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L'URBANISTICA DELLE FURBERIE
FRANCESCO DOMENICO MOCCIA
La Repubblica 23/10/2013, pagina 8 sezione NAPOLI




Non è la prima volta che un piano finisce in tribunale, anche se l'apertura di un'inchiesta nei confronti del sindaco e di cinque assessori a seguito dell'adozione del piano agli inizi di novembre 2010 può avere risonanza clamorose in un Comune come Sant'Antonio Abate. Infatti, si è scomodato il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano per scuotere quella che possiamo comprendere come timorosa precauzione che ha pervaso il sindaco Varone e la sua amministrazione congelando i lavori su un procedimento di già lunga e travagliata navigazione, ora anche dalle incerte prospettive, nonostante l'avvicinarsi dell'appuntamento elettorale del 2014.

Al di là della vicenda giudiziaria con la quale si dovrà accertare i reati di falso negli elaborati tecnici e irregolarità nella procedura amministrativa seguita nell'adozione e nell'approvazione, la storia ha un timbro riscontrabile in un certo approccio all'urbanistica che non ho il timore di definire furbesco, la cui diffusione egemonizza componenti professionali di second'ordine molto apprezzati da amministratori allo stesso tempo poco scrupolosi come smaniosi di raggiungere obiettivi desiderati. Questi, valutando norme e tecniche urbanistiche un incomprensibile coacervo, sono ben lieti di dare credito a chi gli prospetta soluzioni come colpi di genio interpretativo, giustificazioni azzardate apparentemente logiche, fantasiose proposte di procedure semplificative, fondando sull'ignoranza propria e dei propri interlocutori. La speranza è che gli esiti disastrosi per i risultati finali, tra cui anche le incriminazioni davanti a un tribunale, a cui si perviene per queste scorciatoie sia di insegnamento; ragion per cui vale la pena osservare qualche dettaglio delle imputazioni mosse dal pm Rosa Annunziata sulla scorta del perito professoressa Petrella della Sun.

Si contesta di non aver rispettato norme nazionali come gli standard urbanistici, regionali e della pianificazione sovraordinata, quale quella del Put della penisola sorrentina-amalfitana. Ad esempio, l'incriminato piano comunale consente incrementi del 35 per cento per edifici incompleti o crollati e di una diffusa possibilità di aumentare del 20 per cento i volumi esistenti, senza poi calcolare l'incidenza in aumento di vani che assommerebbero alla non indifferente cifra di 7.849. Si tengono illecitamente bassi gli indici di copertura e le densità fondiarie e abitative, dimenticando che ci sono dei precisi limiti di legge. Con questo meccanismo si estendono le aree edificabili. Per aumentare il terziario privato, non s'includono nel calcolo gli alberghi e comunque non ci si preoccupa di sforare di più di mille metri quadri. L'obbligo di prevedere edilizia popolare è eluso come quello di individuare una sufficiente superficie di aree pubbliche per verde e servizi con altrettanti espedienti di calcolo. Entrando nel merito di ciascuna di queste questioni, vengono alla mente contrastanti argomentazioni già da lungo tempo accumulate nel dibattito non solo degli addetti ai lavori. È da tanto che molti ritengono ragionevole che la quota di terziario privato sia superiore a quanto previsto dal Put, che le abitazioni siano di fatto più grandi di quelle computate con vecchie leggi, mentre, al contrario, bisognerebbe aumentare l'edilizia sociale e gli spazi pubblici. Tuttavia, anche se mossi da una convinzione ritenuta giusta, nonè accettabile che si cerchi di pervenire allo scopo attraverso gli espedienti appena citati senza affrontare le prescritte procedure di modifiche legislative e degli strumenti urbanistici vigenti. Il motivoè che, seguendole, si giungea modifiche trasparenti e condivise, come deve essere nei regimi democratici. Evitare questo confronto pubblico non dà mai la certezza che una affermazione sia solo strumento per interessi di parte invece che prefiggersi il bene comune.

In aggiunta, la via delle scorciatoie non si ferma nel Comune di Sant'Antonio Abate. La Provincia di Napoli ha approvato il piano mancando di esercitare i suoi poteri di controllo. Così preferisce chiudere un occhio per l'amministrazione dello stesso colore politico, ma non fa nulla da cinque anni per cambiare la pianificazione sovraordinata inserendo criteri di dimensionamento più aggiornati, semmai come li vorrebbero a Sant'Antonio Abate. Né la Regione fa lo stesso redigendo il Piano Paesaggistico col quale, ad esempio, potrebbe modificare le soglie del terziario privato. Invece segue proprio lo stesso approccio furbesco inserendo, in un articolo di abrogazione di norme per la semplificazione amministrativa, in coda a una proposta di legge sui criteri di pianificazione paesaggistica, un codicillo illeggibile, in perfetto stile burocratese, per far uscire Sant'Antonio Abate dal Put. Ecco come si combina l'incapacità di governo con il sottobosco urbanistico.



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