occorre appellarsi ai politici di buon senso e di cultura, che di sicuro esistono o forse resistono in questo consesso di «facitori» (quelli cioè che si vantano di fare prima ancora di pensare), perché riflettano e magari progettino con una punta in più di democrazia la Sicilia che anche noi, non solo loro, vogliamo abitare. E lasciare in eredità non irrimediabilmente devastata.
ROSANNAPIRAJNO



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