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Rifacciamo l'Italia che fu
Andrea Carandini



Prima del Neolitico, più di ottomila anni fa, l'uomo viveva immerso nella natura, raccogliendo e cacciando cibo, come gli animali. Dal Neolitico ha cominciato ad aprire radure negli immensi boschi, per abitare, produrre per la prima volta il proprio cibo e allevare e addomesticare animali. Dopo il controllo del fuoco, l'agricoltura è stata la maggiore rivoluzione umana, fino alla rivoluzione industriale. È dunque nato nel Neolitico il paesaggio - se non la sua coscienza -, da intendersi come seconda natura, creata con grande senso di colpa dall'uomo, che ogni violazione sacralmente espiava e praticamente riparava.
Il paesaggio si è trasformato, nei successivi cicli preistorici e storici, che tuttavia si sono sempre basati su una tradizione da rispettare e da rinnovare, per cui mai si ripartiva da zero. Così, attraversando i millenni, siamo arrivati alla prima delle nostre tragedie ambientali in Italia: l'alluvione di Firenze del 1966, che segna l'avvento di un mondo nuovo, tanto avanzato quanto squilibrato, dove l'uomo ha inflitto al paesaggio violenze spropositate, per la prima volta senza porvi riparo alcuno. Da cinquant'anni lo stiamo pagando caro!
Il "miracolo economico" ha portato, prima all'abbandono dell'agricoltura, specie in montagna e alta collina, e poi alla creazione di metropoli che, con le loro identiche e sconfinate periferie, hanno cementificato una quantità enorme di suolo agricolo, rovinando grande parte della precedente armonia. Negli ultimi dieci anni, 300 mila ettari di suolo agricolo sono stati distrutti e basta bere un bicchier d'acqua che nel frattempo altri 40 metri quadri sono finiti sotto il cemento; e il cemento pervade anche gli spazi dove i fiumi esondano e dove si temono frane (ricorre in questi giorni la tragedia del Vajont). Il suolo, da coltre preziosissima perché non rinnovabile – serve mezzo millennio per formare due centimetri e mezzo di humus – è diventato supporto tecnico indifferenziato della mera funzione economica, che ha dominato incontrastata sulle altre, omologando società e cultura. È la drastica rottura con le civiltà che hanno preceduto, compresa quella borghese. Così i luoghi hanno perso ogni valore individuale, cioè la loro profondità storica e la loro figurazione estetica, e noi, privati di luoghi pubblici, storie e bellezze, chi siamo più? Dei figli di nessuno, avendo divelto il rapporto con gli avi.
Zone specializzate – residenze per ricchi, dormitori per poveri, aree industriali, strade-mercato e villette – hanno sepolto memorie e saperi dei luoghi, e l'insieme di queste zone più non formano città, ma localizzazioni di sistemi economici, che a macchia d'olio soffocano centri storici, privati della varietà tradizionale degli abitanti e degradati a riserve di storia per turisti "mordi e fuggi": centurioni al Colosseo, navi da crociera a Venezia... Le campagne superstiti, abbandonate o industrialmente sfruttate, sono dissestate: chi più cura i versanti con muretti a secco, mantiene i pascoli e regola i corsi d'acqua? Il 10 per cento del territorio nazionale è ad alto rischio di smottamenti, frane e alluvioni; per non dire del rischio sismico, molto più diffuso. Tutto ciò distrugge, non l'ecosistema naturale – come sovente si ritiene – ma il neo-ecosistema prodotto dall'uomo nei millenni, cioè il patrimonio paesaggistico, storico e artistico tra i più famosi del Globo, che la nostra Costituzione splendidamente e teoricamente difende.
Bisogna rifondare, luogo per luogo, il nostro modo di vivere, secondo uno sviluppo sostenibile: prima di tutto arrestando il consumo di suolo agricolo, riqualificando le periferie e riscoprendo i territori abbandonati, anche mentalmente, a causa dello spazio virtuale telematico nel quale siamo immersi, anzi oramai imprigionati. Occorre tornare alle regole con le quali si producevano un tempo i territori, armonizzando cioè il futuro con il passato. Serve, per questo, riprendere coscienza delle identità plurali dei luoghi, che sola predispone a curare i territori stessi, nel senso di interpretarli e di trasformarli, per tenerli in vita. Insomma, bisogna tornare all'idea di una città incentrata su spazi pubblici e limitata, trasformando le metropoli da aggregati di zone periferiche monofunzionali in organismi i cui organi siano porzioni significative di abitato, unità di tipo municipale.
