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Mostre-VELASQUEZ/ Napoli, 26 capolavori al Museo di Capodimonte
Danilo Maestosi
iL MESSAGGERO, Lunedì 18 Aprile 2005


Napoli
UNA mostra esemplare quella con cui il museo di Capodimonte, dopo Mattia Preti, Luca Giordano, Caravaggio, rende fino al 19 giugno omaggio ad un altro grande interprete dello spirito inquieto del Seicento: Diego Velázquez (1599-1660). Occasione da non mancare nonostante le relativamente piccole dimensioni che hanno consentito di stringerla in appena tre sale: solo ventisei opere, tutte o quasi capolavori, molte di più comunque di quante se ne erano viste a Roma qualche anno fa a palazzo Ruspoli. E nonostante all’ultimo momento siano venute a mancare, a completare il percorso, due tele, La Fucina di Vulcano e La tunica di Giuseppe , dipinte dal maestro sivigliano nel 1630 nel corso del suo soggiorno a Roma, che si prolungò per quasi un anno e gli permise di studiare gli affreschi di Raffaello e Michelangelo, ammirare dal vivo quadri di Caravaggio, uno dei grandi ispiratori della sua generazione, conosciuti solo attraverso riproduzioni.
Già, i debiti che Velázquez contrasse nei suoi due viaggi in Italia, e le tracce che lasciò al suo passaggio: il grande merito della mostra napoletana e dei suoi due curatori, Nicola Spinosa e Alfonso Perez Sanchez, sta proprio nell’esser riusciti a sviluppare attorno a questo tema una trama nitida e ricca di spunti. Merito ancor più notevole visto che il museo non possiede nemmeno un Velázquez. E visto che la rivisitazione è nata dal prestito da parte della National Gallery di Londra di uno dei suoi quadri più celebri: La Venere allo specchio , dipinta attorno al 1650, che quasi sicuramente ritrae, con una sensualità che poche opere dell’epoca possono vantare e un immediatezza da confessione privata, una delle sue amanti italiane: forse la pittrice Flaminia Trionfi, forse la sconosciuta da cui stando ai documenti ebbe un figlio.
Questo stupendo nudo ci strizza l’occhio nell’ultima sala: impossibile non rimanere incantati dalle singolari, misteriose sproporzioni tra quel corpo esile e flessuoso e quella testa da popolana che ci fissa in penombra da uno specchio; impossibile non notare i rimandi fra quella morbida posa e una delle statue più note ed ambigue del mondo classico, l’ Ermafrodito , di cui Velázquez acquistò e portò a corte una copia.
Altri riflessi, un altro gioco di specchi sulla parete di fronte, dove i curatori hanno voluto mettere a confronto un secondo nudo immortale: la Danae di Tiziano, cui il maestro sivigliano rubò il segreto delle pennellate intrise di luce che sostituiscono il segno.
Deve molto Velázquez all’esempio liberatore della scuola veneta, almeno quanto il pittore a inizio carriera deve all’influsso di Caravaggio, ammiratissimo e noto in tutta la Spagna. Rinviano a Merisi e alle botteghe caravaggesche di Napoli l’uso teatrale della luce, quei corpi che forano la penombra, e ancor più l’accentuato verismo di chi racconta ogni storia, persino un’allegoria religiosa, in presa diretta, dal vivo, rubandola al mistero del quotidiano. Esemplare questa ricerca di verità nella grande scena dei Musici . Ma forse ancor più ricca di suggestioni nello splendido ritratto di cuoca, prestato dal museo di Dublino: il primo piano di una sguattera scelto per evocare la mistica scena della Cena di Emmaus , che si intravede sullo sfondo. O nella Vecchia che frigge le uova : indimenticabile quel livido profilo di donna, quegli attrezzi di cucina che si stagliano nel buio. O nell’acquaiolo di Siviglia: incredibile la trasparenza del bicchiere in primo piano, dietro la maschera del bevitore appena accennata. Una lezione che Velázquez non dimenticherà mai, anche quando Filippo IV lo consacrerà pittore di corte, affidandogli il privilegio di immortalare lui e la sua famiglia. E che riaffiora anche nei suoi ritratti ufficiali. Ma soprattutto nello sguardo intimista e nelle pennellate da profeta dell’impressionismo con cui dipinge i paria della corte: una cucitrice, un buffone, una sguattera che la sua fantasia trasforma in Sibilla.




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