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Scala/ E ora si dimettano anche Meli e il cda
Sabato 02.04.2005 15:39 Affari Italiani



Alla fine l’ha avuta vinta Gabriele Albertini. Voleva spaccare tutto fin dall’inizio, puntando all’azzeramento e alla rifondazione della Scala e ci è riuscito. Prima ha convinto il Cda a mandare a casa il sovrintendente Carlo Maria Fontana. Poi ha infiammato lo scontro nei confronti dei lavoratori, seminando cerini accesi, fuoco e zizzania. E infine, sostenuto nel cda della Fondazione da un Fedele Confalonieri non meno duro e deciso e da un Marco Tronchetti Provera più flessibile e traccheggiante, ma sostanzialmente neutro, ha fatto naufragare ogni ipotesi di mediazione (e concessione) possibile. Vanificando così gli sforzi del prefetto Bruno Ferrante e creando le premesse per le dimissioni, peraltro ampiamente telefonate (e quindi prevedibili, previste e dunque ben accolte), di Riccardo Muti.

L’uscita del mitologico musicista, che da vent’anni guidava l’orchestra bacchettando tutti ed esondando come un fiume in piena nei territori ostili del sovrintendente(presidiatissim) e in quelli, alleati, del direttore artistico (l’amico Mauro Meli, imposto dallo stesso Muti nonostante le pessime performance cagliaritane), toglie ora la Scala da quel cul de sac in cui si era infilata. E che l’aveva ridotta a una goffa e incartata one-man company. Un teatro lirico Muti-dipendente, dove non si muoveva foglia che il Maestro non volesse.

Certo, l’uscita di Muti depaupera fortemente l’appeal artistico e il prestigio del grande teatro scaligero. Ma è un prezzo da pagare al recupero della possibilità di una corretta governance da parte di un ente che va riorganizzato e rilanciato.Un'istituzione in cui ognuno, al vertice ma anche alla base, tra i lavoratori, eserciti le sue funzioni e si assuma le sue responsabilità senza sovrapposizioni, palleggi e sconfinamenti. E dove il pubblico e i privati consolidino la collaborazione nel rispetto delle rispettive mission.

Ora però, saltato il tappo, tutti i nodi verranno al pettine. Si scoprirà così che la Scala perde miliardi a rotta di collo e non ha un cartellone degno di tal nome, succubo com'è stato finora dei soli capricci dell’estro mutiano. Che i privati, dalla Pirelli-Telecom alla Mediaset, non vogliono più metterci tanti soldi (che invece sono ora più indispensabili che mai). Che sul piano del marketing(n e della diversificazione dei ricavi e delle fonti di cash flow) poco è stato fatto, essendo il teatro Muti -oriented in ogni sua scelta artistica, strategica e operativa. Come dimostra, ad esempio, il grande flop dell’ultima "prima", L'Europa riconosciuta, un’opera minore del dimenticato autore settecentesco Antonio Salieri, un capriccio del Maestro costato svariate decine di miliardi e mai più replicato. O come dimostra la sconcertante vicenda di quella cattedrale del deserto del teatro Arcimboldi, costruito nelle lande della Bicocca da Marco Tronchetti Provera su gentile concessione del Comune di Milano nell’ambito di un accordo con Pirelli per la riscossione di oneri di urbanizzazione. Una sede servita solo per ospitare Muti e la sua orchestra durante la ristrutturazione del Piermarini e oggi alla ricerca, finora vana, di un qualche ruolo futuro.



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