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GAM Il nuovo direttore. «Aprirò il cantiere dei giovani»
Pierluigi Masini
il Resto dei Carlino – Cronaca Bologna



Provate a giocare a bocce con Gianfranco Maraniello, direttore della Gam dal primo aprile (ci ride su), e vi accorgerete che sul più bello lui sposta il boccino. E vi spiazza. Provate a chiedergli quali artisti porterà a Bologna, quali saranno le sue prossime mostre, la cosa più normale del mondo insomma. E lui risponderà così. «Non mi interessa organizzare mostre, non è mia intenzione portare la gente a ogni costo alla Gam».
Prego?
«Nel senso che io sono qui per lavorare alla valorizzazione dell'Istituto. C'è un passaggio al nuovo museo, al Forno del Pane, serve una progettualità ben chiara. Il problema non è fare le mie mostre ma creare un centro di produzione, fare della Gam un laboratorio e un'occasione culturale».
Siamo pronti a Bologna?
«Qui abbiamo una situazione privilegiata, una città che ha nelle sue corde le energie giuste che bisogna accogliere. Gli universitari, ad esempio».
Pensavamo che fosse venuto qui per proporre, non per ricevere...
«La cosa entusiasmante per me è anche sposare le ambizioni di questa città. E ce ne sono molte. Sono contento che questa cosa accada a me, che ci sia un segnale generazionale e che avvenga qui: mi sembra una sede naturale.
Già. E i problemi di budget?
«Il problema è avere un'amministrazione sana e efficiente. E prefigurare grandi obiettivi. Non mi troverà a piangere in Comune per il fatto che il budget non corriponde alle aspettative... Sono sicuro che le risorse si trovano sulla bontà dei progetti e delle ambizioni. E poi il budget va anche predisposto, i capitoli di spesa vanno rivisitati».
Ci spieghi...
«In questa fase, ad esempio, io ho lavorato molto con architetti e ingegneri. Bene. Abbiamo ottenuto che il bookshop della nuova Gam abbia un ingresso autonomo e una vetrina sulla strada... Questo c'entra col budget. Abbiamo un elemento contrattuale diverso con le case editrici che lo gestiranno, ce ne sono già tre interessate. Io non sono andato in Comune a chiedere più soldi».
Nella sua idea, cos'è la Galleria d'arte moderna di Bologna?
«E' un museo, la galleria è un museo. Non bisogna mai rinunciare alla nostra collezione, mai smantellarla, sempre aprirsi con la propria storia al confronto. A ottobre cercheremo di ripristinare parte dell'attuale collezione che stiamo rivisitando grazie a quel fenomeno unico, italiano, che è il collezionismo privato italiano. Che non ha eguali in Europa».
Una bella risorsa.
«E non è mai stata sfruttata a sufficienza dalle istituzioni culturali. Ogni museo sa che bisogna distinguere il patrimonio dalla collezione, il suo libro visitabile. Noi siamo in rapporto con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, ad esempio».
Arte contemporanea sempre più contemporanea?
«La vocazione è questa, scritta nello statuto. Restituiremo al Comune parte delle collezioni dell'Ottocento e dei primi Novecento. Mentre il nostro patrimonio recente sarà integrato in collaborazione con partner privati. Tutti i grandi musei pensano a collezioni, a mostre che si allargano al privato. Il Guggenheim acquista insieme ai privati, ci sono molte modalità operative nuove e noi le stiamo studiando: non si tratta di avere denaro pubblico da spendere per comprare delle opere, non è questo».
Logica di scambio nell'arte. Cos'altro?
«Nell'ambito della Manifattura delle Arti, scambio tra aspetti della cultura, con gli studenti universitari, attraverso workshop con artisti internazionali. Insomma: vorrei che il museo mostrasse le modalità del suo funzionamento: faremo una serie di iniziative anche nel cantiere, anche durante il cantiere, con artisti che verranno a studiare la nascita del nuovo museo. Museo aperto per allestimento, non chiuso ma aperto».
E le mostre?
«Non sono preoccupato di presentare subito un piano di mostre, noi dobbiamo creare un'istituzione: mi è già successo due volte di lavorare con un museo in divenire, a Siena alle Papesse e al Macro di Roma. Fare le mostre? Io faccio il direttore. Altrimenti è meglio fare i curatori, ci sono molti meno problemi e più tempo da dedicare agli artisti».
Chi sono questi artisti?
«A tempo debito».
Ma loro sono d'accordo con queste sue idee?
«Sì. Ci sono diversi artisti e direttori di musei della mia generazione...»
E due. Ci tiene proprio a sottolinearlo che è giovane...
«Ci tengo perché questo dato può sorprendere per la storia delle istituzioni italiane ma non è così sorprendente per tanti altri musei stranieri. Io ho colleghi che da tempo hanno incarichi simili in Spagna, Inghilterra, Francia, Germania... Tra l'altro sono persone che hanno una sintonia generazionale con me e sono capaci di creare una rete di comunicazione, di scambi e progettualità».
Lei intende operare così?
«Molti di questi responsabili di istituzioni europee mi hanno rimarcato l'importanza di trovare interlocutori di pari grado, di pari istituzioni. Questa è una buona occasione generazionale. Questa istituzione deve essere capace di avere sì attenzione per il territorio, ma promuoverlo davvero significa avere scambi che varchino i confini locali, proprio per valorizzare la scena locale».
E noi che pensavamo alle mostre...
«Non è mio interesse la comunicazione di un evento espositivo, noi dobbiamo dare una continuità all'attività di un museo. Non dobbiamo essere solo una sede espositiva ma diventare interlocutori della scena internazionale, non avere la presunzione che a un certo punto qualcuno si dovrà occupare di noi. Dobbiamo far sì che gli artisti che lavorano e operano a Bologna non siano artisti locali. Ce ne sono tanti. Io ho questa fortuna».



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