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PIAZZA AREMRINA: Due questioni urgenti
Carmelo Nigrelli
WWW.piazza-grande.it





Il reality-show "Sgarbi alla Villa" è stata sospeso, cancellato dal palinsesto da alcune settimane. Come mai dal momento che, a sentire i trombettieri locali, lo show aveva uno share importante, anche se l'indice di gradimento non sembrava altrettanto significativo?

È possibile che il governo regionale non sia poi così contento di effettuare questa nomina che - dicono i bene informati - sarebbe stata imposta dall'alto?
È possibile che si sia scoperto che l'onnipotente commissario in realtà non sarebbe poi così potente e che dovrebbe - udite, udite - essere assoggettato addirittura alla normativa sui lavori pubblici e, per questo, non potrebbe liberamente affidare il progetto a un tecnico di sua fiducia?
È possibile che si sia scoperto che l'alto - ma che dico, altissimo - commissario non possa disporre dei famosi 18 milioni di euro che rimarrebbero, invece, in capo ad Direttore dell'Assessorato regionale a meno di un'improbabile modifica del complemento di programmazione?
È possibile che, mentre gli ascari locali dei gruppi di interesse che si combattono attorno alla Villa attendono beatamente che ad altri livelli si risolva la questione, altrove, a Caltanissetta piuttosto che a Siracusa, a Palermo piuttosto che a Catania ci siano progetti cantierabili su beni culturali, in attesa che venga dichiarato che, in mancanza di un progetto per la Villa, «Big Ben ha detto stop»? E che, di conseguenza i 18 milioni di euro andranno destinati ad altri lavori?

Queste sono alcune delle preoccupate domande che dobbiamo farci e dobbiamo cominciare a pensare a cosa potrebbe succedere se quest'ultima eventualità dovesse verificarsi. Un'ipotesi tutt'altro che peregrina è quella di inchiodare alle proprie responsabilità coloro la cui azione potrebbe essere causa dell'eventuale perdita del finanziamento. Il mantenimento e la conservazione della Villa sono un dovere della collettività anche, ma non solo, perché essa è dichiarata "Patrimonio dell'umanità". Se il non provvedere alla conservazione può essere un atto di omissione, compiere azioni che procurano la perdita di un finanziamento già deliberato proprio per restaurare e conservare il bene è atto ancora più grave e - sono convinto - penalmente rilevante.
Ecco perché, se malauguratamente dovesse verificarsi questa ipotesi, non resterebbe che chiedere l'apertura di un'indagine giudiziaria tesa a capire chi e perché ha prodotto, da luglio 2004 ad oggi, atti normativi e amministrativi che hanno di fatto bloccato un iter progettuale già avviato a rapida conclusione.

L'altra questione evocata dal titolo di questo post-it è quella del Piano regolatore generale al quale Piazza Grande dedica fin da ora una sezione.

Al di là degli aspetti politici e tecnico-amministrativi che riguardano lo strumento urbanistico, ce n'è un altro da tenere in considerazione perché rappresenta un'incognita: quanti sono i consiglieri che sono obbligati ad astenersi dal prendere parte alla deliberazione?

La questione è tutt'altro che marginale.

L'ordinamento degli enti locali prevede che i componenti del consiglio devono «astenersi dal prendere parte a deliberazioni riguardanti liti, ovvero oggetti, per i quali sussista un interesse proprio ovvero un interesse di imprese o enti con i quali abbiano rapporti di amministrazione, vigilanza o prestazione d'opera. [...] Il divieto importa anche l'obbligo di allontanarsi dalla sala delle adunanze durante la trattazione di detti affari.»

Questa norma generale, risalente al 1963, non è mai stata modificata fino alla più recente legge regionale n. 57 del 1995 che specifica che «In materia di pianificazione urbanistica, l'obbligo di astensione di cui all'articolo 176 dell'ordinamento regionale degli enti locali, approvato con la legge regionale 15 marzo 1963, n. 16, e successive modifiche ed integrazioni, sussiste solo per i componenti degli organi deliberanti che abbiano un concreto interesse economico, proprio o di parenti o affini entro il quarto grado ovvero di imprese o enti con i quali abbiano rapporto di amministrazione, vigilanza o prestazione d'opera e la deliberazione comporti modifiche alla situazione precedente.»

Ora, in una piccola città come Piazza, non è difficile, conoscendo uomini e cose, ripassare a mente la geografia umana del Consiglio comunale per verificare che sì, un certo numero di consiglieri si trova senza dubbio in tale situazione anche perché la norma fa riferimento a parenti e affini fino al quarto grado, cioè a coniugi, genitori, figli, nuore, generi, cognati e cugini. Questa norma in realtà urbane delle dimensioni di Piazza in cui l'elezione del consigliere comunale è spesso legata proprio alla presenza di una famiglia allargata degli interessi della quale l'eletto diventa rappresentante, serve proprio a garantire la neutralità delle scelte.

Sarà dunque necessario richiedere la nomina di un commissario ad acta? Tra pochi giorni lo sapremo.







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