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I suggerimenti di Bianchi Bandinelli
di Salvatore Settis
Il Sole 24 Ore, 25 agosto 2013

Si dice a volte che la nostra Costituzione nacque da accordi di vertice fra i partiti rappresentati nella Costituente. Nulla di pi sbagliato: un libro intelligente e felice (Costituenti ombra, a cura di A. Buratti e M. Fioravanti, ed. Carocci, 2012) ha mostrato quante idee e proposte nascessero anche intorno allAssemblea intenta a scrivere la Carta fondamentale. Anche lart. 9, che con straordinaria innovazione prescrive la tutela del paesaggio e del patrimonio artistico legandola strettamente allorizzonte dei diritti civili, ebbe i suoi Costituenti ombra, per esempio Ranuccio Bianchi Bandinelli, il maggior archeologo del Novecento italiano. Egli aveva allora 45 anni, ed era Direttore Generale alle Antichit e Belle Arti (una posizione oggi frantumata in molteplici ruoli dirigenziali): quando il ministro Arangio Ruiz propose la sua nomina, subito insorsero opposizioni data la sua aderenza al partito comunista, ma intervenne il liberale Benedetto Croce, invitando il ministro a badare alle competenze degli uomini piuttosto che al partito di appartenenza. In una relazione al ministro Gonella e in una lettera a Ruggero Grieco (membro della Costituente), Bianchi Bandinelli, in piena sintonia con i due Costituenti che proposero lart. 9, Concetto Marchesi e Aldo Moro, insisteva sulla necessit di assicurare un identico livello di tutela dei paesaggi e delle opere darcheologia e darte in tutto il territorio nazionale. La tutela delle bellezze naturali non pu in alcun modo esser disgiunta da quella delle antichit e belle arti e deve essere sottoposta alla medesima regolamentazione legislativa, scrive Bianchi Bandinelli, reagendo ai tentativi di cancellare il paesaggio dallarticolo della Costituzione allora in fieri. Se poi, come alcuni volevano, la tutela fosse stata assegnata alla competenza delle Regioni, ci equivarrebbe alla rovina rapidissima e irreparabile del nostro patrimonio artistico, che non ha per noi solo un valore morale, storico, ma un altissimo valore economico. (...) Dunque non si distrugga il regime centrale della tutela del nostro patrimonio artistico. Esso rappresenta ancora una delle cose meno difettose tra le nostre istituzioni, tanto che altre nazioni, come la Francia, hanno fatto delle riforme accostandosi al sistema italiano, considerato come un modello. Lucidamente, Bianchi Bandinelli voleva che un unico criterio, guidato dagli organi centrali della Repubblica, presiedesse sia alla tutela del paesaggio che allurbanistica. Su questa linea giunse subito lapprovazione di un altro grande liberale, Luigi Einaudi.

Liberali come Einaudi, comunisti come Marchesi e Bianchi Bandinelli, democristiani come Moro, La Pira, Dossetti, autonomisti come Lussu e Codignola, socialisti come Basso concordarono allora su alcuni punti essenziali: convergenza dei valori storici, morali ed economici entro lalveo dellinteresse nazionale; predominio dellinteresse generale sugli interessi locali e particolari; necessit di un sistema unitario di tutela del patrimonio artistico e del paesaggio; affinit di oggetto fra urbanistica e tutela dei paesaggi; ruolo-guida della storia dellarte nellintendere i valori della bellezza e quelli della storia; infine, lambizione di fare del regime italiano della tutela un modello per tutto il mondo. Gli stessi temi ricorrevano nella Costituente, e ne nacque lart. 9, che pose la tutela del patrimonio storico e artistico e del paesaggio in capo allo Stato. Non fu invece evitata la separazione del paesaggio dalla materia urbanistica, competenza assegnata alle Regioni dallart. 117. Quei due articoli della Costituzione erano in realt la proiezione di leggi ordinarie dellanteguerra: lart. 9 si rifa alla legge Bottai del 1939, a sua volta elaborazione della legge Croce (1922) sulla tutela del paesaggio, mentre lart. 117 presuppone la legge urbanistica del 1942. Ma il raccordo fra tutela dei paesaggi e norme urbanistiche non fu mai fatto, e questo errore fatale si trascin fin nella Costituzione: schematizzando, si pu dire che il paesaggio della legge Bottai si arrestava alla soglia delle citt, mentre la legge urbanistica si fermava dentro i perimetri urbani. Si cre in tal modo, nella delicatissima sutura fra citt e campagna, una sorta di zona grigia, in contrasto con la tradizione italiana, il cui punto di forza fu per secoli il trapasso lento e armonioso da campagna a citt, una mutua integrazione codificata da un diffuso costume civile. Linsufficiente attenzione per questa zona di trapasso ha finito con il trasformarla in una sorta di res nullius dove si sono insediate le nostre orribili periferie.

