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Sfiduciato Muti, la Scala è nel caos
ORESTE BOSSINI
il manifesto - 17 Marzo 2005


Di male in peggio Dalla risposta insultante del sindaco all'annuncio che sarebbero saltate le prime è partita una via cruscis il cui epilogo è la crisi odierna. Le conseguenze appaiono irreversibili
Teatro in rivolta L'ultimo capitolo della battaglia fratricida tra le maestranze e il direttore. La quasi totalità dell'assemblea ne chiede la cacciata. Smentite per ora le dimissioni

La clamorosa decisione con cui gli artisti e le maestranze del Teatro alla Scala hanno chiesto le dimissioni del direttore musicale Riccardo Muti si è diffusa ieri mattina, al termine dell'assemblea dei lavoratori, che hanno votato in modo massiccio e compatto il documento presentato da tutti e quattro i sindacati del Teatro, con circa 700 voti favorevoli, 3 astenuti e 2 contrari. La richiesta esplicita delle dimissioni di Muti ha fatto passare in secondo piano anche la sfiducia nei confronti del nuovo sovrintendente Mauro Meli, ribadita in modo netto non solo dall'orchestra, che si era rifiutata platealmente nei giorni scorsi di riconoscere la sua nomina, lasciando il teatro quando Meli si è presentato in sala al posto di Muti, ma anche dal resto dei lavoratori. La notizia è piombata in città al termine di due giornate convulse, in cui la crisi della Scala è precipitata inarrestabilmente nel caos più totale, mentre la voce delle dimissioni di Muti si accavallava alle smentite, che arrivavano da fonti molto vicine al maestro, e dal Teatro stesso. La venticinquesima ora di Muti è cominciata probabilmente già martedì sera, quando Fedele Confalonieri, in qualità di presidente dell'Associazione Orchestra Filarmonica della Scala, ha convocato d'urgenza un consiglio d'amministrazione straordinario, prima quindi dell'assemblea di ieri mattina, per tentare di ammorbidire la posizione dell'orchestra, che aveva manifestato una crescente insofferenza verso l'atteggiamento del suo direttore, in quest'ultima fase congestionata della crisi. La decisione di Confalonieri, che siede anche nel consiglio d'amministrazione della Fondazione Scala come rappresentante della Cariplo, si è rivelata una mossa azzardata, il cui effetto è stato opposto a quello desiderato. La Filarmonica della Scala, costituita sul modello dei Wiener Philharmoniker, è un'associazione formata dai musicisti del Teatro, che svolgono in questa forma un'attività autonoma e indipendente. Un'eventuale rottura tra Muti e la Filarmonica comporterebbe, quindi, pesanti conseguenze economiche per i professori d'orchestra, essendoci di mezzo concerti, sponsor, riprese televisive, tournée all'estero, contratti discografici. È facile intuire di cosa abbiano parlato Confalonieri e i membri del consiglio d'amministrazione della Filarmonica, in maggioranza eletti dall'orchestra, a poche ore dall'assemblea dei lavoratori, che era chiamata a prendere decisioni importanti sulla vertenza.

Ma, forse, la sfiducia del Teatro verso i suoi dirigenti si è rafforzata man mano che il sindaco Albertini e le personalità forti del consiglio d'amministrazione della Fondazione hanno ignorato il malcontento, prima, per poi cercare di sedarlo a colpi di frusta. La risposta dei lavoratori è stata viceversa di grande fermezza, e si è trasformata in vera e propria durezza di fronte allo sconcertante film di comportamenti arroganti e precipitosi della controparte.

