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Sfregiato il tesoro di Samarra, i ribelli decapitano il minareto
Alex van Buren
la Repubblica 2/4/2005

Esposto al tiro incrociato di americani e ribelli, il minareto a spirale di Samarra, meraviglia del patrimonio mondiale dell'umanità, si è spezzato..La sommità sbriciolata, ridotta in polvere d'argilla e mattoni, infranta forse da una carica di esplosivo oppure dal colpo di un mortaio di una mano terrorista, stando alle opposte versioni di chi l'ha vista crollare. «Che immensa tristezza. E' una catastrofe mondiale», si scoraggia Alastair Northedge, archeologo alla Sorbonne parigina, il più autorevole conoscitore di Samarra. «La distruzione anche parziale di quel monumento fra i più celebri al mondo è una perdita indicibile».
Da mesi la comunità intemazionale dell'arte osservava col fiato sospeso la sorte del grandioso minareto Malwiya. Dall'alto dei suoi 52 metri, fragile nella sua architettura di mattoni d'argilla, unico per la sagoma a spirale ricalcata sull'esempio delle antiche zìqqurat mesopotamiche, il grandioso capolavoro dell'arte islamica dominava da 12 secoli, dai tempi dei Califfi abassidi,i giardini pensili e le moschee rutilanti d'oro zecchino della città di Samarra. Finché Samarra, il novembre scorso, poco dopo l'assalto dei
marine a Falluja, è diventata — nelle parole della Coalizione — la nuova incubatrice dei ribelli, la roccaforte degli insorti nel cuore del triangolo sannita.
L'allarme era risuonato già allora in cima alla rampa su cui era salito nell'852 il califfo al-Mutawakki montando a dorso di un asino bianco egiziano, si erano posizionati i tiratori scelti dell'esercito americano. L'Art Newspaper rif'eriva di piogge di proiettili scagliate contro il monumento trasformato in tiro a segno di schieramenti avversari. In gennaio il Washington Post rincarava l'ansia pubblicando una fotografia del Malwiya (in arabo, Spirale) deturpato da un cratere aperto nel fianco sinistro dall'impatto di un razzo o d'un mortaio, e raccontando di rampe cosparse di munizioni esplose.
A fargli eco, gli esperti antiquari impugnavano l'arma legale della Convenzione dell'Aja, articolo 4, sulla «protezione della proprietà culturale nell'evento di un conflitto armato». Il quale recita così: «Le alte parti contraenti... si asterranno dall'usare la proprietà... per scopi che potrebbero esporla a distruzione o danno». E nella pacifica cartucciera della dissuasione ideale, gli archeologi mettevano anche l'articolo 53 del protocollo supplementare della Convenzione di Ginevra. Minacciavano un ricorso sullo stile di Dubrovnik sfregiata nel 1991 dalle bombe dell'esercito serbo-montenegrino, finito all'esame del Tribunale penale internazionale per l'ex Yugoslavia.
Ma le ragioni della guerra sono prevalse. Interrogato dall'Art Newspaper, il maggiore Richard Goldenberg, portavoce dell'esercito Usa, assicurava l'impegno «nell'evitare ogni rischio ai siti storici e culturali». Però chiosava: «In guerra quel che altrimenti è un sito protetto può perdere lo status di tutela se usato dal nemico
per attaccare la coalizione». Si poteva forse trovare una postazione alternativa, distante da quell'edificio? chiedeva il giornalista. Goldenberg tagliava corto: «Salvare la vita degli innocenti e delle forze di sicurezza irachene, tutto sommato, ha precedenza».
Due settimane fa, viste le proteste delle autorità locali, il minareto era stato abbandonato dalle forze Usa. Ma secondo fonti locali, nuove lamentele sono state inoltrate a Bagdad perché, da quando non era più un punto di osservazione militare, il monumento erastato lasciato senza protezione.



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