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Fondazioni liriche riformate
Arrigo Quattrocchi
il manifesto 25/3/2005

Mercoledì sera il Senato ha approvato in via definitiva il cosiddetto decreto «omnibus», contenente al proprio interno alcune importanti disposizioni relative alle Fondazioni lirico-sinfoniche, già note come «emendamento Asciutti». All’origine del provvedimento c’è il forte stato debitorio delle Fondazioni liriche nel loro complesso, circa 50 milioni di euro nel 2004; stato debitorio che deriva, in massima pane, dal progressivi tagli imposti dal governo al Fondo unico per lo spettacolo. Di qui quella che, con una certa enfasi, il ministro Urbani ha chiamato «riforma», volta ad «assicurare efficaci economie di gestione». Non stupisce che questa «riforma» abbia incontrato, durante l’iter parlamentare, una forte opposizione dal pane dei lavoratori delle Fondazioni liriche, mobilitatisi attraverso scioperi, comunicati e manifestazioni. In realtà sull’efficacia del provvedimento è lecito nutrire molti dubbi, mentre appare chiaro il complessivo orientamento a intervenire sui costi del personale.
Nella sua versione definitiva il decreto ha smarrito per strada fortunatamente quasi tutti i suoi interventi a lungo termine, mantenendo quelli di breve periodo; come dire che la tempesta che si addensava sui teatri si è trasformata in un acquazzone. Non per questo sono venuti meno i motivi di preoccupazione. Preoccupa il blocco delle assunzioni per un anno: la qualità dei complessi di un teatro lirico dipende proprio dalla stabilità, e il ricorso ad elementi aggiunti è sempre stato deleterio; la strada, dunque, è sbagliata. Preoccupa che in futuro i singoli contratti integrativi stabiliti in autonomia da ciascun teatro non possano superare il 20%, non è chiaro se degli attuali compensi o del nuovo contratto collettivo di lavoro nazionale delle Fondazioni; una dizione ambigua che potrebbe portare a un forte taglio sugli stipendi dei lavoratori, dando l’avvio a una nuova fase di proteste e instabilità. Preoccupano i riferimenti al taglio dei costi degli allestimenti, alla collaborazione forzata fra i vari teatri, cose che già esistono e vanno contro la qualità e la varietà delle proposte.
E’ desolante, insomma, il carattere di pannicello caldo di tutto il provvedimento, al di fuori da qualsiasi strategia a lungo termine sui modi per garantire al settore della musica dei finanziamenti adeguati, e anche al di fuori da una adeguata riflessione sul significato che ha, da pane dello stato, tenere in vita il sistema delle Fondazioni liriche. Fra i punti meno nobili del testo, infine, c’è la delega agli statuti delle singole fondazioni a definire i requisiti professionali del direttore artistico, che dunque cessa di essere scelto per legge fra musicisti o musicologi. E questo, sembra, per sanare una specifica situazione creatasi a Palermo. E’ un fatto gravissimo, che leva competenza e autorevolezza a quella che dovrebbe essere una figura chiave dei teatri, in grado di dare loro una fisionomia progettuale.



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