Le dichiarazioni del sindaco hanno formato una sorta di via crucis dell'infame vicenda, iniziata con la risposta sciagurata all'annuncio che l'orchestra avrebbe fatto saltare le prime rappresentazioni di tutti gli spettacoli della stagione. «Andremo alle seconde», disse Albertini sorridendo. Inoltre, quanto più diventava evidente che alle spalle dell'agitazione del Teatro non sussitevano rivendicazioni economiche, e che quindi sarebbe stato opportuno comprendere i motivi reali del malcontento, tanto più Albertini e il consiglio d'amministrazione hanno lasciato trapelare l'idea che i soci privati della Fondazione avrebbero potuto mettere mano al portafoglio per ripianare il deficit di 16 milioni di euro, in cambio dell'accettazione delle decisioni contestate. È molto difficile comprendere quale idea abbia, dell'istituzione che dovrebbe governare, l'attuale gruppo dirigente del Teatro e della città, per ridursi a offrire un'elemosina insultante a chi vive e incarna la storia della Scala. La risposta non poteva essere che quella scelta ieri, il muro contro muro. Va sottolineato, inoltre, che alcune autorevoli personalità che si occupano da sempre e con autentica competenza di elargizioni, membri della Commissione centrale di beneficenza della Cariplo, hanno scritto una lettera al proprio presidente Guzzetti per chiedere di venire a conoscenza della reale situazione della Scala. Come dire: diamo un mucchio di danaro alla Scala, a questo punto vogliamo capire meglio come e da chi viene speso.

La situazione si è fatta, adesso, pesantissima. Da una parte stanno i lavoratori del Teatro, decisi a portare fino alle estreme conseguenze la guerra contro la supposta dittatura di Muti sulla Scala, che viene vissuto ormai come una sorta di padre padrone di cui liberarsi. Dall'altra sta un gruppo dirigente, che finora non è riuscito a trasformare la propria posizione dominante in un progetto condiviso e a diventare autentica classe dirigente, essendo stato soltanto capace di minacciare i lavoratori con la più classica e odiosa forma di ricatto del padronato, la serrata. Le avvisaglie di questa linea di comportamento sono state fornite dalla vicenda del dittico formato da Sancta Susanna di Hindemith e dalla nuova opera di Azio Corghi, commissionata dalla Scala, su testo di José Saramago. Il dittico doveva andare in scena il 10 marzo e costituiva l'unica produzione nuova della stagione diretta da Muti, oltre l'opera inaugurale, L'Europa riconosciuta di Salieri, che è stato per di più il primo spettacolo allestito di nuovo alla Scala restaurata. L'orchestra, come si usa in questi casi, ha proclamato lo sciopero per tutte le rappresentazioni, ma si è presentata regolarmente alle prove. Il significato era chiaro: se volete, siamo pronti a trattare e a discutere, lo sciopero può essere revocato. Invece Muti non si è presentato alla prova e la direzione ha deciso, per discutibili motivi artistici, di annullare la produzione.

La via del dialogo, la via dello scontro: come Ercole al bivio, forse fino a ieri c'era la possibilità di uscire in modo decoroso dalla crisi. Oggi, non sembra più possibile una mediazione. Avendo portato le cose fino a questo punto di rottura, ora entrano in gioco anche questioni di carattere personale, da parte di Muti, che difficilmente potrà accettare di ammettere gli errori, senza perdere la dignità e il prestigio del proprio ruolo. E nemmeno sembra possibile che potrà accettare di farsi cacciare da una rivolta del Teatro, cui ha legato quasi vent'anni della propria carriera. Eppure, nemmeno per un artista della sua levatura è concepibile di poter stare in sella a un organismo così delicato e complesso, qual è un teatro d'opera, contro l'esplicita volontà delle sue componenti.

Al di là del bilancio in rosso e di tutti gli altri problemi che hanno contribuito ad accendere il caso Scala, il vero buco nero di questa vicenda è costituito dalla situazione fratricida tra Muti e il Teatro, una situazione alla quale davvero non si sarebbe dovuti arrivare. La storia della musica è costellata da lotte intestine, scontri di potere, dimissioni forzate. È successo a Mahler, a Mitropoulos, persino a von Karajan di essere costretti a cedere il posto, può succedere anche a Muti. Ma sempre, in ciascun caso, c'era alla base dello scontro una nuova figura, un progetto diverso, un nuovo percorso da imboccare. Nel caso della Scala no: dietro Muti non c'è nulla, nessuna alternativa.

Si rischia di fare a pezzi un'industria culturale come la Scala, unica al mondo, per niente, per l'incapacità di chi aveva il dovere di gestire un conflitto all'interno dell'istituzione e non è stato in grado di farlo, dando in pasto il teatro al pettegolezzo giornaliero. Aspettiamo di vedere cosa succederà, nei prossimi giorni, con preoccupazione. Qualcuno dovrà pur essere chiamato a render conto di questo fallimento.



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