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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Parte dalla Puglia la sfida per la tutela dei beni culturali
Salvatore Favale
Avanti, 29/3/2005

Riapre i battenti, nell'area a nord-est di Taranto, l'associazione culturale Italia Nostra; e lo fa con un dibattito sulle nuove forme di tutela dei beni culturali e del paesaggio previste dal Codice approvato nel 2004 su iniziativa del ministro Giuliano Urbani. La sede per ospitare la manifestazione è quella del Museo della Civiltà del vino primitivo a Manduria. Nativa di Manduria è la neo presidente Angela Greco, come il suo vice De Valerio. Il dibattito si apre con le parole del presidente del Consiglio provinciale di Taranto, Francesco Massaro, che ha patrocinato la manifestazione, unitamente al Comune ospitante. Poche parole, quelle di Massaro, ma tracciate nel solco del dotto approfondimento che verrà successivamente operato dai relatori ufficiali e, in particolar modo, da Nicola Grasso, ricercatore di Diritto amministrativo presso la facoltà di Beni culturali a Lecce e da Pier Luigi Portaluri, straordinario della stessa materia alla facoltà di Giurisprudenza dell'Ateneo leccese.
L'affermazione di Massaro si può riassumere in due parole: l'articolo 9 della Costituzione coniuga, nel testo dei due commi di cui si compone, il concetto di tutela del bene e di valorizzazione dello stesso da parte della Repubblica. Quindi, gli enti locali, che fanno parte degli organi attraverso i quali la Repubblica si articola per il governo del territorio, sono chiamati non solo a conservare quanto la natura e l'opera dell'uomo ci hanno tramandato, ma anche a mettere in essere tutte le azioni atte a valorizzare il bene, come forma di sviluppo culturale. Spetta alla provincia, quindi, come affermato nella introduzione dalla presidente di Italia Nostra, il compito di far sì che i beni, non solo artistici, ma anche paesaggistici della nostra terra vengano promossi e valorizzati al pari di quanto hanno saputo fare altre amministrazioni locali per aree più note: dai faraglioni di Capri, alla costiera amalfitana, agli aranceti di Sorrento, alla valle del Chianti.
Delli Santi, poi, fa un lungo e dettagliato excursus sulla legislazione relativa ai beni artistici che prende il via nel 1820 con i provvedimenti del cardinale Pacca dello Stato pontificio, per passare alla legge 185 del 1902 e alla legge Rosati del 1909. Una sistemazione organica però arriva in epoca fascista con la legge Bottai del '39, che porta il numero 1089. Unico difetto è quello di fermarsi al concetto di valore estetico del bene e non prevedere assolutamente la sua fruibilità, rispettando il concetto crociano di separazione del bello dall'utile. Dopo la precisazione del Codice civile del '42 si salta poi al 1964 con la legge 310, che ebbe il merito di istituire la commissione d'indagine Franceschini; la stessa che introdusse un nuovo concetto di tutela, riconoscendo ai beni un valore di testimonianza storica. Di seguito, la legge Ponte e la nascita delle Regioni; infine la legge Galasso del 1985, che promuove la difesa della natura attraverso un pianificata sistemazione del territorio. Nel 1990 arriva il Testo unico sui beni culturali e ambientali e nel 2004 il codice dei beni.
Con la relazione di Grasso si entra nel vivo del dibattito. Il ricercatore di diritto tiene la numerosa platea attenta per venti minuti sui due commi dell'articolo 9 della Costituzione. I nuovi termini che fanno la loro comparsa nel suo intervento sono, oltre alla tutela e alla valorizzazione, quelli del rispetto dei beni e dello sviluppo culturale; ben si addice tale ragionamento al luogo che accoglie la manifestazione, esempio di archeologia industriale che entra in una fase nuova di vita, come testimonianza della nostra storia, pur non avendo particolari valori estetici. E l'uditorio avverte questa personale partecipazione e ascolta in silenzio la relazione che puntualizza il concetto nuovo introdotto dall'articolo 114 della Costituzione, primo articolo del titolo V, che parla della organizzazione della Repubblica, della quale fa parte, oltre a comuni, province e regioni, anche lo Stato. Pone l'accento sui nuovi compiti che spettano agli enti locali circa la valorizzazione e la fruizione dei beni culturali, ormai chiaramente associati a quelli paesaggistici. Poi compie un passaggio che dovrebbe interessare proprio gli amministratori locali con una riflessione ad alta voce: se un bene storico, culturale, paesaggistico è stato di fatto preservato nel tempo da possibili offese edilizie, una regione ci sarà, tecnica o culturale che sia.
