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«Laocoonte», una tesi che appassiona
Lea Mattarella
La Stampa, 3 aprile 2005

«NON conosco ancora gli argomenti della signora ma nel caso quel burlone di Michelangelo avesse eseguito il Laocoonte, è probabile che abbia fatto anche il Partenone...». E' l'unico commento di Salvatore Settis, autore dell'importante saggio Laocoonte. Fama e stile (Donzelli '99) all'ipotesi avanzata dalla ricercatrice americana Lynn Catterson che il Laocoonte non sia affatto una scultura antica, ma un falso realizzato dal Buonarroti nel Cinquecento. Gli fa eco Bernard Andreae, autore di un classico come Laocoonte e la fondazione di Roma (II Saggiatore '89): «Questa non è scienza, è una storia poliziesca», dice. E spiega che non è il Laocoonte ad avere caratteristiche michelangiolesche, bensì è l'artista fiorentino che di fronte al turbamento che riceve dalla scultura antica cambia il suo modo di interpretare la figura.
Michelangelo comunque è lì quando, un mattino di gennaio del 1506, l'architetto Giuliano da Sangallo, incaricato dal Papa, va a recuperare la scultura ritrovata dal proprietario di una vigna sul Colle Oppio. Il figlio di Giuliano, Francesco, lascia una testimonianza dell' emozione provata dallo scultore. Sembra che abbia detto qualcosa come «E' sicuramente l'opera di cui parla Plinio, perché se non fosse antica avrei potuto farla io». Chissà come si sentirebbe oggi a vedersela attribuire. Benché questo lo bollerebbe come un falsario, il cui unico scopo sarebbe il guadagno economico.
«Leggerò il testo della conferenza in cui la Catterson metterà al corrente gli studiosi delle sue ricerche - dice Massimo Ferretti, docente alla Normale di Pisa che si è occupato sia di scultura sia di falsificazioni -. L'anno scorso mi è capitato di appoggiare l'attribuzione a Michelangelo di un piccolo Crocifisso giovanile. Ma il Laocoonte Michelangelo nel 1506 era già un artista affermato, era il più grande del suo tempo. Perché mai avrebbe nascosto la sua identità? Il denaro non è un movente sufficiente. Il falso è storia due volte, non è assenza di storia. Comunque vedremo».
La voce fuori del coro è quella di Vittorio Sgarbi, rintracciato a Varsavia, dove è in giuria per la Biennale di Arti Visive: «L'ipotesi non è poi così sconvolgente. Molto spesso ci sono delle rielaborazioni su un testo antico. Potrebbe trattarsi di uno di quei "pasticci rinascimentali". Quando ci troviamo di fronte a un'opera di grande prestigio, sempre il primo nome che viene in mente è quello del più importante scultore dell'epoca. Certamente fa riflettere il fatto che sia stato ritrovato nel 1506, al momento giusto, quando l'arte era un po' decotta... Non mi è capitato di guardare il Laocoonte secondo questa prospettiva, ma adesso lo farò».
«Andrò alla conferenza ali1 Italian Academy - dice Richard Brilliant, docente alla Colombia University e autore del libro My Laocoon -. Voglio verificare le prove e la conoscenza che la studiosa ha dell' antichità». Mentre l'antichista Luciano Canfora non si scompone più di tanto: «Sulla questione in sé non oso formulare alcuna ipotesi. Lascio la parola agli specialisti. Ma il falso è sempre dietro l'angolo, è la malattia segreta degli studiosi, degli artisti... Federico Zeri era convinto che il Trono Ludovisi fosse un'opera neoclassica, sulla Maschera di Agamennone qualcuno ha riconosciuto i baffetti del suo scopritore».



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