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Con la lingua del mattone : «Le strutture sociali dell'economia» di Pierre Bourdieu
EMANUELE BOTTARO
il manifesto - 18 Marzo 2005

. Un'accurata inchiesta sul mercato immobiliare francese diventa l'occasione per una serrata critica alla teoria del libero mercato. La domanda e l'offerta sono infatti una costruzione in cui sono all'opera fattori come l'immaginario, l'ideologia, l'intervento statale e i rapporti di forza nella società

Al contrario di quanto sostenuto dall'ortodossia liberale, un semplice atto economico, come l'acquisto di una casa, non è il risultato di una scelta razionale formulata nell'incontro tra una domanda e un'offerta astratte e incondizionate. E neppure la conseguenza di un'interazione diretta tra un compratore e un venditore isolati dal loro contesto storico. È invece il prodotto di una vera e propria costruzione sociale. Questa è la tesi centrale delle Strutture sociali dell'economia (Asterios Editore, pp. 258, € 21)), testo fondamentale di Pierre Bourdieu finalmente tradotto in italiano (anche se con qualche sbavatura dovuta alla complessità dell'autore). L'edizione francese dell'opera è comparsa nel 2000, in un periodo in cui Bourdieu affiancava spesso alla sua attività scientifica abituale prese di posizione apertamente politiche (i due Controfuochi, le due raccolte di «argomenti per resistere all'invasione neoliberista», uscirono nel 1998 e nel 2001. In Italia, la seconda raccolta è stata pubblicata da menifestolibri con il titolo Controfuochi 2. Per un nuovo movimento europeo).

In realtà, fin dalle sue prime esperienze di ricerca in Algeria negli anni Cinquanta, Bourdieu ha sempre concepito l'atto scientifico più rigoroso come atto implicitamente e inevitabilmente politico. Le strutture sociali dell'economia sono un tipico esempio di questa sua visione engagée della sociologia.

La vulgata neoliberista

Mentre uno dei suoi giovani allievi ricostruiva i meccanismi attraverso cui la disciplina economica si fa moderna teologia (Frédéric Lebaron, La croyance économique. Les économistes entre science et politique, Seuil 2000), Bourdieu rafforzava la sua critica alla vulgata economica - onnipresente nel linguaggio ordinario di politici, intellettuali e giornalisti, oltre che in quello degli «esperti» - mettendone in discussione i fondamenti teorici. Per contrastare la violenza simbolica esercitata dalla visione neoliberista dello sviluppo economico e sociale, Bourdieu intendeva smentire i presupposti antropologici stessi della teoria economica «pura». A tale scopo con Le strutture sociali dell'economia ha riordinato e ripresentato i risultati di una ricerca collettiva da lui diretta alla fine degli anni Ottanta dedicata alla produzione e alla commercializzazione di abitazioni indipendenti in Francia.

Solo grazie a una meticolosa analisi storico-sociologica di un oggetto abitualmente considerato come economico, infatti, gli sembrava possibile ripensare le categorie economiche più scontate: la domanda e l'offerta, il mercato e il ruolo dello stato.

Per comprendere sociologicamente l'acquisto di una casa, per esempio, è necessario esaminare una molteplicità di aspetti. In primo luogo, la specificità del prodotto: l'abitazione di proprietà è un investimento tanto economico quanto simbolico, un elemento essenziale nelle «strategie di riproduzione» familiare e una sorta di scommessa sulla permanenza e sulla coesione del nucleo familiare. Ci sono poi le particolarità sociali degli agenti coinvolti: i loro gusti e le loro preferenze, soprattutto in merito all'acquisto o all'affitto di un'abitazione, e le risorse in loro possesso, in particolare economiche e culturali. C'è, inoltre, un terzo fattore: la struttura del «campo di produzione» determinata dalla distribuzione diseguale delle risorse (economiche, simboliche, culturali ecc.) tra le varie imprese costruttrici in lotta tra loro (e a loro volta internamente strutturate da rapporti di potere). Infine, le varie agevolazioni o costrizioni giuridiche e di credito che entrano, in modo più o meno esplicito, nella negoziazione (la «politica della casa» promossa dallo stato determina sia l'offerta abitativa in un dato periodo storico, sia le condizioni istituzionali di accesso a tale offerta). A quest'ultimo punto Bourdieu dedica un'attenzione particolare. Ricostruisce l'insieme delle decisioni che hanno definito la politica di credito (alle famiglie e alle imprese) negli anni '70 e che hanno preparato la riforma legislativa del 1977, in particolare «i confronti/scontri nelle commissioni tra banchieri e alti funzionari più o meno inclini a adottare la visione neoliberista» a seconda della loro traiettoria scolastica e del corpo istituzionale o professionale cui appartenevano. Inoltre esamina i meccanismi attraverso cui le norme vengono adattate alla situazione, reinterpretate e ridefinite all'interno dei diversi sottocampi territoriali, dove, per esempio, una posizione dominante può consentire un accesso facilitato a una deroga edilizia.

