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Il nuovo Museo degli Sforza. Riapre la Pinacoteca del castello Sforzesco. Parla Mauro Natale.
Paolo Vagheggi
la Repubblica, 18 aprile 2005

Milano
Chiusa da più di quattro anni per restauri, per adeguamenti delle strutture tecniche, riapre domani a Milano la Pinacoteca del Castello Sforzesco, che con quella di Brera è la più vasta e importante della città. Ha sede nel Castello dal 1900 e nel tempo è stata arricchita da 93 lasciti di antiche e nobili famiglie milanesi e da acquisti straordinari dell'amministrazione comunale che arrivano fino al Canaletto e al Bellotto entrati nella raccolta tra il 1995 e il 1998. Oggi la Pinacoteca possiede 1508 dipinti con capolavori di Mantegna, Antonello da Messina, Foppa, Cesare da Sesto, Procaccini, Cerano, Ceruti, Fra Galgario. Il restauro delle sale non è l'unica novità: è accompagnato da un nuovo allestimento - voluto dalla direzione centrale cultura e la direzione raccolte d'arte del comune di Milano - affidato a Mauro Natale, amico e allievo di Federico Zeri, docente all'università di Ginevra, autore di cataloghi di importanti pinacoteche (Poldi Pezzoli, Borromeo, Thyssen Bornemisza).
Con Mauro Natale hanno collaborato il direttore dei Musei d'Arte, Ermanno A. Arslan, il conservatore, Laura Basso, e il museografo Valter Palmieri. I visitatori dunque si troveranno davanti a un "nuovo" museo, con nuovo percorso, fatto di sequenze, di accostamenti, di confronti, che presenta una scelta di 230 opere.
Spiega Mauro Natale: «La Pinacoteca torna nelle sale che erano ad essa destinate da più di cinquant'anni ma con un nuovo allestimento basato comunque sulla storia delle collezioni. L'allestimento, portato a termine con le forze interne dell'amministrazione, è stato facilitato dalla pubblicazione dei catalogo completo dei dipinti delle raccolte curato da Maria Teresa Fiorio».
Ma come è arrivato alla scelta dei 230 dipinti, poco più del 15 per cento del patrimonio della Pinacoteca?
«La Pinacoteca del Castello è nata in stretta aderenza con la storia comunale, con dipinti provenienti da istituzioni ecclesiastiche e soprattutto attraverso donazioni di collezioni private, di natura e qualità molto diversa tra loro. Il castello è stato quasi un deposito sino all'inizio del Novecento quando l'amministrazione ha cominciato una vera politica di integrazione e di arricchimento. Le raccolte quindi rispecchiano il gusto di un certo tipo di società milanese e lombarda della seconda metà dell'Ottocento, che non è del tutto coincidente con quella aristocratica a cui apparteneva, ad esempio, Poldi Pezzoli. È una società di livello più basso, senza il criterio e le risorse del grande collezionismo aristocratico. Acquistava capolavori ma anche opere modeste e
senza un carattere sistematico. Di conseguenza la Pinacoteca ha periodi riccamente documentati ed altri quasi del tutto assenti come la pittura toscana. C'è un Filippo Lippi e c'è un ritratto di Bronzino, ma sono arrivati più per un capriccio della storia che per un disegno ragionato».
Insomma l'allestimento è stato un lavoro complicato.
«È vero, allestire la Pinacoteca non è stato facile. Abbiamo dovuto tenere conto della qualità delle opere - e questo è stato il primo criterio - seguire l'evoluzione cronologica della pittura e lasciare intravedere le ragioni per cui ci sono certe cose e non ci sono altre. La Pinacoteca che conosce il pubblico era il risultato di una serie di interventi che si erano succeduti nel tempo, per cui aveva un carattere molto ibrido. Oggi a mio parerei dipinti sono mostrati nella loro identità, con un particolare accento su alcune opere che finora erano in secondo piano».
Un esempio.
«La Pinacoteca si apre con una sala dove evochiamo la cultura di corte del Quattrocento con opere realizzate con tecniche diverse: insieme a un grande retablo del Bembo presentiamo tre rilievi in legno scolpito e dipinto che provengono da altrettanti altari di chiese e che sono dei capolavori assoluti della scultura lignea dipinta lombarda. Nella sala successiva accanto a dipinti e polittici abbiamo esposto i busti in terracotta, appena restaurati, provenienti dal banco mediceo e le opere di Vincenzo Poppa, che affrescò il banco, nonché uno straordinario affresco di Bernardino Luini e la Madonna con bambino del Bambaia che dialoga con un capolavoro di Bramantino».
E gli altri capolavori come l'Antonello da Messina?
«I capolavori sono isolati, valorizzati. Il pubblico può ammirare, concentrarsi sul San Benedetto di Antonello da Messina, che in qualche modo evoca gli Sforza che tentarono di averlo a corte come ritrattista, sul quadro di Filippo Lippi, sulla grande pala di Mantegna, opere queste ultime che provengono dalla collezione Trivulzio».
A metà degli anni Trenta ci fu una vera battaglia per questa collezione. Una colletta popolare...
«La famiglia Trivulzio aveva una collezione straordinaria che cercò di acquistare la città di Torino. I milanesi, quando si accorsero di quanto stava accadendo, si precipitarono da MussoIini e riuscirono ad avere l'autorizzazione per l'acquisizione. Torino protestò e in cambio arrivò nel capoluogo piemontese il ritratto di Antonello da Messina e il libro con le miniature di Van Eyck. Ogni pezzo della Pinacoteca ha una storia».



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