Serve altresì inventare un'agricoltura colta, tecnicamente avanzata e adatta alla salute, sola a poter produrre cibi diversificati, legati ai luoghi, e al tempo stesso un servizio pubblico riguardo al deflusso regolare delle acque e alla protezione suoli, servizio che la comunità dovrebbe remunerare. Bisognerebbe incoraggiare i giovani a lasciare le orrende periferie per ritrovare una nuova vita tra valli e colline amene, creando agro-turismi, sviluppando un terziario avanzato... L'unico futuro buono sta, dunque, in un ritorno all'ancestrale pluralità del nostro mondo, con la consapevolezza piena che si ha delle cose solo quando sembrano e sono in parte perdute.
Serve, in primo luogo, un nuovo protagonismo della società civile, attraverso amministrazioni locali rigenerate e il libero agire di associazioni, fondazioni e media. Si prendano le mosse da frammenti identitari di rifondazione territoriale, riproporzionando l'economia rispetto alla società e alla cultura. Si tratta poi di connettere questi frammenti in una rete sempre più fitta, fino ad arrivare alla Nazione intera. Non è un miraggio, se si ha coraggio! La politica seguirà.
Da queste considerazioni, nasce l'appello "Ricordati di salvare l'Italia", questa volta non attraverso costosissimi interventi straordinari a catastrofe avvenuta e restauri a crollo verificato, ma attraverso operazioni ordinarie di manutenzione e di miglioramento strutturale. Il Fai lo fa sulle sue diverse proprietà paesaggistiche e lo deve fare il paese intero. In conclusione, dobbiamo tornare in noi, e siccome siamo anche gli stati di natura e di cose che ci circondano – le nostre circostanze – bisogna tornare alla specialità dei luoghi, staccandoci per qualche ora dagli schermi, oppure meglio, usandoli per ritrovare i nostri contesti materiali e visuali di vita. Rimettiamo dunque in sicurezza l'Italia, ma non per continuare a vivere come prima, bensì aprendo un nuovo ciclo storico, saggio come tutti i precedenti, salvo l'ultimo.
Il Fai, con una cinquantina di proprietà, 100 mila iscritti, 200 persone di staff, 116 delegazioni e 80 gruppi, 7mila volontari, mezzo milione di visitatori e un milione di partecipanti all'iniziativa "I luoghi del cuore", intende fare ancora una volta la sua parte, in accordo con le istituzioni nazionali, partendo da realizzazioni concrete e traendo proprio da queste l'autorevolezza per promuovere la coscienza sulle individualità dei luoghi, intesi come beni da curare per sempre e per tutti, coadiuvando l'opera di educazione civica che la scuola pubblica dovrebbe essere la prima a suscitare. Allora società e istituzioni si unirebbero in un'unica missione, colmando il drammatico divario che oggi esiste tra i principi del dettato costituzionale e la nostra miseranda realtà.
Per attuare la propria parte di missione, è necessario che il Fai riceva tanti piccoli sostegni in questa campagna "Ricordati di salvare l'Italia". Dice il proverbio: «Aiutati che Dio ti aiuta», e noi così lo traduciamo: agiamo concretamente dal basso nella società, che dall'alto agiscono lo Stato e le sue articolazioni. Se i singoli cittadini non riescono ad aggiungere qualche pietra caduta a un muro a secco, a riattivare un fosso, a riaprire un sentiero, ad aggiustare una gronda - come il Fai è in grado di fare - possono mandare un sms al numero 45592 e donare 1 euro; oppure, meglio ancora, telefonare dalla rete fissa di casa allo stesso numero e donare 5 oppure 10 euro. Infine, domenica 13 ottobre possono partecipare alla FaiMarathon, la maratona che si corre con gli occhi, traendo informazioni sulle 90 città in cui si tiene dal sito www. fondoambiente.it.
Presidente del Fai

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-10-13/rifacciamo-italia-085538_PRN.shtml


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