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L'archeologia sotterrata dai burocrati
Vittorio Emiliani
l'Unità 25/03/2005

"In quel Ministero non funziona quasi più niente", è stata, giorni fa, la desolata conclusione in pubblico di Adriano La Regina, per decenni difensore e valorizzatore dell'archeologia romana, quindi di Roma stessa.

Nel mirino sembrano ora esservi proprio il patrimonio archeologico e la sua tutela.

In tutto il corpo ministeriale il caos si sta ormai associando alla demotivazione e allo sbalordimento per misure cervellotiche in contraddizione fra loro.

Entra in vigore un nuovo Codice dei Beni culturali (a cinque anni soltanto dal varo del Testo Unico), è debole e poco chiaro, ma subito le norme sui condoni, partorite dallo stesso governo, lo mutilano, indebolendolo ancor più.

Il Ministero, teoricamente, si decentra, creando però oltre quaranta dirigenti centrali.

Per compensare i quali si operano ridimensionamenti e accorpamenti in giro per l'Italia, non sostituendo i soprintendenti che vanno in pensione, o che se ne vanno e basta. Nel contempo però si fanno nascere nuove Soprintendenze periferiche, forse per compiacere alcuni potenti del momento: a Lucca (Pera), a Parma (Lunardi), a Lecce (Poli Bortone), ecc.
Per non parlare del tourbillon di trasferimenti, in base a criteri che nulla hanno a che vedere con merito e professionalità.
Nel mirino, dicevo, c'è ora l'archeologia, in particolare quella del Lazio.

Il bel Museo di Villa Giulia esiste dal 1889 e attorno ad esso è stata costruita e consolidata la Soprintendenza archeologica dell'Etruria meridionale, la quale ha lavorato negli anni assai bene: si guardi soltanto alla splendida operazione del Parco archeologico di Vulci (ora minacciato dalla famigerata Autostrada della Maremma), col museo della rocca, raffinato e divulgativo insieme, e con un territorio che, ancora intatto, disegna un paesaggio da Grand Tour.

Ma è difficile non citare il buon lavoro svolto dallo stesso organismo a Pyrgi, a Tarquinia, a Cerveteri.

Analogamente, ha avuto una valida funzione la Soprintendenza ai beni archeologici del Lazio, creata nel 1968 proprio per dare identità più precisa al ricchissimo, e spesso sottovalutato, patrimonio archeologico della regione al di fuori di Roma e di Ostia presidiate da storiche istituzioni.


Queste strutture funzionano?

Hanno ruoli specifici riconosciuti? Sì, e allora, il Ministero di cui è titolare Giuliano Urbani, decide di fonderle, di impastarle insieme.

«Così, si darebbe vita - commenta amara Irene Berlingò, archeologa e coraggiosa presidente dell'Assotecnici - ad una sola mega-Soprintendenza la quale riunirebbe di fatto ben cinque province, in un territorio fra i più ricchi di presenze storiche».

Secondo le ricerche di Daniela Primicerio, i siti archeologici del Lazio (esclusa Roma) sono addirittura oltre 400, sui 2.099 censiti in tutta Italia, cioè il 20 per cento.
E i musei archeologici, assieme a quelli d'arte e di archeologia, risultano - escluse Roma e Ostia - quasi 90, di cui 27 in provincia di Viterbo e 25 in quella di Roma.
Tutto ciò in un territorio che, pur intaccato dall'abusivismo e dalle stesse costruzioni legali «a pioggia», ha grandissime bellezze e potenzialità turistiche, se salvaguardato, con un'attenzione più ravvicinata, più specifica, dai tombaroli, dai trafficanti, dal cemento stesso.

Lo prova il grande successo, l'estate scorsa, a Vulci della esposizione della sensazionale Tomba François nel cortile della rocca-museo, successo ottenuto nella cooperazione fra Stato e autonomie. Dopo di che, in modo irragionevole, si fondono in una due valide Soprintendenze e in Finanziaria si tagliano i fondi - lo denunciano i tecnici di Villa Giulia - perfino a Tarquinia e a Cerveteri entrate nel 2004 «a far parte della lista di beni che l'Unesco considera patrimonio dell'umanità».
Così si degrada e decade un Ministero che Giovanni Spadolini pensò, trent'anni fa, «diverso» da tutti, imperniato su tecnici. Nei suoi ruoli gli archeologi contano sempre meno: sono sotto di un 20 per cento all'organico previsto, e uno appena di loro è direttore centrale regionale (De Caro in Campania). Magra consolazione: pure gli storici dell'arte hanno solo Antonio Paolucci in Toscana.
Gli altri? Architetti e soprattutto amministrativi.
Alla salute delle competenze tecnico-scientifiche.




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