In sostanza, il mercato delle case indipendenti appare come il prodotto di una doppia costruzione sociale, a cui lo stato contribuisce in misura decisiva, grazie alla costruzione della domanda, attraverso la produzione delle «disposizioni individuali» e attraverso «l'attribuzione delle risorse necessarie, cioè degli aiuti statali alla costruzione o all'affitto, definiti da leggi e regolamenti» (anch'essi generati socialmente). Ma anche attraverso la costruzione dell'offerta, in virtù di una «la politica dello Stato (o delle banche) in materia di credito ai costruttori che contribuisce, con la natura dei mezzi di produzione utilizzati, a definire le condizioni d'accesso al mercato e, più precisamente, la posizione [della singola impresa] nella struttura del campo, estremamente vasto e disomogeneo, dei produttori di case» (che determina i «vincoli strutturali» gravanti sulle strategie di ognuno di essi in fatto di produzione, di pubblicità). L'incontro tra la domanda e l'offerta è poi guidato dalle omologie esistenti tra i vari «spazi sociali» coinvolti: quello delle imprese, delle case prodotte, delle rappresentazioni pubblicitarie, dei venditori, degli acquirenti.

Al di là della posta in gioco teorica e metodologica (si tratta di uno degli esempi più compiuti di analisi basata sulla rivoluzionaria nozione di «campo»), l'indagine sul mercato immobiliare francese ha altre ragioni d'interesse.

Innanzitutto ha il merito di aver avviato una stagione particolarmente fruttuosa della ricerca bourdieusiana. Alcuni temi trattati (legati alle condizioni di vita nelle periferie parigine) sono infatti confluiti nel progetto della Misère du monde (1993), un monumentale lavoro collettivo di «socioanalisi» che per molti lettori ha avuto l'effetto di una rivelazione (ne hanno tratto ispirazione perfino scrittori e sceneggiatori teatrali e cinematografici). La «politica di aiuto alla persona» che ispirò la riforma del 1977 mirava esplicitamente a «favorire l'attaccamento alla proprietà privata, e quindi all'ordine costituito, in opposizione al collettivismo delle case popolari», rientrava cioè nel vasto programma neoliberista di distruzione metodica delle forme di collettività. L'aspirazione alla felicità privata ha però intrappolato numerose famiglie «in progetti commisurati alle loro pretese piuttosto che alle loro reali possibilità». La casa di proprietà «diventa a poco a poco il termine di fissazione di tutti gli investimenti», costringendo gli abitanti delle periferie residenziali a vivere «al di sopra dei propri mezzi, ossia a credito» e facendo loro scoprire «le ristrettezze della necessità economica, in particolare attraverso le sanzioni delle banche». Sebbene la «miseria piccolo borghese» non ispiri «spontaneamente la simpatia, la compassione o l'indignazione che suscitano i grandi rigori della condizione proletaria o sottoproletaria», ciò non toglie che il piccolo borghese (con le sue insoddisfazioni, le sue disillusioni e le sue sofferenze) sia una vittima esemplare di violenza simbolica.

Inoltre, come accade per ogni opera scientifica valida, questa ricerca sul caso francese offre un utilissimo strumento di comparazione in grado di chiarire, fatte le dovute distinzioni, molti aspetti generali delle trasformazioni in atto nella politica urbanistica italiana dagli anni settanta alla recente proposta di legge Lupi (che, se approvata nel testo finora conosciuto, consegnerebbe definitivamente le nostre città in mano agli interessi privati dei costruttori).

L'habitus dell'automa

La seconda parte del libro, breve quanto densa, si basa su un articolo del 1997 che, rivolgendosi a lettori che non hanno necessariamente familiarità con le analisi e il linguaggio bourdieusiani, fornisce una definizione dei concetti di «campo» e di «habitus» applicati alla pratica economica ed emersi dal lungo confronto di Bourdieu con problematiche di tipo «economico» (dall'impatto del capitalismo sulla società tradizionale algerina alle trasformazioni del mercato immobiliare). La teoria dell'habitus, in particolare, smentisce l'antropologia utilitaristica. L'habitus, e cioè l'insieme delle disposizioni di un agente sociale (i suoi saperi pratici, i suoi bisogni, le sue propensioni e le sue attitudini...), sorta di dispositivo interiorizzato generatore di pratiche differenti all'interno di uno spazio sociale strutturato da rapporti di dominio, è il prodotto di una storia individuale e collettiva, è società che si fa corpo, è «l'automa in noi». È ciò che permette, nella maggior parte dei casi, di agire ragionevolmente (e non razionalmente), vale a dire adeguando (in modo più o meno conscio, e quindi anche senza alcun calcolo) le proprie aspettative alle possibilità oggettive offerte dallo spazio sociale. Ed è ciò che trae in inganno gli economisti accademici - propensi a confondere «le cose della logica con la logica delle cose», come amava ripetere Bourdieu citando Marx - quando interpretano l'agire economico come agire razionale.



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