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Rivendicare i «beni comuni»
Marina Forti
Il manifesto, 22/03/2005


Nel corso del XVII secolo in Inghilterra scomparvero le terre comuni o comunitarie, commons - quelle che per diritto consuetudinario erano di uso collettivo delle popolazioni rurali. Recintate poco a poco, furono trasformate in proprietà privata con leggi apposite, Enclosure Bills, leggi sulla recinzione. La scomparsa dei commons fu una premessa della rivoluzione industriale - le terre erano recintate perché servivano all'allevamento intensivo di pecore la cui lana era necessaria alla nascente industria tessile - e fu seguita da un'offensiva ideologica contro l'uso condiviso della terra, a favore della «libertà» di trasformarla in bene commerciale per «metterla a frutto» e trarne profitto. Tutto questo è cosa nota - è parte della nascita del capitalismo. Le terre di uso comune però non sono tutto scomparse (terre, pascoli,foreste, e sorgenti d'acqua da attingere, o fiumi e lagune con i pesci che vi si possono pescare, e così via): forme di proprietà e uso collettivo restano molto diffusi nel grande Sud del mondo e in parte, sotto forma di «usi civici», perfino nella vecchia Europa. Né è scomparsa la battaglia politica (e ideologica) attorno a questi «beni comuni», o la spinta a recintarli/privatizzarli. E ormai non si tratta solo terre o risorse naturali, ma di un'amplissima gamma di beni e servizi necessari alla sussistenza degli umani e al loro benessere collettivo. Di questo tratta un numero monografico della rivista Csn-Ecologia politica: «Beni comuni tra tradizione e futuro», a cura di Giovanna Ricoveri e con la collaborazione di Antonio Castronovi, Giuseppina Ciuffreda e Marinella Correggia. Numero importante, anche perché segna la reincarnazione della rivista nata nel 1991 come Capitalismo Natura Socialismo, che ora prende la forma di quaderni monografici pubblicati da Emi, Editrice missionaria italiana. La prima cosa da notare è come si sia estesa la categoria di «beni comuni». Le risorse naturali, certo: terra, acqua, aria, foreste, pesca. Per bene comune però si intende non solo la risorsa ma il diritto collettivo d'uso, «la forma partecipata e comunitaria della proprietà o dell'uso di determinate risorse» (dall'introduzione di Giovanna Ricoveri, che richiama qui The Ecologist: e infatti la rivista ripubblica un articolo del 1992, «I beni comuni, né pubblici né privati»). I beni comuni dunque sono beni di sussistenza e insieme «spazi di autorganizzazione delle comunità», esprimono «un modello di organizzazione sociale e produttiva e un modello culturale che si contrappone a quello del mercato». Poi ci sono beni globali come l'atmosfera e il clima, gli oceani, la sicurezza alimentare, la pace: qui rientrano «i saperi locali, i semi selezionati nei secoli dalle popolazioni contadine, la biodiversità». Terza categoria di beni comuni sono i servizi pubblici forniti dai governi in risposta ai bisogni essenziali dei cittadini - acqua, luce, sanità, trasporti ma anche sicurezza sociale e alimentare, amministrazione della giustizia: «I servizi pubblici sono infatti un elemento di legame sociale, prima ancora che redistribuzione del reddito e componente del welfare».

Ridefiniti così, rivendicare i «beni comuni» significa riprendere i nodi fondamentali del conflitto politico, l'idea di sviluppo, la giustizia ambientale e quella sociale. Basti pensare a come le organizzazioni finanziarie internazionali vanno predicando (e imponendo) ai paesi «in via di sviluppo» politiche basate sul privatizzare i beni comuni (dall'acqua alle foreste) e tagliare la spesa sociale: l'equivalente attuale della «recinzione» del 17esimo secolo è la privatizzazione di terre e acqua, sementi e sanità, dicono gli autori. Indicative le vicende italiane di «usi civili» e bacini idrografici (ne scrivono Franco Carletti eGiorgio Nebbia). La «recinzione» poi raggiunge una nuova frontiera con la brevettazione degli organismi viventi (che Juan Martinez Allier descrive come «biopirateria globale contro i saperi locali») e la privatizzazione di ospedali e scuole. Parlare di «beni comuni», sostiene la rivista, significa uscire dall'alternativa secca tra pubblico e privato e ridare importanza sociale, politica ed ecologica al «collettivo».




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