A chi spetta questa "protezione" culturale? Lo Stato, con la istituzione delle regioni a statuto ordinario, aveva delegato la tutela dell'ambiente ma, visti i risultati di eccessivo e ingiustificato permissivismo che ne era seguito, attraverso la legge Galasso si era ripreso il diritto di esercitare tale controllo.
E su questi temi si sviluppano le conclusioni di Portaluri, studioso del problema e oratore "brioso", in tema col luogo dove i profumi del buon vino ben si associano alla eleganza del dire. Il suo discorso prende il via da un affermazione categorica, tratta da una esperienza ormai decennale di dottrina e giurisprudenza: il diritto, da solo, non ce la fa nel campo urbanistico e ambientale. Anche Bottai, al tempo del fascismo, aveva portato avanti un disegno chiaro ma, nei fatti, la sua legge era servita molto poco. E per appassionare l'uditorio, con fatti vicini e verificabili, cita un caso eclatante dove i valori forti, e neanche legati a processi speculativi, alla fine hanno obbligato il diritto a recedere. Parla delle abitazioni militari costruite sui bastioni del porto di Otranto nel 1980 e che sono ancora lì, per decisione del Consiglio di Stato, dopo una prima sentenza, favorevole al loro abbattimento, decisa dal Tar. La verità è che c'è sempre una valutazione sui valori prevalenti, caso per caso: quelli del paesaggio e del bene storico o quelli dell'investimento per il progresso e della "difesa" militare, nel caso specifico. La commissione Franceschini fece un buon lavoro, ma non riuscì ad andare oltre. Poi apre uno spiraglio in favore degli enti locali, proprio in Puglia, dove col Putt (Piano urbanistico territoriale tematico) i comuni hanno la possibilità di innescare un circolo virtuoso col potere regionale attraverso l'esercizio di una tutela condivisa; questo perché il Putt, piano regionale sovraordinato ai comuni, può essere variato proprio su iniziativa degli stessi. Invece, nei comuni si sono arrovellati la testa per contrastare il Putt redatto, a dire il vero, su carte antiche e non rispondenti allo stato dei luoghi; hanno quindi cercato di affossare il Piano, anziché proporsi per la condivisione dello stesso. Questo è il succo del suo elegante e convincente discorso. I comuni devono fare sistema con la regione e i cittadini devono condividere i valori legati alla difesa dell'ambiente, altrimenti le leggi rimangono impotenti a tutelare il paesaggio.
A chi si aspettava un suggerimento circa la utilizzazione migliore di una legge sulla tutela ha proposto, dopo la doccia fredda iniziale, una strada che può portare alla salvaguardia di tanti valori ambientali e culturali, oltre ai monumenti riconosciuti come tali da tutti. Il percorso, che vede come protagonista principale la municipalità e il suo grado di acquisizione culturale sul problema, parte oltre che dall'uso intelligente e interattivo del Putt, dalla recente legge regionale sull'urbanistica, varata nel 2001 col n. 20. Oggi è possibile redigere il Pug (Piano urbanistico generale), in poche mesi; ma la difficoltà consiste nel non volere formare o farsi formare da una coscienza di pianificazione comunale. Finché questo percorso non risulterà familiare agli amministratori locali, nessuna legge di tutela potrà servire al rilancio culturale dei nostri beni. Si pensi che in quattro anni di validità della nuova legge, solo uno o due comuni hanno utilizzato la nuova normativa approvando - rapidamente - il loro Pug, la loro scelta di meccanismo di condivisione con gli altri, di valori a tutti noti ma poco praticati: città e civiltà che, guarda caso, hanno lo stesso etimo. Altrimenti si rischia i scambiare il contenente col contenuto o, se vogliamo, il problema, con gli strumenti per la sua soluzione.




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