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Terruzzi abbandona Palazzo Grassi: via libera a Pinault
Sara D'Ascenzo
Corriere del Veneto 2/4/2005

L'idillio è durato poco più di un mese. L'ex re del nichel Guido Angelo Terruzzi lascia Venezia. O meglio, lascia il sogno accarezzato per qualche settimana, di poter esporre la sua (imponente) collezione di capolavori d'arte in quello che fu il «gioiellino» dell'Avvocato Gianni Agnelli in laguna: Palazzo Grassi. Con una lettera di tre cartelle (che riportiamo qui a fianco) la famiglia del magnate lombardo ieri pomeriggio ha di fatto sciolto il rapporto che la legava al Casinò di Venezia per l'acquisto e la futura gestione di palazzo Grassi, passato dalla Fiat al Casinò a fine gennaio. Al posto dei Terruzzi a "salvare» le casse della casa da gioco (al 95% di proprietà del Comune di Venezia) arriva l'industriale francese François Pinault, magnate del colosso Ppr (Pinault-Printemps-Redoute), proprietario di marchi come Gucci. Yves-Saint Laurent e Fnac. Pinault porta in dote una collezione d'arte contemporanea, nella quale figurano opere di Andy Wharol, Rauschenberg, Basquiat oltre a capolavori di arte povera e concettuale. Il contratto si sta discutendo in queste ore, ma l'accordo tra le parti potrebbe essere raggiunto con una formula completamente diversa da quella messa in piedi con i Terruzzi: la proprietà rimarrebbe al Casinò, per poi passare, dopo un lungo periodo di tempo, al Comune a un prezzo simbolico; Pinault avrebbe offerto 30 milioni di euro per assicurarsi l'80% della società che gestirà il futuro Palazzo Grassi nei prossimi 60 anni, lasciando il 20% al Casinò; la collezione del magnate occuperà l'ex teatrino di Palazzo Grassi, che il gruppo francese restaurerà e gestirà a sue spese. Anche ieri a Milano i legali della
casa da gioco e i legali della Ppr hanno discusso e mandato avanti una trattativa che lunedì sarà portata ai soci del Casinò durante l'assemblea. In mezzo ci sono ancora molti dettagli da definire, e una corsa contro il tempo per quella che molti vedono come l'ultima vera operazione del sindaco uscente, Paolo Costa.
Lontano dai crudi dati delle firme e delle clausole contrattuali, quello di queste ore è l'ultimo atto di una querelle avvincente consumata negli ultimi mesi per il controllo di Palazzo Grassi. Lo scontro tra due collezioni — una più classica, quella dei Terruzzi, e una marcatamente contemporanea, quella di Pinault — lo scontro tra due gestioni del potere economico — d'assalto quella del re del nichel, tranchant quella di Pinault. Ma anche—seppure sullo sfondo — l'idea per i due industriali di poter legare il proprio nome al Palazzo che fu dell'Avvocato.
Nel mezzo, è chiaro, restano le cifre e la storia di due trattative che per un tratto di strada sono state parallele. Quella tra i Terruzzi e il Casinò si è arenata a metà marzo, quando dall'accordo quadro siglato il 18 febbraio, si doveva passare al contratto di cessione vera e propria. I Terruzzi —come il Casinò ha precisato in serata con una nota di risposta alla famiglia—erano pronti ad acquistare il 95% di Palazzo Grassi per 28 milioni di euro. La famiglia si era impegnata a restaurare l'ex teatrino per trasferirci una parte della collezione di quadri e arredi preziosi, ma aveva chiesto di occupare con quadri e arredi anche un piano del Palazzo. Il Casinò avrebbe dovuto sostenere le spese di tutte le mostre (sia del Palazzo vero e proprio, sia della collezione Terruzzi) e le spese del personale: una cifra valutata in circa 1.5 milioni di euro l'anno. Ai Terruzzi rimanevano in carico le spese di manutenzione straordinaria del Palazzo e il costo dell'assicurazione dei propri quadri. Il punto critico è stato però sulla durata dell'impegno chiesto dai Terruzzi: il Casinò aveva offerto il massimo consentito dal tipo di accordo impostato con la famiglia, ovvero 30 anni. A quel punto, però, i Terruzzi avevano chiesto un impegno «a vita», con il coinvolgimento «in solido» del Comune. Di più: in una delle clausole del contratto il Casinò si impegnava a corrispondere ai Terruzzi una penale quanto il costo dell'ex teatrino se per due anni di seguito non avesse organizzato mostre. Tanto è bastato perché il Casinò ricominciasse a guardarsi in giro. Accarezzando per un po' anche l'ipotesi dì andarsi a proporre «chiavi in mano» a Bill Gates, per poi accettare il ritorno di fiamma con Pinault. Trattativa che ieri il Casinò è tornato a smentire, ma che di fatto c'è stata. La casa da gioco e il gruppo francese hanno avuto un primo incontro per due giorni interi a Mestre a metà dello scorso mese. Nei giorni successivi, poi, si sono limate le condizioni. Pinault, oltre alla collezione, porta in dote la presenza dell'ex ministro Jean-Jacques Aillagon, direttore artistico in pectore del Palazzo. Tanto che Aillagon starebbe già lavorando per bruciare i tempi e avviare il nuovo corso del Palazzo di San Samuele con una mostra da inaugurare in contemporanea con la prossima Biennale. Quadri? Il meglio della collezione Pinault. Che doveva andare nel mausoleo progettato da Tadao Andò negli spazi delle ex officine Renault, ma che probabilmente finirà in laguna. Come a suo tempo aveva sperato l'altro Agnelli: Umberto.



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