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Giornalismo culturale e ricerca. Perch i media italiani non promuovono l'innovazione cognitiva?
Michele Dantini
L'Huffington Post, 28 agosto 2013

La discussione su economia e "cultura" procede tra apici di faziosit e retoriche della denuncia. paradossale: proprio qualcosa di cos specifico (o al contrario inafferrabile) come la "cultura" sembra essere divenuta da tempo, nei media italiani, uno stucchevole tema di esercitazione preconcetta.

Atteggiamenti equilibrati e informazione di prima mano sono cosa rara, cos come le inchieste: in dodici mesi ne ricordiamo meno delle dita di una mano. Non mancano in compenso affermazioni dogmatiche. Cos Alberto Mingardi, direttore teo-con dell'Istituto Bruno Leoni, prende parte alla veneranda campagna pro-sussidiariet del Sole 24Ore e torna a affermare che "la logica economica fa [tout court] bene alla cultura".

L'exploit riporta la discussione alla "casella zero", da dove era partita oltre un anno fa. Non importa se nel frattempo autorevoli esperti e commentatori (di parte liberale!) hanno persuasivamente sostenuto il contrario. N che il conclamato "modello americano" preveda ampi finanziamenti pubblici. N, ancora, che le attese corporate di rapida redditivit siano distruttive per i beni simbolici e l'innovazione culturale. "Le istituzioni culturali [devono] leggere le esigenze e i bisogni del pubblico esattamente come un'azienda fa con quelli dei suoi consumatori". Allibiamo.

Avremmo mai avuto l'Ulysses di Joyce, i readymade di Duchamp, la Recherche di Proust o le canzoni dei Velvet Underground (pochissimo apprezzate al tempo in cui sono state presentate) se davvero la maturazione di un nuovo gusto culturale non prevedesse tempi lunghi e suoi caratteri specifici? Naturalmente no, ma quello che importa all'ultraliberista Mingardi, che solitamente si occupa di sanit, non indagare ma prescrivere: "affamare la Bestia".

Straparliamo di arte, creativit e "patrimonio". Dimostriamo tuttavia un irresponsabile disinteresse per i processi immaginativi e la loro (vulnerabile) complessit. Intendiamo discutere di amministrazione della cultura o di creazione culturale? Dovremmo imparare a distinguere tra piani diversi, provvisti ciascuno di necessit specifiche. Non esiste un'unica soluzione valida indifferentemente per teatri stabili e collettivi sperimentali, musei con collezioni permanenti o Kunsthalle. Le condizioni di sviluppo del "pensiero divergente" non hanno niente a che fare con principi economicistici di "efficienza". Se abbiamo a cuore le sorti della creativit umana - e non l'aggressiva imposizione di un punto di vista politico-religioso - siamo tenuti a conoscere differenze fondamentali.

I "tecnologi" sfidano le competenze umanistiche sul terreno dei "percorsi culturali". E' la tecnologia, questa la tesi di Piero Formica e Domenico Zungri, che deve guidare l'innovazione nell'ambito del turismo e del patrimonio storico-artistico. Pi gadget, pi software "interattivi", pi realt aumentata a disposizione di chi visita gli Uffizi, le Stanze vaticane, Pompei. "I media digitali [apportano] enormi e dimostrati vantaggi all'apprendimento". L'affermazione falsa se intesa in senso letterale.

L'utilit pedagogica del gadget digitale ammessa in taluni casi, discussa in altri. Ma il punto un altro. Esiste un turismo adulto e (per cos dire) professionale che chiede informazione qualificata, non semplice intrattenimento; e a cui l'invasivit (o la stereotipia) del contenuto audiovisivo pu risultare costrittiva.

L'innovazione non solo tecnologica, ma cognitiva. Dovremmo preoccuparci di tutelare una pluralit di esigenze e "domande" rendendo giustizia a una storia (del viaggio in Italia, ad esempio; o della conservazione intesa come indagine e senso di responsabilit) che ha contributo alla costruzione di un'identit europea colta e cosmopolita; e che non pu essere messa sbrigativamente da parte. La ricerca storico-artistica evolve secondo modalit sue proprie. in primo luogo a lei che dovremmo rivolgerci per avere "innovazione" nell'ambito della conoscenza e della divulgazione (e dunque anche dei "contenuti" digitali").

All'importanza della divulgazione storico-artistica e archeologica ha accennato recentemente (proprio qui sull'Huffington) Massimo Bray, attuale ministro per i Beni culturali. Il tema concreto e investe, con le istituzioni educative, il giornalismo culturale. Scuole e universit formano archeologi e storici dell'arte.

I media dovrebbero mobilitarsi per scegliere, tra di loro, i pi capaci e motivati nella comunicazione. Accade invece che l'informazione storico-artistica mainstream sia divisa tra vecchie glorie e oscuri addetti all'industria del mito culturale o della manipolazione pubblicitaria. Una situazione non incoraggiante per i giovani talenti, che preclude l'opportunit di misurarsi con il discorso non specialistico.

Non si tratta solo di formulare una denuncia. Occorre ammettere che gli studi storico-artistici in Italia si tengono ancora oggi sin troppo distanti da punti di vista politici, economici e sociali. Privilegiano un'erudizione antiquaria e approcci vagamente sentimentali, a tratti estetizzanti. Esistono valide ragioni per coltivare una severa filologia visiva o ricostruire meticolosamente gli inventari di secoli passati: si evitano luoghi comuni e generalizzazioni di sconfortante vacuit.

Sarebbe tuttavia bene farlo in modo non esclusivo, intrecciando (per cos dire) lo studio dell'albero a quello della foresta. L'ossessiva divaricazione tra antico e contemporaneo non aiuta. Per un giovane laureato pu essere molto difficile proporre le proprie competenze in modo che risultino coinvolgenti anche per chi non ha interessi spiccati per il "bene culturale".

Considerata nel contesto dei principali paesi Ocse, l'Italia ha la pi bassa percentuale di ricercatori sul totale della popolazione. Una minima parte di ci che leggiamo nelle pagine culturali proviene da o ha familiarit con il mondo della ricerca e i suoi protocolli (insieme rigorosi e democratici) di obiettivit e indipendenza. Ne consegue che la nostra capacit di controllo dell'inganno o della distorsione minore: spesso lasciamo a politici incompetenti decisioni di formidabile importanza.

Il conformismo dell'informazione culturale e la crescente organicit al mondo del marketing privano l'opinione pubblica di contributi stimolanti, capaci di sfidare reputazioni esauste o convinzioni consolidate. Scienziati e studiosi delle pi giovani generazioni non partecipano in misura rilevante all'elaborazione del discorso pubblico. Anche per questo l'Italia un paese che non apprezza o non riconosce l'importanza dell'innovazione.

http://www.huffingtonpost.it/michele-dantini/giornalismo-culturale-e-ricerca-perche-i-media-italiani-non-promuovono-linnovazione-cognitiva_b_3794111.html


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