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Professioni culturali: un registro per molti, ma non ancora per tutti
Nicola Migliore
Tafter, 20-1-2014

Il riconoscimento delle professioni nel campo dei beni culturali, avviato con una proposta di legge approvata alla Camera, che ora attende di essere discussa e approvata in Senato, appare una grande conquista per il settore, ma dimentica alcune categorie come i manager della cultura.



Il 15 gennaio scorso, la Camera dei Deputati ha impresso una decisa svolta al delicato tema delle professioni nel campo dei beni culturali, approvando la proposta di legge Madia in merito alle “Modifiche al codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, in materia di professioni dei beni culturali”.

Presentata il 20 marzo 2013, la proposta di legge introduce due nuovi articoli di particolare importanza, quali il 9-bis, che pone “gli interventi di tutela, di vigilanza e ispezione e di protezione e conservazione dei beni culturali nonché quelli relativi alla fruizione dei beni stessi” sotto la responsabilità e la diretta attuazione “di archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, antropologi esperti di diagnostica applicata ai beni culturali e storici dell’arte, in possesso di adeguata formazione e professionalità”, ognuno “secondo le rispettive competenze”. L’articolo in questione specifica anche che questi interventi sono posti altresì sotto la responsabilità o la diretta attuazione degli operatori delle altre professioni già regolamentate.

Il secondo articolo è il 182-bis che, di fatto, istituisce i registri nazionali dei professionisti presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo. Come si evince dall’articolo, “l’iscrizione all’elenco è condizione sufficiente allo svolgimento degli stessi interventi indicati nell’articolo 9-bis”. Entro sei mesi dall’entrata in vigore della normativa, il Ministero stesso provvederà a determinare, attraverso un decreto ministeriale, le modalità e i requisiti necessari per l’inserimento all’interno dei registri nazionali.

La proposta di legge è stata accolta con favore da quanti, a vario titolo, lavorano nel mondo dei beni culturali senza alcuna tutela giuridica, avendo il grande merito di coprire un vuoto legislativo che non ha mai consentito una seria politica occupazionale del settore. Da questo punto di vista, l’istituzione di un registro dei professionisti servirà a ridare importanza e slancio sul mercato del lavoro alle tante figure che hanno scelto di investire il proprio tempo e denaro in un percorso universitario dedicato al mondo dei beni culturali, limitando, almeno in teoria, i tanti soprusi e paradossi dei concorsi pubblici e portando a un pieno riconoscimento delle qualifiche professionali, anche in virtù della disciplina europea alla quale l’Italia deve adeguarsi.

Eppure, davanti all’importanza di questa proposta di legge, c’è chi non ha la possibilità di festeggiare… Il testo, infatti, non annovera nell’elenco dei professionisti i manager della cultura, figure chiave nei processi di valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico, avendo le competenze gestionali, organizzative ed economiche necessarie per la corretta gestione di un sito culturale.

Evidenziata questa lacuna dagli studenti e laureati del corso di laurea in “Organizzazione e Gestione del Patrimonio Culturale e Ambientale” della Federico II di Napoli, un gruppo di parlamentari guidato da Luigi Gallo ha presentato alcuni emendamenti alla proposta di legge, chiedendo espressamente di inserire il termine “gestione” tra gli interventi previsti e i “manager culturali” nell’elenco delle professioni citato negli articoli 9-bis e 182-bis. Aprire il registro nazionale anche agli “economisti della cultura” permetterebbe l’accesso a molti concorsi pubblici delle amministrazioni locali e del Ministero, spesso paradossalmente preclusi ai laureati della classe di laurea magistrale LM-76 in “Scienze economiche per l’ambiente e la cultura”, e anche al TFA per l’accesso all’insegnamento.

Sfortunatamente, entrambi gli emendamenti sono stati respinti. Manuela Ghizzoni, relatore della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione, ha motivato la scelta spiegando che la proposta di legge intende regolamentare qualcosa che già esiste all’interno del Codice (“ci siamo riferiti [...] sugli ambiti di azione che vengono già oggi indicati nel codice per i beni culturali e ambientali”) e riconoscere coloro che si occupano di beni culturali in modo esclusivo (“abbiamo lavorato per individuare dei profili professionali che abbiano un’univocità nel loro intervento sui beni culturali”), ribadendo quest’ultimo concetto con un esempio chiarificatore (“non abbiamo ricompreso i fotografi, che naturalmente lavorano a sostegno per il tema della valorizzazione, per esempio, e la fruizione dei beni culturali, ma non hanno un rapporto univoco nella loro professione con i beni culturali”). Il Governo, nella persona di Ilaria Carla Anna Borletti dell’Acqua, Sottosegretario di Stato per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, non ha fatto altro che confermare questa linea di pensiero, dimenticando tuttavia che il Codice è ricco di riferimenti ai temi della valorizzazione e gestione, come si evince dagli articoli 6 (“Valorizzazione del patrimonio culturale”) e 7 (“Funzioni e compiti in materia di valorizzazione del patrimonio culturale”) e dagli artt. 111-121 (Parte Seconda – Titolo II – Capo II – “Principi della valorizzazione dei beni culturali”).

Malgrado questa evidente contraddizione, la battaglia non è ancora persa: la proposta di legge Madia passerà ora al Senato, dove gli esiti potranno essere anche diversi. E bisogna considerare che questa discussione alla Camera ha iniziato ad aprire gli occhi su un mondo finora sommerso, suscitando interesse e attenzioni in molte personalità politiche. La strada per una piena affermazione dei diritti dei manager culturali è ancora lunga, ma almeno abbiamo iniziato a percorrerla.

http://www.tafter.it/2014/01/20/professioni-culturali-un-registro-per-molti-ma-non-ancora-per-tutti/


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