Si cos perpetuato quel che Cederna deprecava quarantanni fa: un sistema che rifiuta ogni coordinamento di interesse superiore e che consiste nella pura e semplice sommatoria di tanti piani (si fa per dire) comunali, ognuno indifferente a quanto fa il Comune vicino: nei quali lautonomia locale viene degradata ad arbitrio e autarchia. Il pi prezioso dei nostri beni comuni, il suolo in cui viviamo, anzich esser gestito unitariamente a beneficio della comunit dei cittadini, viene segmentato ad arbitrio in funzione dellesercizio del potere locale, della distribuzione di favori e benefici, del voto di scambio, dellesazione di gabelle, del trasferimento della ricchezza dalla comunit dei cittadini a chi gi dispone di abbondanti liquidit (incluse le mafie). Trionfa una logica che contrasta con lo spirito della Costituzione, antepone la rendita fondiaria (dei pochi) allinteresse generale, calpesta ogni principio di utilit sociale, sostituisce allo sguardo lungimirante della Carta la miope ingordigia di un guadagno immediato. Trasforma la viva carne del nostro paesaggio in una carcassa da spolpare. E intanto sparisce dallorizzonte dei cittadini, dalletica quotidiana, perfino dalle nostre speranze, ogni traccia di senso civico, di quellamor loci che fu asse portante della civilt urbana (Amor loci il titolo di un libro di P. Pileri e E. Granata, ed. Cortina, 2012).

Ma che cosa dovremmo fare per non tradire lo spirito della Costituzione? La ricetta pi semplice di quel che sembra. Non dobbiamo dare per scontato il braccio di ferro fra Stato e Regioni, ma interrogarci sulle sue cause, partendo non dai conflitti di competenza e di potere, ma da ci che ne loggetto: il suolo del nostro Paese, la nostra casa comune. Dobbiamo intendere la Costituzione non come una litania di principii staccati, ma come un sapiente mosaico in cui ogni tessera legata alle altre, e perde senso se ne viene separata.

Dobbiamo essere consapevoli che lart. 9 si innesta in una trama essenziale di diritti, di cui fa parte il nesso strettissimo cultura-ricerca-tutela: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Parole da leggersi in sintonia con i diritti garantiti da altri articoli: libert di pensiero (art. 21), libert di insegnamento ed esercizio delle arti (art. 33), autonomia delle universit, centralit della scuola pubblica statale, diritto allo studio (art. 34). La nostra Costituzione, insomma, configura un vero e proprio diritto alla cultura, mirato al progresso spirituale della societ(art. 4) e allo sviluppo della personalit individuale (art. 3), e perci consustanziale alla sovranit popolare, alla cittadinanza, alleguaglianza, alla democrazia.

Una Costituzione intrisa di cultura e di storia, questo il privilegio di noi italiani. Riflettendo lo spirito con cui Bianchi Bandinelli gettava sul tavolo testi classici (per esempio Luciano) per parlare di libert civili, Filippomaria Pontani ha indicato recentemente un lontano e nobile antefatto del ruolo centrale della cultura nella nostra Costituzione. E un passo del famoso discorso di Pericle agli Ateniesi (461 a.C.): Noi amiamo il bello, ma con semplicit, e ci dedichiamo al sapere, ma senza debolezze (...). Diamo al nostro animo sollievo dalla fatica con gli spettacoli, teniamo lontano il dolore con il diletto delle cose belle (...). La nostra costituzione non imita quelle dei vicini: noi non imitiamo gli altri, anzi siamo desempio a tutti. Da noi i diritti civili non spettano a pochi, ma ai pi, perci il nostro ordinamento si chiama democrazia (Tucidide, II, 35 sgg.).



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